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lunedì 13 gennaio 2020

LA ROSA E LE SPINE


(fonte: qui)



Mister Donald Arthur Maverick si sedette sulla sedia vicino al tavolino attiguo alla finestra nella grande sala, adibita agli incontri tra gli ospiti della casa di riposo e i loro parenti.
Come un orologio svizzero, suo figlio Donald Arthur Maverick jr. si era presentato alle ore dodici di quella domenica. Come tutte le domeniche, come sempre alle dodici, da oltre dieci anni.
Se non fosse stato per la visibile differenza d'età, a primo impatto poteva sembrare che il secondo fosse il padre del primo. Infatti, i modi con cui Jr., tronfio dell'essere un pezzo da novanta di una grossa multinazionale, si rivolgeva all'anziano erano proprio quelli di un genitore che redarguisce il figlio.
Dall'inutilità dei suoi ottantadue anni, Arthur parlava della sofferenza che pativa da quando era stato portato lì dal figlio.
- Ancora con questa storia! - sbottò il più giovane.
- Che male ho fatto? Una vita di sacrifici e valori, per poi essere carcerato come l'ultimo dei ladri!
- Non puoi stare da solo.
- E dove hai preso il potere di decidere come far concludere la vita di un uomo?
- Non ho tempo per queste storie.
Il vecchio sbatté la mano sul tavolo - Lo vedi!? E' questo il problema. Tu dici che non vuoi perdere tempo, ma tu non puoi perderlo. Il tempo non è tuo, non è mio, non è di nessuno. Non puoi perdere una cosa che non hai. E' questo il male di questa società: credere che tutto sia vostro. Parlate di perdere tempo, di perdere l'amore, la libertà, la felicità. E non vi accorgete che niente di tutte queste cose vi appartiene. Perfino il nostro corpo non è nostro. Ce lo hanno dato in prestito, per poi renderlo alla fine nelle peggiori delle forme. E ora che mi guardi con quegli occhi come a domandarmi cosa staresti perdendo ora se non il tuo tempo, beh! io ti rispondo: nulla! Precisamente nulla. Perché l'uomo è l'unico essere vivente in questo mondo che guadagna, che impara e che prova. Perché, al contrario degli altri animali, delle piante, delle acque, che già facevano parte dell'equilibrio del tutto, l'uomo ha dovuto pian piano imparare ad essere tale.
Il figlio sollevò gli occhi al cielo e disse - Grazie papà. Ora siamo tutti più felici dopo questa spiegazione.
- Cos'è la felicità?
- Mio Dio!
- Rispondimi. Sei mai stato felice?
- Sì. Quando ho raggiunto i miei obiettivi.
Il padre sorrise amaramente. - I tuoi obiettivi - replicò.
Arthur guardò fuori dalla finestra e disse - Tutti gli anni mi promettevo di essere felice, ed ero talmente preso dal promettermelo che finivo per dimenticare di diventarlo. Ci sono voluti ottant'anni per capire che la felicità non è un obiettivo, non è un momento, non è una scelta, non è un attimo. Che non si ricerca né si costruisce. Ma è semplicemente la somma di tutte le cose che convergono in te. E' un rovo di rose tanto grandi da poterle annusare e troppo strette da poterti pungere.
Detto questo, Donald Arthur Maverick si alzò dalla sedia e andò via.
La domenica successiva, Jr. si ripresentò alle dodici. Al solito tavolo non trovò il padre.
Vide, però, sul tavolo una rosa e sotto di questa una lettera. Notò che la rosa era tagliata sul gambo, piena di spine e con il bocciolo aperto. Prenderla dalla parte del gambo significava mettere la rosa a testa in giù, dando l'impressione a tutti che quella non fosse un regalo gradito. Prenderla dallo stelo significava pungersi e farsi male, dando l'idea di essere stupidi. Prenderla dal bocciolo significava rovinarla, dando l'impressione a tutti di non aver dato valore a quel regalo.
Pertanto, con una manovra secca, sfilò la busta da sotto la rosa. Compiaciuto, la aprì e lesse quanto il padre gli aveva scritto: "E' il modo con cui prendi la rosa che definisce come tu sia felice. Tutto il resto sono solo obiettivi".

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