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sabato 1 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 13

Era ormai passato troppo tempo e Giuseppe il Bianco stava cominciando a spazientirsi.
I vari tentativi dell'avvocato Franciacorta si erano infranti contro l'ostinazione e l'infessibilità di Don Carmelo.
Per molti mesi il legale aveva cercato di rendere sempre più appetitosa la proposta al vecchio uomo di potere, sfiorando alle volte anche l'illegalità.
Ma Don Carmelo non si era mai fatto attrarre dalle sirene lanciategli addosso da Franciacorta.
Quella mattina, all'ennesima notizia negativa da parte del suo avvocato, De Angelis lanciò il cellulare contro il muro.
- Maledetto avvocato di merda! - sbottò - Tutti io li trovo gli incapaci! Che diavolo ci vuole a convincere quel vecchio? -.
Giuseppe si portò la mano agli occhi e premette sugli stessi per cercare di alleviare il mal di testa dovuto alla rabbia che ormai lo pervadeva in tutto il corpo.
Chiamò la segretaria dal telefono fisso che aveva sulla scrivania.
La signora Gilda, una distinta signora bionda e un po' corpulenta di sessantasette anni prossima alla pensione, era da molti anni la segretaria di Giuseppe De Angelis. Lui l'aveva voluta per la sua grande discrezione e per la sua amicizia con la madre. Quando il Bianco si trovò in guai molto seri, la signora Gilda seppe come aiutarlo.
Di questo De Angelis non si dimenticò mai, tanto che appena ebbe l'occasione si sdebitò assumendola nella sua clinica.
Entrata col solito garbo, la signora Gilda chiese cosa volesse.
- Signora Gilda gentilmente mi porti un ginseng grazie -.
- Giornata difficile dottore? -.
- Lei non sa quanto -.
- L'incapacità è un brutto male -.
Giuseppe sorrise a quella frase. Si stupiva ogni volta di come Gilda fosse capace di centrare gli argomenti, quasi avesse l'abilità di leggere nella mente delle persone.
- E' vero, è una piaga da debellare -.
La signora Gilda fece un cenno d'assenso col capo poi disse - Vado a prepararle il ginseng - e detto questo uscì dallo studio.
Giuseppe si alzò dalla sua poltrona e andato verso l'enorme vetrata fissò la struttura dell'azienda che voleva a tutti i costi.
- Ognuno ha il suo punto debole Carme'. E pure tu ne hai uno - e detto questo sospirò. Restò a fissare le ciminiere, mentre rimuginava su quello che avrebbe dovuto fare per far cedere Carmelo Loperfido.
Fu distolto solo dalla voce di Gilda che si era ripresentata nello studio con il ginseng pronto.
- Grazie Gilda, può andare -.
- Con permesso - rispose lei e detto questo uscì.
Giuseppe De Angelis prese la tazzina e se la portò alle labbra mentre continuava a guardare l'azienda. Guardo tutto quel metallo, tutte quelle polveri, i fumi. Sentì l'odore della paura che suscitava quell'enorme pachiderma di ferro: quella di perdere il lavoro, di perdere la salute, di perdere la vita.
- Sei vecchio Carmè. E come tutti i vecchi sai usare il tempo a tuo favore - disse lui quasi rivolgendosi all'azienda che aveva davanti. 
L'ultimo sorso di ginseng, poi pose la tazzina sul piattino posizionato sopra la scrivania. Infine, riprese il suo monologo.
- E cosa soffrono i vecchi? Te lo dico io Carmè: la velocità. E io questo farò: troverò quello che mi serve e lo metterò in atto in maniera fulminea. Ma che dico fulminea, sarò un lampo -.
A quella parola, Giuseppe spalancò gli occhi. "Eureka" pensò.
Si voltò di scatto, si diresse verso la cassaforte nascosta dietro un quadro regalatogli da qualche dottore amico per l'inaugurazione della clinica. Aprì la cassaforte e prese un cofanetto. Con quello tra le mani, si diresse verso la porta del suo studio e chiuse a chiave. Si accertò che la porta non si aprisse.
Andò quindi verso il tavolo in legno presente nel suo enorme studio che serviva per ospitare le persone durante meeting o incontri d'affari. Poggiò il cofanetto sul tavolo e con delicatezza lo aprì.
Guardò il contenuto all'interno di questo e cominciò a ridere di un riso sadico.
Chiuse il cofanetto, si diresse verso la sua scrivania. Pigiò sul telefono fisso il tasto raffigurante una cassa. Dopo pochi attimi si sentì la voce di Gilda.
- Mi dica dottore -.
- Gilda mi chiami Black Jack -.
- Come scusi? -.
Giuseppe guardò di nuovo il cofanetto, sorrise, poi rispose alla segretaria.
- Mi chiami Vito Battaglia -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.


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