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martedì 28 febbraio 2017

A ferro e fuoco - pt. 8

Nel buio e nel silenzio della pineta vicino alla città, tutto fu portato a termine.
Finito di occultare il cadavere, nelle modalità che aveva sempre utilizzato sin da quando lavorava con Vito Battaglia, Giovanni si asciugò la fronte con un fazzoletto di stoffa che aveva nella tasca della giacca. Ormai era diventato troppo vecchio e troppo grosso per continuare a fare quelle cose. Bisognava lasciare il campo a forze fresche, ma non riusciva a fidarsi di nessuno. Avrebbe voluto tanto riuscirci. Avrebbe significato passare il resto della sua vita in tranquillità.
A quella parola, però, un brivido di freddo gli percorse tutta la schiena. Ma non ebbe il tempo di realizzare la sua paura, che quella gli si presentò davanti in tutta la sua magnificenza e nel corpo peggiore che potesse usare.
I fari della bellissima Mercedes-Benz accecarono Giovanni che, per capire cosa stesse accadendo, si portò la mano destra davanti agli occhi.
Vide la portiera posteriore destra aprirsi e un uomo imponente scendere. La sua corporatura massiccia era avvolta da un bellissimo cappotto, mentre sulla testa adagiava un Borsalino meraviglioso.
L'uomo chiuse la portiera e in quell'attimo l'auto fu spenta dal conducente, mentre i fari continuavano a illuminare la scena.
L'imponente figura prese dalla tasca interna un tubicino e, svitatone il tappo, estrasse un profumatissimo sigaro che portò alla bocca.
- Hai da accendere Giovanni? - chiese l'uomo.
- Don Carmelo! - esclamò Giovanni terrorizzato.
- Cominciamo già a rispondere male. Ho chiesto se hai da accendere, non il mio nome -.
- Sì, sì, certo - e detto così Giovanni, in maniera impacciata, prese l'accendino dalla tasca e andò verso Don Carmelo.
La paura, che gli faceva tremare le mani, gli rese impossibile il gesto, tanto che Don Carmelo dovette prendergli l'accendino dalle mani e fare da sé.
- Allora Giovanni, spiegami un po' - riprese Don Carmelo nel buio della pineta.
L'uomo sapeva che era inutile mentire alla persona che aveva davanti.
- Non ho avuto il tempo di fare nulla Don Carmelo. E' entrato, è andato verso lo studio e lo ha ammazzato. Tutto in una frazione di secondi -.
- Ma lui ha chiesto il Jack Daniel's e tu sai che significa quando Vito Battaglia ordina quel whiskey -.
- Non pensavo che... -
- Non pensavi? - disse alzando la voce Don Carmelo avvicinandosi a lui mentre con un movimento brusco gettò il sigaro per terra per poi prenderlo dalla gola.
- Don Carmelo la prego. Io non centro nulla in questa storia - rispose Giovanni con voce strozzata.
- Sì invece. L'uomo che ora hai sepolto per conto del tuo padrone appartiene a me e io lo avevo messo là per gestire un posto dove quel Battaglia aveva portato solo casini e violenza. E ti avevo detto di non darmi fastidio e non mettermi i bastoni tra le ruote -.
- La prego Don Carmelo, farò qualunque cosa -.
- Perché è qui? - domandò il boss lasciando la presa e allontanandosi di qualche passo da quell'uomo che, per la paura, aveva preso a sudare abbondantemente emanando anche un odore sgradevole.
- Non lo so. So solo che si è ripreso quel biliardo perché è il suo. Non vuole nemmeno avere a che fare col progetto di Peppe il Bianco -.
- Il progetto di Peppe il Bianco? - domandò curioso Don Carmelo.
- Sì - rispose sempre più terrorizzato Giovanni.
- E di che progetto si tratta? - chiese il don.
- Parlavano di... -.
La frase non ebbe conclusione. Un fragore veloce e forte si spense nel corpo di Giovanni che cadde pesantemente al suolo. Don Carmelo restò immobile a guardare il corpo di quell'uomo rovinare al suolo senza vita. Immediatamente la guardia del corpo si parò davanti a Don Carmelo che, con una calma gelida, disse - Tranquillo, per il momento non sono io il bersaglio - e detto questo guardò in direzione del punto in cui era convinto fosse arrivato il proiettile.
A giocare ogni giorno con la morte, Carmelo aveva imparato a riconoscere il momento in cui arriva per sorriderti.
- Cosa vuole che faccia Don Carmelo? - domandò la guardia del corpo con la pistola in mano e intenta ad osservare ogni punto della pineta.
- Chiama Mauro e digli di mandare qualcuno qui. Poi fai portare il corpo a Vito Battaglia - disse il boss avvicinandosi alla portiera da dove era sceso ed aprendola.
- Ma così penserà che lo abbiamo fatto noi per essere pari! - esclamò il giovane.
- No mio caro. Noi siamo il banco. E nei giochi, quando il risultato è di pareggio, il banco vince -. Detto questo Don Carmelo si accomodò nella lussuosa Mercedes.
La portiera si chiuse con un rumore secco. Nella stessa maniera si era appena chiusa la vita di un uomo di nome Giovanni.
La guardia del corpo chiamò Mauro dal cellulare che aveva in dotazione. Riferì quanto dettogli da don Carmelo. Poi accese l'auto e manovrò per andare via da lì.
- E' strano comunque - disse don Carmelo guardando fuori.
- Cosa signore? - domandò l'autista.
- Sparare in questa maniera avventata, senza silenziatore e col rischio di farsi arrestare o scovare. Non è roba da professionisti. Evidentemente qualcuno aveva un conto con Giovanni Santanastasia, oppure voleva che io sapessi o capissi qualcosa -.
- In effetti - replicò la guardia del corpo.
Don Carmelo portò le labbra avanti mentre continuava a guardare dal finestrino.
Un ragazzo in tuta correva, una bellissima automobile andava via.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


giovedì 23 febbraio 2017

A ferro e fuoco - pt. 7

Aria trovò Francesco nel suo studio.
Era seduto sulla poltrona e poggiava il mento sulla sua mano destra, mentre guardava in un punto imprecisato della stanza.
La ragazza sapeva che, quando qualcosa lo turbava, Francesco non faceva altro che pensarci su.
Illuminato soltanto dalla luce della lampada, il ragazzo restava in silenzio.
Aria si mise al suo fianco e si sedette sulla scrivania.
- Che hai? - domandò la ragazza.
Lui, quasi ritornato da un mondo parallelo, guardò la sua compagna. Il suo fisico slanciato e bello si stagliava negli occhi di Francesco in maniera importante. La maglietta nera con una leggera scollatura, portata senza reggiseno, e un pantalone grigio, coprivano quel corpo che lui tanto adorava.
- Niente - rispose vago lui.
- Non prendermi in giro -.
Francesco sospirò, poi disse semplicemente - Vito Battaglia -.
La ragazza spalancò gli occhi e ripetè il nome appena sentito.
- Già - replicò secco lui.
Aria conosceva la storia di Vito Battaglia. Sapeva di quello che aveva fatto al papà di Francesco. Sapeva dell'usura e della violenza che il criminale aveva perpetuato nei confronti di quell'uomo, tanto da portarlo alla disperazione e al suicidio. Una vita distrutta per un debito di gioco di tremila euro. Valeva quella cifra la vita di un uomo? Di un padre?
Aria sospirò, poi subito si fece coraggio e cominciò a parlare.
- Non puoi farti condizionare così Francesco. Lo so che è dura, ma dobbiamo andare avanti per noi stessi e per Stefania -.
- Lo so -. disse il ragazzo con una espressione sconfitta. Poi continuò - Quello che mi preoccupa e che non so cosa stia tramando, cosa stia succedendo attorno a lui ed a noi -.
- Non possiamo saperlo prima Francesco. Il nostro compito è solo quello di vivere. E dobbiamo farlo nel migliore dei modi per insegnare a nostra figlia che dono importante è la vita -.
Aria si sedette sulle gambe di Francesco e lo baciò con tutto l'amore del mondo.
Poi disse - Vieni a letto. Passiamo un po' del tempo di questa notte soli io e te. Domani affronteremo tutto, ma stasera restiamo uniti. Così, tutti i problemi del mondo saranno sempre più piccoli dei nostri cuori -. E detto questo la ragazza si alzò, prese per mano il suo uomo e lo condusse in camera da letto.
Fecero l'amore non preoccupandosi di quello che stava accadendo intorno a loro e intorno a Vito Battaglia.
Si addormentarono stanchi e innamorati, ma quella calma per Francesco durò poco.
Si svegliò nel cuore della notte. Guardò l'orologio-sveglia posizionato sul comodino. Segnava le 03.15. Aveva bisogno di uscire, di evadere. Sentiva la necessità di correre e gridare.
Si vestì in maniera semplice: una tuta grigia e scarpe da ginnastica blu. Prima di uscire entrò di nuovo in camera da letto e senza far alcun rumore che potesse svegliare Aria, spostò il quadro raffigurante una spiaggia in un bellissimo giorno di sole. Aprì la cassaforte e prese la sua pistola. Di tutto ciò Aria non sapeva nulla. Conosceva la passione di Francesco per la caccia, ma non sapeva dell'esistenza di quell'arma. Francesco l'aveva comprata subito dopo i fatti che avevano coinvolto il padre. Per maggiore sicurezza per se stesso e per la sua famiglia.
Con il ritorno di Vito Battaglia in città tutto era cambiato. Non si sentiva più al sicuro e sapeva che quell'uomo aveva un conto in sospeso con lui. Come del resto Francesco con Black Jack.
Mise la pistola nella grossa tasca anteriore della felpa ed uscì di casa. Fuori all'aperto, si sincerò che fosse carica e accertatosi di questo cominciò a correre.
Corse per alcuni metri cercando di scaricare tutta la rabbia e la tensione.
Dopo alcuni minuti di corsa, attraversò la strada e virò a sinistra dirigendosi verso una pineta. Continuò a seguire il percorso illuminato, ma preso dai suoi pensieri si perse e si ritrovò in una parte buia della stessa.
Vistosi smarrito, si guardò attorno e sentì delle persone parlare e dei fari di una macchina illuminare una zona in particolare. Si diresse verso quel luogo per chiedere informazioni, ma vista la situazione e i personaggi coinvolti capì immediatamente che non era sicuro andare a parlare con loro né farsi vedere.
Stette a guardare tutta la scena, mentre la rabbia gli cresceva sempre di più. Era tanto che Francesco non provava quella sensazione.
L'ira cresceva nel suo corpo in maniera esponenziale. Le meningi gli si gonfiarono mentre il corpo cominciò quasi a tremare. Senza accorgersene la sua mano destra impugnò la pistola. La estrasse e, in un gesto quasi meccanico, il suo braccio destro si ritrovò disteso e in linea col suo occhio.
Alcuni attimi di buio profondo, un respiro forte, un fragore.
Silenzio.
Quelle persone guardarono nella sua direzione, mentre lui terrorizzato mosse alcuni passi indietro.
Il cielo era aperto quella sera, ma le stelle erano diventate testimoni scomodi.
Francesco, sentì la rabbia tramutarsi immediatamente in terrore. Cominciò a correre senza chiedersi dove. Corse velocissimo e senza accorgersene si ritrovò sul pianerottolo davanti alla porta della sua casa.
Si piegò su se stesso per recuperare fiato. Si rimise dritto e inspirò profondamente. Il corpo continuava a tremargli e il terrore continuava a pervadergli tutte le ossa.
Mise la mano nella felpa e non trovò nulla.
Francesco non aveva la pistola con se e il suo cuore batteva così forte da non fargli sentire nessun rumore attorno.
Perso nella sua paura e con gli occhi sbarrati, il ragazzo non si accorse che la porta blindata si aprì.
- Francesco! - esclamò Aria preoccupata.
"Mio Dio!!!" pensò lui.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

domenica 19 febbraio 2017

A ferro e fuoco - pt. 6

Quando bussarono alla porta dello studio nella sua villa personale, don Carmelo sapeva già tutto.
Avere i capelli bianchi, alle volte, aveva i suoi lati positivi. Non si restava in cima per fortuna, ma per abilità.
Quando aveva cominciato la sua attività, partendo da umile fruttivendolo, non aveva mai lasciato nulla al caso. Era sempre stato attento ad ogni particolare o avvenimento.
Proprio questa sua capacità di calcolo lo aveva portato a fare sempre di più carriera fino ad arrivare ad essere il proprietario di una della maggiori realtà economiche.
Anche quell'anno, il 2011, aveva di nuovo visto lui padrone incontrastato di quella città e forse di quella regione.
La porta si aprì e nello studio fece il suo ingresso Mauro Di Stani, il suo braccio destro.
- Buongiorno don Carmelo -.
- Buongiorno Mauro -.
L'uomo, vestito in maniera sobria, curato anche nel taglio di capelli, si andò a sedere davanti a lui. Don Carmelo vide il suo volto e lo vide liscio e pulito. Da buon uomo vecchio stile, odiava la barba ed esigeva che davanti a lui ogni persona dovesse essere impeccabile.
- Allora Mauro, raccontami di Vito Battaglia - esordì don Carmelo.
- Non sapevo fosse già informato - rispose l'uomo un po' sorpreso.
- Le piccole città hanno il beneficio della celerità delle informazioni -.
- E' di nuovo qui e non ha atteso nemmeno 24 ore per far danni. A quanto so, è tornato a prendersi il "Strike and Pull", il biliardo che era suo e che stava gestendo Vincenzo Salgari. Pace all'anima sua -.
Sull'ultima frase, il viso di don Carmelo si contrasse in una smorfia di indignazione. Conosceva la crudeltà e la violenza gratuita di cui era capace Vito Battaglia. Lui non la tollerava. Pur essendo arrivato in cima con metodi poco ortodossi, aveva sempre preferito usare i soldi come arma. La morte era una merce di scambio pericolosa e poco conveniente. In più, disturbava troppe figure.
- Si è stabilito lì e lo gestisce di nuovo come se fosse il suo - finì Mauro.
- Sapevo che l'avrebbe fatto il giorno in cui sarebbe ritornato - disse don Carmelo accendendo un sigaro.
- Cosa glielo faceva credere don Carmelo? -.
- Vito Battaglia è un cane piccolo. E quella tipologia di animale protegge le sue piccole cose -.
- Comunque non è Vito Battaglia che mi impensierisce. Ciò che mi preoccupa è Giuseppe De Angelis che gli gira attorno di nuovo -.
- Giuseppe Il Bianco? -.
- Sì -.
- Ah però! - esclamò don Carmelo mentre inspirava profondamente dal sigaro.
- Non riesco a capire cosa li abbia riuniti - disse Mauro.
- Cambia poco per noi. La logica è quella che conta. La questione è semplice: lui è un pastore e il pastore non può sacrificarsi per una singola pecora, quindi cerca aiuto. Vito, dal canto suo, è un cane randagio e si sa che i cani randagi non hanno padrone, ma vanno dietro a chi dà loro da mangiare -.
- Cosa facciamo ora don Carmelo? -.
- Attendere. I furbi hanno il limite di dimostrare la loro furbizia -.
- Quindi aspettiamo che facciano qualcosa? -.
- Sì. Attendi che abbaino. Poi prepara la ciotola e il guinzaglio -.
Don Carmelo spense il sigaro.
Sapeva da sempre che se la morte creava martiri e vendette, il rigore e la perentorietà creavano sudditi e potere.

Il giorno dopo, Mauro si ripresentò nello studio di don Carmelo.
- Stasera. Come sempre: Giovanni Santanastasia -.
Don Carmelo sorrise e poi rispose - Fai preparare la macchina, stasera abbiamo da fare -.
L'automobile quella sera si fece trovare all'interno del giardino della villa. Alla guida vi era come sempre la sua personale guardia del corpo.
Don Carmelo entrò nella vettura dalla parte posteriore destra e, con un cenno della mano, invitò il conducente a partire.
- Hai saputo dove si trova? - domandò poi don Carmelo.
- Si don Carmelo -.
- Bene -. "I furbi hanno il limite di dimostrare la loro furbizia" pensò.
La macchina nera scivolò sull'asfalto anonima e bellissima.
Arrivata nel punto stabilito, i fari illuminarono tutta la scena.
- Spegni la macchina, ma lascia le luci accese - ordinò il boss.
Era tempo di dare un segno.
E don Carmelo di segnali ne sapeva dare di forti.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

venerdì 17 febbraio 2017

RIDICOLO

"Sei ridicolo, sei davvero ridicolo."
Una frase, una semplice frase che spazza definitivamente tutto. Ogni giorno, ogni momento, ogni passione, l'amore tutto.
Si chiude la conversazione e si apre un baratro davanti a me. Non è solo l'abbandono ad attendermi, ma anche tutti i fantasmi del passato che ora diventano certezza.
L'aver distrutto la vita di tutte, l'aver rovinato ogni amore, l'aver dimenticato di rispettare o fare qualcosa. L'aver perso sogni e progetti.
Ridicolo, come le cose che non hanno valore. 
Ridicolo, come le barzellette che non fanno ridere, come i gesti imbarazzanti.
E allora il tempo non è più lineare e il passato non ha ricordi, ma solo dimostrazioni di fallimenti. 
Ogni cosa si sciupa ora, dopo l'evoluzione dell'essere: da essere la vita per qualcuno ad essere un malessere.
A che serve piangere, fare, dimostrare, quando la tua parola non conta? Quando la tua persona è impalpabile? Quando non sei uomo?
Già, non sei uomo. E una donna questo non te lo perdona, non te lo perdona mai. Lei può sbagliare, può non essere donna, tanto noi la scuseremo per il semplice fatto che ci sta accanto.
Loro no, loro te la fanno pagare. Perché essere uomo è l'unica cosa che conta.
E allora a che serve ammettere un proprio limite? Chi ti renderà onore dell'ammissione delle tue colpe?
Quanti ti amo servono per fare un ti amo da uomo vero? 
E ora che farò mi domando. Tanto a te che importa? 
Tu andrai avanti e anche io. Ma tu vivrai e io esisterò soltanto.
Non è vittimismo, non è abbattersi. Quando qualcuno non ce la fa, è giusto che lavori, che migliori. Ma quando una persona è semplicemente così, incapace e inconsistente, non può lavorare. Deve solo accettare e smettere.
Se sei una punizione divina, se sei come Attila che ogni cosa che calpesti distruggi, allora perché continuare ad entrare nelle vite degli altri come un Re Mida al contrario?
E allora resterò dentro di me, a ricordare i miei progetti distrutti, a piangere per i momenti passati, a tormentarmi per quello che non sarà. Tutto questo posso toccarlo, non si rovineranno col mio tocco.
Vorrei dirti che ti amo, ma perché imbruttire anche questo?
Non basta tutto quello che ti sto dicendo mentre mi reputi sempre più ridicolo?
Questo vorrei dirti, ti amo. 
Ti vorrei dire il ti amo più brutto del mondo, ma il più sincero.
"Allora? Non hai nulla da dirmi?"
"No, niente"
"Hai dimostrato tutto"
"Ma io..."
"Sei ridicolo, sei davvero ridicolo".

mercoledì 15 febbraio 2017

A ferro e fuoco - pt. 5

Quella mattina una bellissima BMW X5 bianca si fermò davanti alla sala biliardo che, stranamente, non aveva più quell'insegna così moderna.
Il conducente dell'auto, un uomo curato e con uno stile impeccabile, non si fece molti problemi nel parcheggiare il mezzo con due ruote sul marciapiede.
Entrò spedito nel circolo, come se conoscesse benissimo quei luoghi e sapesse come muoversi.
Andò dritto nello studio dietro il bar.
Arrivato, trovò la porta aperta e Vito Battaglia seduto dietro la scrivania intento a riorganizzare il vano secondo il suo stile.
- Black Jack di nuovo fra noi! Che onore. - disse l'uomo in giacca, camicia e cravatta.
Vito Battaglia, senza nemmeno alzare lo sguardo, rispose - Solo una persona in questa città può avere questa voce di cazzo. E quella persona è... -.
-... Io - aggiunse l'altro.
- Tu, sì. Che diavolo vuoi Giuseppe? Come fai a sapere che ero qui? - domandò seccato Vito.
- Hai sempre fatto l'errore di sottovalutarmi Black Jack - rispose tranquillamente Giuseppe De Angelis, conosciuto più come "Peppe il bianco".
Era un uomo sulla quarantina, in forma e ben curato. Vestito sempre in maniera elegante, era una persona di spicco in città. Laureato in medicina, doveva il suo soprannome proprio ai suoi studi: aveva ucciso molte persone seguendo i dettami della chirurgia e da lì il richiamo al camice e alla sua facoltà. Aveva cominciato presto ad ammazzare Peppe e ancor più in fretta aveva capito che le persone potevano essere uccise anche senza sporcarsi le mani, ma maneggiando i soldi. Per questo aveva allacciato amicizie potenti ed ora era a capo della più grossa clinica della regione. Ma non aveva mai abbandonato il suo primo amore: uccidere.
Era completamente diverso da Vito Battaglia. Black Jack era il classico rocker da strada. Amava i giubbotti di pelle e le sigarette. Beveva solo birra e whiskey. Aveva pochissima pazienza e pessimi modi, cose che invece contraddistinguevano l'altro. Giuseppe adorava la musica classica, vestiva Armani e Valentino, non fumava e beveva. E la sua pazienza era direttamente proporzionale al dolore che avrebbe inflitto.
- Che vuoi Peppe? - chiese Vito.
- Ho bisogno di una mano per un gran bel progetto -.
- Che progetto? -.
- L'acquisto di una azienda -.
- Una azienda? E quale? -.
- L'Italiana Ferri e Derivati SpA -.
- Stai scherzando? - domandò ironico Vito.
- Quando parlo di soldi non scherzo mai - replicò Giuseppe.
- Fammi capire: io torno qua anni dopo i casini che ho combinato, tu entri un giorno qualunque e mi dici che vuoi comprare una delle più grosse aziende del paese? Ti sei dimenticato chi c'è dietro alla Italiana Ferri Pe'? C'è Don Carmelo! -.
- Ancora quel vecchio?- domandò stizzito Giuseppe.
- Quel vecchio comanda da più di quarant'anni. Un motivo ci sarà -.
- Don Carmelo è una delle cose che meno mi interessa e preoccupa -.
- A me preoccupa invece -.
Giuseppe prese Vito dalla testa e con forza gliela sbattè contro la scrivania. Lo tenne in quella posizione per tutto il tempo che parlò.
- Senti brutto figlio di puttana, forse non hai capito una cosa importante. Tu sei in debito con me. Quando hai fatto tutto il macello e ucciso quel tizio per riprenderti tremila euro di merda, chi ti ha salvato? Don Carmelo? AH? Sono stato io Black Jack e io sono il tuo lasciapassare per restare in questa bettola di merda a fare finta di essere il capo. Ora ascoltami bene - e detto questo tirò fuori con l'altra mano un bisturi che puntò sulla gola di Vito. - Tu mi aiuterai a prendermi quell'azienda, e con la clinica saremo padroni di tutta sta città. E sai perché lo diventeremo? Perché muoveremo i fili delle vite di tutti. Se muoiono di fame verranno a chiedere lavoro a noi e se muoiono per malattie verranno nella mia clinica che è l'unica specializzata. Faranno tutto quello che vogliamo noi - disse Giuseppe ridendo.
- E io che dovrei fare? - domandò Vito con la voce soffocata dal dolore che provava alla testa.
A quella domanda, Giuseppe lasciò la presa e fece rifiatare Black Jack. Aveva capito che l'uomo si era messo in riga. Rimise nella tasca il bisturi e si aggiustò la giacca e il nodo della cravatta. Poi riprese a parlare.
- Mi servono delle persone per alcuni lavoretti e delle attività di copertura -.
- Che ci guadagno? - domandò Vito toccandosi la testa.
- Una gran bella fetta della torta. Non posso gestire tutto da solo. Sono un tipo brillante, ma anche io ho i miei limiti - disse sorridendo Giuseppe.
- Ci devo pensare. Sono tornato da poco e ho già fatto casini. Ho tutti addosso, mi serve tempo -. Vito sapeva bene che non bisognava fidarsi di quell'uomo e al momento l'unica cosa che si poteva fare era rimandare la risposta.
Giuseppe portò le labbra avanti poi disse - Va bene, mi rifaccio vivo io allora. Ma tanto so già la tua risposta. Conosco bene la tua espressione quando ti convinco Black Jack -.
Detto questo, il Bianco andò verso la sua auto lasciando Vito nei suoi pensieri.
Quest'ultimo si accese una sigaretta e bevve un bicchiere di Jack Daniel's. "Dannato pezzo di merda" pensò.
Giuseppe seduto in macchina controllò la sua agenda. Dopo aver letto quello che gli interessava, accese l'auto e si guardò nello specchio retrovisore per darsi un'ultima sistemata.
Osservò sulla sua sinistra per immettersi nella strada e vide un operaio con addosso la tuta della Italiana Ferri e Derivati SpA.
"Con le spalle al muro, un uomo non trova differenza fra stare in verticale o in orizzontale." pensò spietato Giuseppe. "Fa differenza solo per chi decide il punto di vista da cui guardarlo" e, fatto questo pensiero, accellerò e si allontanò dal circolo.
Quel povero operaio entrò a casa e salutò la moglie e i figli. All'interno della sua casa la radio lasciava andare le note e le parole di una canzone di Domenico Modugno.
Amara terra mia, amara e bella.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

martedì 14 febbraio 2017

CARA VIRGINIA

L'uomo posò la penna sulla scrivania. 
Prese il foglio tra le mani e rilesse quanto aveva scritto.

"Cara Virginia,
so che tutto questa nella tua mente sarà poco lucido. Come so anche che da grande tutto questo lo reputerai pessimo ed odioso.
Ma preferisco che tu mi odi per un mio errore, che non per un sentimento inculcato da qualcun altro. Ti chiederai sicuramente cosa significhi questa frase ed ora te lo dirò.
Vedi bimba mia, l'amore è una cosa stupenda, è una forza generatrice di altre forze, nonché riesce a creare ciò che di più prezioso c'è al mondo: la vita. Ma l'amore ha i suoi tratti oscuri, come la Luna o come quei posti all'ombra dove il Sole, pur nella sua magnificenza, non batte mai.
Dovrai imparare che l'amore distrugge, l'amore crea cose che subito il dolore porta via. 
Diffida sempre da chi ti dice che ti amerà per sempre e che pensa di te cose meravigliose od altro. Lascia stare quelle persone. E non perché l'amore non sia eterno, ma perché quelle persone sono le prime che ti distruggeranno. Impara subito a capire, figlia mia, che le persone che più ami e che dicono di amarti, saranno le prime che non ti perdoneranno e ti rinnegheranno, accecate dall'odio e dalla rabbia al quale si venderanno subito e senza prezzo.
L'amore vero sta in chi sbaglia e sbaglia ancora, eppur continua a stare lì a tentare di far qualcosa. Logico è che nessuno può e deve sbagliare per sempre. Non sarebbe amore né per l'altro né per se stessi. Ma chi ha il coraggio di riprovare e sbagliare e comunque muovere ancora dei passi, allora costui è innamorato.
Ama Virginia, ama come fanno le persone vere. Sbaglia, deludi, rialzati e migliorati. Santifica l'amore tutti i giorni e dedicagli un giorno in particolare. Chiamalo San Valentino, mesiversario, anniversario. Chiamalo come vuoi, ma ricordati di onorare l'amore. Come si onorano i ricordi o i compleanni. 
Impara a perdonare seriamente chi ami. Sopratutto chi ami. Perché saranno i primi che deciderai di distruggere. Il vero perdono non sta nel dimenticare un tradimento, una parola brutta o una mancanza. Il vero perdono sta nel ricordare quell'errore tutti i giorni all'altro senza distruggere, però, quello che ha dentro. Perché, ed anche io faccio parte di questa schiera forse da ora, anche le persone peggiori hanno una candela accesa d'amore che non va e non è spenta. 
E' piccola e non illumina tutta la loro anima, e per te potrebbe addirittura non esistere. Ma tu cercala, cercala in tutti.
Non odiare qualcuno per i suoi gesti, vai oltre. Non odiare per imitazione di un altro odio. Non odiare un padre andato via perché ha abbandonato un focolare domestico. Non odiare tuo padre, per ciò che ti diranno una madre e una popolazione.
Agisci e vivi. Insegui ed educa. Sogna e costruisci.
L'amore è una coniugazione del verbo essere, e come esso congiunge e dà presenza ed essenza.
Ti lascio amore mio, perché ti amo e perché cedere al tuo odio è molto più facile che recuperare quello di un altro presente nel tuo cuore.
Non amare ciecamente e non odiare alla stessa stregua. 
Non etichettare mai un uomo o una donna, non umiliare e non offendere. Tutti sbagliano in amore, e sbaglierai anche tu. 
Non sentirti mai invincibile ed infallibile in amore, perché la chiave del successo in questo splendido campo è proprio il disagio e l'incapacità di restare nei propri limiti.
L'amore migliora, l'amore segna ed insegna. L'amore spacca e sa costruire e ricostruire.
Decidi tu figlia mia quale amore tu voglia vivere nel tuo passaggio nel mondo.
Se lasciarti andare all'amore ipocrita sereno e calmo di una esistenza sufficiente, o se tu voglia osare a lavorare, soffrire, piangere e gioire per un amore degno di una vita.
Tuo padre, un dì lontano."
L'uomo piegò il foglio ed andò via.
Virginia sognava di cavalcare dei pony.

sabato 11 febbraio 2017

L'EROS

Nel fodero del tuo corpo
custodisco la mia immagine.
E mi imprigiono sempre di più
nei tuoi istinti e nei tuoi aliti.
E stando dentro di te scopro la vita
e il sole, il mare e l'amore.
E fuoriuscendo da te conosco il nero,
il tetro e il sangue del dolore
gelido nelle sue vene, incolore nei suoi occhi.
E ti bacio.
Cerco di riparare anche la mia lingua nel sarcofago
del tuo sospiro.
E ti accarezzo, convinto che ti ruberò il corpo
per farlo eternamente mio.
Talmente egoista da odiare la tua anima
perché possiede il tuo corpo.
Talmente incoerente da detestare il tuo corpo
perché può vivere per sempre con la tua anima.
E in questo moto perpetuo nel gesto
e terminabile nel tempo
cerco l'arrivo, il porto sicuro del tuo gemito,
del tuo amore.
E dopo tutto questo amore
e dopo tutto questo eros,
piove...

mercoledì 8 febbraio 2017

A ferro e fuoco - pt. 4

Il treno arrivò a destinazione.
Stranamente, per essere il sud Italia, non portava nemmeno un minuto di ritardo.
L'uomo pelato e magro scese dal vagone. Indossava una giacca di pelle nera, jeans blu, camicia bianca e occhiali da sole. Sceso dalla carozza, si guardò intorno. Teneva stretta accanto a sé una grossa custodia per chitarra. La stringeva quasi fosse il tesoro più importante al mondo.
Mise la mano nella tasca anteriore destra del jeans e prese il pacco di sigarette. Lo portò alla bocca e con un movimento delle labbra ne estrasse una. Posò il pacchetto nella tasca di appartenenza e con la mano sinistra prese lo Zippo dal giubbotto. Con un movimento rapido sbattè l'accendino sulla parte laterale esterna del jeans e ritirandolo sù fece in modo che si accendesse.
Inspirò profondamente, sputò con rabbia della saliva per terra e si guardò nuovamente intorno.
"Tanti anni lontano per poi vedere che non cambia mai un cazzo. E' davvero casa mia qui. Tutto si muove e tutto resta uguale".
Prese la custodia della chitarra e si diresse verso l'uscita della stazione. Non si aspettava certo di trovare qualcuno che gli desse il benvenuto. Forse, in fin dei conti, nemmeno avrebbe voluto trovarlo.
Uscito, si mosse a passo deciso verso un taxi parcheggiato lì vicino. Aprì il bagagliaio dell'auto senza nemmeno salutare l'autista poggiato sulla parte laterale sinistra del mezzo e posò la custodia della chitarra al suo interno. Chiuse e si andò a sedere sui sedili posteriori.
L'autista, stranito, si sedette al posto di guida e, come ebbe chiuso la sua portiera, sentì la mano dell'ospite toccargli la spalla destra e consegnarli un bigliettino.
- Conosci questa via? - domandò il cliente mentre con l'indice destro si lisciava la lunga striscia sottile di baffi che incorniciava il suo labbro superiore.
- Sì, conosco questo posto - rispose preoccupato il tassista.
L'uomo prese dall'interno del suo giubbotto il suo portafogli e, dopo averne estratto una banconota da 50€, la lanciò al conducente aggiungendo solo la parola - Vacci! -.
Non sapeva se la sua attività avesse cambiato nome, perciò l'unico modo per arrivarci era dare la via esatta.
Il taxi scivolò per le vie in tutta calma. Dopotutto, in città, quei mezzi erano davvero utilizzati poco.
La macchina si fermò dinnanzi ad una sala biliardo. Non aveva certo un bell'aspetto anche se l'insegna, a discapito dell'ingresso, sembrava essere più nuova e con un look decisamente più accattivante.
L'uomo scese dall'auto, prese il suo unico bagaglio e diede un colpo al cofano posteriore dell'auto per invitarlo ad andare via. Guardò l'insegna e, vedendo una scritta diversa da quella che ricordava, un moto di ira gli pervase tutto il corpo.
Alcuni avventori, davanti alla porta, lo guardarono cercando di capire chi fosse e cosa volesse.
L'uomo senza nemmeno curarsi di loro, aprì la porta ed entrò nel locale.
Entrato, vide che tutto all'interno era rimasto uguale a quando aveva lasciato quei luoghi. Mosse alcuni passi in avanti, fra il frastuono della gente e il rumore delle palle della carambola che sbattevano contro il pallino magistralmente colpito. Dopo alcuni passi, posò la custodia per terra e tolse gli occhiali da sole. Si guardò attorno nell'indifferenza della gente.
D'un tratto, però, l'uomo addetto al bar lo osservò attentamente e lo riconobbe. Spalancò gli occhi e tutti quelli a lui vicino gli chiesero che avesse. L'uomo sottovoce disse il motivo della sua apprensione e in brevissimo tempo la notizia si sparse per tutto il circolo creando un enorme silenzio.
"Il tempo rafforza la paura" pensò lui mentre pian piano vedeva il silenzio e la preoccupazione crescere.
Nel silenzio generale solo l'uomo addetto al bar, basso e non del tutto in forma, gli si avvicinò cercando di veicolare un po' di cordialità.
- Vito, mamma mia da quanto tempo. Non sapevo che saresti arrivato -.
- Dov'è? - rispose secco Vito.
- Chi? - rispose l'uomo.
- Quello che gestisce la baracca. Dov'è Giova'? -.
- E' dietro, nel piccolo studio. Oltre il bar sulla destra. Perché? - chiese il tale di nome Giovanni.
- Ti ho dato anche troppo tempo per parlare con me. Torna a fare quello che stavi facendo -.
Vito prese la custodia e si diresse verso il punto che gli aveva indicato Giovanni. Mentre percorreva la strada, passando davanti al bancone del bar e senza voltarsi, disse al cameriere che era rimasto dietro al bancone - "Portami del whiskey. Se non sai quale bevo, chiedi a Giovanni." -.
Arrivato nella piccola camera che fungeva da studio, aprì di colpo la porta e trovò l'uomo che stava cercando.
- Chi cazzo sei tu ora? - domandò il responsabile della sala biliardo, il quale, seduto dietro la piccola scrivania, era impegnato col suo computer a far quadrare la contabilità.
Vito stese il braccio destro e con l'indice alzato gli mimò l'ordine di attendere. Dopo alcuni attimi, arrivò dalle retrovie il ragazzo del bar che posò sulla scrivania la bottiglia di whiskey e un piccolo bicchiere.
Vito, dopo essersi seduto di fronte al responsabile, aprì la bottiglia, riempì il bicchiere e buttò giù il contenuto. Ripetè questa operazione per tre volte, capovolse il bicchiere e lo posò sulla scrivania. Poi cominciò a parlare.
- Due giorni -.
- Due giorni per cosa? - domandò il responsabile.
- Per sparire da qui - .
- Ahahah -. rise il resposabile che riprese senza alcuna preoccuazione il suo da fare.
- Due giorni - ripetè Vito con un tono più categorico.
Il responsabile guardò in faccia l'uomo, sbuffò e poi disse - Senti io ho da lavorare e non posso stare dietro a tutti voi che venite a giocare a fare i boss - .
Vito non si scompose e rilanciò - Ok, allora mettiamola così: hai 24 ore adesso. E fidati che ti sto dando una grande opportunità -.
Dall'altra parte del corridoio, Giovanni e l'addetto del bar osservavano quanto stava accadendo cercando di capire qualcosa.
- Ma chi è quel pazzo? - domandò Mimmo il cameriere.
- Quel pazzo? Mimmo quello è Black Jack -.
- Chi? -
- Vito Battaglia. Era l'ex proprietario di questa struttura. Ed era anche molto di più di un semplice proprietario di un biliardo -.
- E questo tizio col soprannome da telefilm viene a rompere le palle proprio qui? Che va cercando da noi? -.
- Se ti riferisci al nomignolo, bada che non è un soprannome quello. E' la sua firma -.
Giovanni non ebbe il tempo di finire la frase che un forte rumore di vetri rotti arrivò alle sue orecchie. I due, spaventati guardarono in direzione dello studio.
Il responsabile, ricoperto di vetri e con la testa piena di sangue e un enorme taglio alla gola, giaceva morto sulla sua sedia. Vito intanto, prese il bicchiere che fino a quel momento era stato capovolto sul tavolo e messolo poco al di sotto del bordo della scrivania, lo teneva fermo mentre con l'altra mano raccoglieva del whiskey spingendolo verso il bordo per versarlo nel bicchiere.
Riempitolo, bevve d'un sorso, gettò il piccolo contenitore di vetro sul corpo dell'uomo, prese la custodia della chitarra e uscì dallo studio.
Arrivato vicino a Giovanni disse soltanto - Sai che devi fare Giova' - e detto questo andò verso l'uscita.
Il cameriere terrorizzato guardava, prima uno e poi l'altro, il corpo del suo responsabile privo di vita e il collo della bottiglia di Jack Daniel's con la tipica etichetta nera e il vetro ricoperti di sangue.
Giovanni deglutì a fatica la saliva.
- Ora hai capito perché lo chiamano Black Jack? -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

sabato 4 febbraio 2017

A ferro e fuoco pt. 3

La chiave girò nel blocchetto d'accensione.
Il cruscotto della Fiat Grande Punto grigia si illuminò e, dopo che alcune spie furono spente, Francesco mise in moto l'auto per dirigersi verso casa dei suoceri.
La radio si accese e avviò la riproduzione degli mp3 contenuti nella pennetta usb. Partì un brano di Bruce Springsteen ma, tramite i comandi al volante, Francesco cambiò canzone.
Fu la volta di Elvis Presley. Qui il ragazzo lasciò che la musica avanzasse nella sua esecuzione. Adorava Elvis, lo aveva sempre ammirato. Quando lo ascoltava, tantissimi ricordi gli ritornavano alla mente, come anche la voglia di cantare.
Cullato dall'interpretazione del Re di "It's now or never", esecuzione americana della celebre "O' sole mio", Francesco procedeva tranquillo per la sua strada.
Sentì il suo cellulare squillare. Odiava parlare al telefono mentre era alla guida di un veicolo, ma stranamente in quel momento qualcosa gli sembrò diverso. Come se avesse dovuto per forza rispondere a quella telefonata.
Sul display lesse Avv. Leopoldi. Sfiorò col dito l'icona verde e aprì la conversazione.
- Avvocato carissimo, come sta? -.
- Avvocato sarà lei - rispose scherzando Livio Leopoldi.
Era stato il suo dominus durante il praticantato legale, ma sin da subito era diventato anche un grande amico. Era inoltre il suo legale di fiducia e lo aveva anche difeso in alcuni procedimenti.
- Magari fossi avvocato! - replicò Francesco che poi aggiunse dopo una breve risata - Hai bisogno di qualcosa? -.
- No Francesco grazie. Solo vorrei passassi nel pomeriggio dallo studio. Mi sembra opportuno chiacchierare con te di una cosa -.
- Certo! Ora sto andando dai miei suoceri. Sai, oggi è il compleanno di mia figlia, quindi passiamo del tempo con lei in famiglia. Dovrei liberarmi per le diciotto. Se per te non è un problema, passerò per quell'ora -.
- Va benissimo, anche perché ho degli atti da scrivere e prima delle venti non penso proprio di andar via da qui -. Livio si schiarì la voce poi continuò - Per caso hai voglia di scrivermi qualche atto? Roba semplice ovviamente -.
- Come potrei dirti di no -.
- Sei il miglior praticante che ho Francé - disse ridendo l'avvocato.
- Sono l'unico praticante che hai avuto Livio -.
- Appunto! Uno, ma validissimo. Ci vediamo più tardi -.
- A dopo - e detto questo chiuse la conversazione.
Arrivato presso la casa dei suoi suoceri, Francesco trovò subito parcheggio e, entrato nel portone dopo aver citofonato, salì le due rampe di scale che servivano per arrivare all'abitazione dei genitori di Aria.
Il pomeriggio passò serenamente festeggiando la piccola Stefania e chiacchierando in famiglia.
Verso le diciotto, Francesco si presentò puntualissimo allo studio di Livio Leopoldi.
L'avvocato lo fece accomodare nella sua stanza e chiuse la porta alle sue spalle.
- Quando chiudi la porta vuol dire che la cosa è molto importante - disse Francesco.
- Oltre che importante, è davvero seccante - rispose Livio.
- Di che si tratta? -.
Livio si accese una Chesterfield blue e inspirò profondamente. Il gesto non piacque tantissimo a Francesco. Sapeva bene che, quando il suo dominus effettuava quei piccoli movimenti, significava che era nervoso e parecchio turbato.
- Ti dico solo due parole, anzi un nome e un cognome ad essere più precisi - disse Livio dopo aver buttato fuori il fumo dalla bocca.
- Sentiamo -.
- Vito Battaglia -.
Al suono di quel nome Francesco provò un brivido di paura mista a rabbia. Ricordava benissimo quell'uomo che tanto male gli aveva fatto nel passato recente. Il corpo asciutto e muscoloso di Francesco fu scosso da un brivido che gli percorse tutta la spina dorsale.
- Quindi? - domandò il ragazzo dopo aver deglutito la saliva.
- A quanto ho saputo, domani ritornerà in città. Chi me lo ha detto è un amico dei falchi. Quella gente come puoi ben immaginare, ha sempre gli occhi puntati addosso. Il problema è che quelli come lui hanno purtroppo sette vite e, francamente, non so a quale numero sia arrivato lui. Di certo quella passata non era l'ultima -.
Detto questo, Livio Leopoldi si grattò il mento e si lasciò cadere sullo schienale della sua poltrona. Francesco, intanto, tamburellava con le dita sulla scrivania dell'avvocato.
- Perché mai starà ritornando? Aveva fallito con i suoi affari e doveva sparire da questa città -.
- Evidentemente ha altri affari o più semplicemente le acque si sono calmate e sta venendo a riprendersi il suo posto qui -.
I due rimasero in silenzio per alcuni secondi, ognuno preso dai suoi pensieri.
Dopo un po' Francesco si fece coraggio e, guardando Livio, chiese - A che pensi? -.
L'avvocato, dopo aver spento la Chesterfield nel posacenere, disse semplicemente - A te -.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

mercoledì 1 febbraio 2017

I PORTIERI HANNO LE MANI COPERTE

I portieri hanno le mani coperte dai loro errori.
Ed il numero uno a ricordare
che sono i primi responsabili della disfatta.
Volano senza avere le ali
e soffrono senza versare lacrime.
I portieri hanno le mani coperte dai loro errori.
E non importa quanto forte può essere un applauso
se alle loro spalle quella rete si gonfia.
I portieri hanno le mani coperte dai loro errori
e i piedi ben piantati a terra,
pur essendo sempre a mezz'aria tra l'angoscia e la gloria.
Si diventa campioni, ma si nasce portieri.
E l'attenzione degli spettatori ti viene scagliata addosso
Come quella palla che corre verso di te.
I portieri hanno le mani coperte dai loro errori
perché, con i loro guanti, proteggono la loro squadra
e il loro cuore.

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