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venerdì 25 dicembre 2020

LETTERE SOTTO L’ALBERO - PT. 2

 




Volevo amarti.
Davvero. Volevo con tutto me stesso.
Ho tentato di avvicinarmi a te.
Volevo poter tenere la tua anima tra le mie mani,
ma avevo paura di sgualcirti il cuore.
E così restavo tra gli angoli ciechi
dei tuoi giorni bui.
Volevo solo amarti.
Solo.
E solo mi trovo a dirti queste cose.
Ti ho comprato un regalo per Natale.
Lo lascerò sotto l’albero,
che non fa radici
ma sa di famiglia.
Volevo amarti.
Lo giuro.
Ma se un giorno me lo chiederai,
mi rinnegherò tre volte 
per amarti sempre una volta di più.

giovedì 24 dicembre 2020

LETTERE SOTTO L’ALBERO - PT. 1

 

Fonte: qui


Avrei voluto vederti,
per restare zitto,
per farti sentire quanto è schiacciante il peso del silenzio.
Per farti comprendere quanto è palese
il tuo essere così dannatamente vuota
nei miei riguardi.
Perché ad ogni minuto che ti ho donato,
tu mi hai regalato eterni attimi di nulla.
Sempre con la scusa che ci fosse qualcosa di più importante,
di più logico, di più giusto.
C’era tanto di più,
tranne che il mio amore.
E io che chiedevo il meno possibile,
mi trovavo ad avere, più di ogni altro, dolore.
Non sei come il calabrone,
che non sa di poter volare
eppure vola.
Tu sai benissimo, invece, come amare
e hai scelto di non amare me.
Ed oggi mi trovo a dover dire
che tutto l’amore che ho,
finisce tra le mie mani.

domenica 6 dicembre 2020

IL PALLONCINO ROSSO

Fonte: qui


Si erano lasciati da un paio di settimane, eppure Fabio voleva rivedere Amanda.
Non era una idea geniale, dopotutto si erano detti addio a colpi di fai schifo e stronzo.
Erano sempre stati così: eccessivi. E si amavano per quello. Perché, tutta la normalità di un amore sano, non valeva un giorno di ordinaria follia dei loro.
Le mandò un sms in quanto sui social non poteva. Si erano bloccati a vicenda.

Vorrei vederti - messaggio secco.
Dove?

Il solito bar che affaccia sul mare. Ci sediamo sugli sgabelli
vicino al muretto e guardiamo l’orizzonte.

Alle 22 lì. Ci vediamo direttamente al bar.

Ok.

Lui arrivò con quaranta minuti d’anticipo, ma restò fuori dal locale. Non voleva dimostrare che moriva dalla voglia di vederla.
Lasciò sembrare, pertanto, che fu lei ad arrivare per prima.
Amanda si andò a sedere al tavolo prenotato e lui arrivò.
- Da quanto aspetti? - domandò lei.
- Sono appena arrivato. - rispose facendo finta di stranirsi.
- Quel appena suona di mezz’ora.
- Ok, hai vinto.
Ordinarono una bottiglia di vino.
Fabio non aveva voglia di tergiversare. Bevve dal calice.
- Ho una sola fotografia di te. - prese a dire - E’ quella che mi mandasti quando andasti al matrimonio di tua cugina. Avevi un bellissimo vestito nero. Dopo quel ricevimento, ci vedemmo e mi dicesti che era finita. - bevve di nuovo - Capisci? L’unica foto che ho di te è del giorno in cui mi hai abbandonato. Eppure, ogni volta che la vedo, comprendo che ti amo.
- In effetti, fa strano. Ma, infondo, che ci vuoi fare. E’ andata così.
- Io, invece, mi sto domandando se sia andata o se sia rimasto tutto fermo.
- Che vuoi dire?
Fabio bevve un altro sorso di vino e, mentre stava per rispondere, passò di fianco a lui un uomo con una bambina. Aveva in mano un filo legato ad un palloncino rosso.
- Lo vedi quel palloncino? Ecco, noi siamo così.
- Non trovo il nesso.
- Semplice: a te cosa fa pensare il palloncino?
- Gioia, libertà, volare.
- Ecco. Tutte cose belle: eppure il palloncino è un qualcosa che sale in cielo destinato ad una fine sicura. Nel cielo lui esploderà. E’ un condannato a morte, eppure tutti lo vedono come simbolo di libertà e di volo.
- Noi abbiamo fatto quella fine? Siamo esplosi?
- No! In realtà io e te abbiamo fatto il contrario. Lo abbiamo tenuto attaccato alla nostra mano ed ha finito per sgonfiarsi.
- In tutti e due i casi saremmo morti.
- Ma, in uno solo, avremmo vissuto. E non l’abbiamo fatto.
A bere, questa volta, fu Amanda.
- Ho solo una foto di te. Risale a quando mi hai lasciato. Eppure, in quella foto, io ti amo. Come il palloncino, salivo in aria meravigliandomi del panorama mentre di lì a poco sarei esploso per sempre.
Fabio guardò per un attimo il palloncino. 
- Tutti lo usano come simbolo del volare e dell’essere liberi, perché a nessuno interessa la fine che farà. Interessa il momento per cui l’hanno usato, l’emozione che dona lasciarlo andare..... lasciarlo andare. Questo dovremmo fare: lasciare andare il nostro amore. Perché il senso dell’amore sta tutto là: lasciare che l’anima vada dove deve, anche a costo di esplodere in cielo. E dall’alto, credimi, tutto sembra più giusto. Anche i nostri errori.
Amanda guardò il mare - E cosa dovremmo fare ora? Cosa aspetti che io faccia?
Lui sorrise - Semplice! Comprare un palloncino.
- Credevo fare una foto - rispose scherzosamente lei.
- Non ho bisogno di ricordi fino a quando sei con me.
Si alzarono per andare via, ma Amanda si fermò terrorizzata da un pensiero.
- E quando esploderemo? Cosa faremo Fabio? Che succederà quanto tutte le forze ci schiacceranno?
Lui l’abbracciò e rispose - Diventeremo tutt’uno col cielo. Ma, fino a quel momento, salendo un po’ per volta, avremo visto tutto il nostro mondo.
 




lunedì 16 novembre 2020

NON TUTTA LA DOLCEZZA È UGUALE

 



Non tutta la dolcezza è uguale.
Certi abbracci non li dimentichi,
altri nemmeno li senti.
Non si tratta di valore,
ma non tutta la dolcezza è uguale.
Alcuni gesti ti prendono l’anima,
altri ti sfiorano il cuore.
E’ come la serratura della porta:
ci vuole la chiave giusta per aprirla.
Ecco! Se dovessi definire la dolcezza,
la definirei così: una chiave.
E, a seconda del verso,
può aprirti o chiuderti il cuore.
Oggi è uno di quei giorni in cui
dovrebbe vincere quella dolcezza.
Quella che ti apre,
che ti fa sentire vulnerabile.
E’ bello sentirsi vulnerabili per dolcezza.
E’ come essere nel mare
facendo il morto.
Galleggiare, ma con la paura di affondare.
E tu, avrai voglia della mia dolcezza?
Che effetto ti farà?
Come potrò saperlo?
Dopotutto,
non tutta la dolcezza è uguale.

giovedì 5 novembre 2020

ANCORA CERCANDO

 

Fonte: qui



Ti sono andato cercando in tutti questi anni.
In ogni strada che la vita mi ha fatto percorrere.
E ad ogni angolo, immaginavo di trovarti dall’altra parte del muro. Con quanta fretta giravo quell’angolo, per poi sbattere col vuoto e col nuovo. Che poi, per me, erano entrambi la stessa cosa.
Ti sono andato cercando in tutti i posti della mia vita, quelli dei nostri ricordi, quelli delle occasioni perse e mancate, quelli che mi sono costruito da solo.
Ti cerco ancora, sai?
E sbaglio. So che sbaglio. Dio quanto sbaglio.
Ma per ogni colpa c’è un prezzo.
E che valore hanno i miei errori, se l’altro piatto della bilancia piange come me?
Un tempo ti scrivevo. Fiumi e mari di parole. Parole che ora sembrano pioggia, che cade e si infrange a terra.
Mi aggrappo al pensiero che non era destino.
Ma, alla fine, cosa è il destino se non il cappotto con cui i vigliacchi come me si coprono dalle proprie menzogne?
E’ destino! Diremo tutte le volte che perderemo.
E’ destino!
E saremo sempre più sconfitti, sempre più persi.
Ma tu questa cosa non la sai.
Tu, amore mio, hai quel dono che tutto copre:
il tuo sorriso.

martedì 3 novembre 2020

VOGLIO FARE LO SCRITTORE


 


Voglio fare lo scrittore da grande.
Per poterti regalare tutte le parole che ti servono
quando la vita ti toglierà il fiato
per pronunciarne alcuna.
Voglio fare lo scrittore nella vita.
Per poterti correggere tutte le volte che
i tuoi demoni ti priveranno della lingua
per donarti una spada con cui vorrai ferirmi.
Per poterti elogiare quando, a quelli stessi demoni,
non lascerai nulla se non
la vergogna di non averti cambiata.
Voglio fare lo scrittore nella vita.
Perché io possa raccontare a tutti,
anche a te stessa quando la disperazione ti avrà ingabbiata,
di come la vita stessa 
non ti abbia mai domata.
Voglio fare lo scrittore da grande.
E perdermi nell’abisso
della povertà di parole
che mi assale tutte le volte 
che vorrei dirti del mio amore per te.
E chiederò aiuto ad ogni foglio,
ad ogni penna, ad ogni luce 
che troneggia su di una scrivania.
Voglio fare lo scrittore da grande,
perché quando sarò grande so che sarai con me.
E non ci saranno parole sufficienti,
né luoghi comuni né modi di dire.
Perché tutto si ridurrà ad una semplice,
sciocca parola:
amore.

giovedì 29 ottobre 2020

ESATTAMENTE IN QUEL DI’





Pensami.
Proprio in quel giorno, a quell’ora.
Esattamente in quel dì
che, pur distanti,
ci vedrà accomunati.

Pensami.
Così intensamente,
così forte
che io possa sentire i battiti del tuo cuore
tra i vetri delle aule, dei locali.
Tra le pause dei discorsi
e delle domande.

Pensami.
Perché solo nella tua mente
sono presenza viva,
mentre tu sei
certezza eterna 
nel mio cuore. 

martedì 22 settembre 2020

SPARUTE SPERANZE SPERDUTE

 

fonte: qui



Ho bisogno di credere che
i tuoi occhi mi stiano ancora
cercando tra la folla.
Non per me, ma per il mio cuore.
Sai, lui ancora non lo ha capito
che sei andata via.
Non glielo ho detto.
Tutte le volte che lo incontro
nelle mie notti,
mi chiede di te.
E, tenero com’è, si risponde da solo.
A tutto c’è un rimedio
dolce amore mio.
A tutto.
Forse anche alla morte
se ci crediamo un po’ di più.
Ma a quel cuore che tanto sospira e cede,
che tanto avanza e non molla,
a quello, io dico, che non c’è soluzione
se non il tuo amore.
Ora vado, devo metterlo a letto.
Domani mi chiederà di nuovo di te.
Gli dirò di quando ieri
lo accarezzavi ancora durante il sonno.

mercoledì 16 settembre 2020

LA CURVA SOTTO IL POLLICE

 

(Fonte: qui)

Il contadino Philippe non aveva mai parlato tanto.
Figuriamoci se, dopo 25 anni di matrimonio, Bernadette si aspettasse che dicesse qualcosa di più romantico e ardito. Eppure, fu smentita.
Nella modesta cenetta che avevano organizzato solo per loro due, Philippe finì di bere il suo bicchiere di vino e poi disse - Quante ne abbiamo passate, eh Bernadette!?
- Tante. Eppure eccoci qui, col nostro vino di sempre e le stoviglie di un tempo.
- Già. Tutto passa.
- E’ così che va la vita. Sempre verso qualcosa: il mondo, l’amore, la salute, la morte.
Philippe portò le labbra in avanti, poi annuì. Successivamente, prese tanto fiato e cominciò un discorso.
- Sai Bernadette, quando voglio riflettere sulla mia vita, mi guardo le mani. Con tutte quelle righe, quei segni. Sono convinto che tutte le piaghe che ho sulle mani non sono altro che le strade che ho percorso e abbandonato o concluso nella mia vita. Poi la guardo bene la mia mano e trovo una linea continua, semicircolare. Che fa da cornice al pollice. Beh! Per me quella riga sei tu. Ci sei stata all’inizio, ci sei stata all’apice e ci sei ora che tutto pian piano tramonta per far posto alla nuova vita. Per me sei tu quella Bernadette. Sei alla base del pollice che è il dito che ci permette di prendere le cose, che ci differenzia dagli animali. Tu sei lì e quella linea mi ricorda che sei riuscita a trasformarmi in uomo, da bestia che ero, e a farmi afferrare l’amore. E le mie mani continuano a spaccarsi, magari le taglierò anche. Si sommeranno nuove cicatrici alle vecchie e i solchi saranno sempre più profondi. Ma quella linea resterà sempre immutata e continua. Come sarà immutata e continua la mia voglia di prenderti con queste mie mani tutte le volte che vorrai andare via o semplicemente allontanarti.
Bernadette lo guardò poi disse - E’ valsa la pena aspettare 25 anni.
- E’ stato stupendo farli passare con te.
Philippe le diede un bacio sulle labbra. - Ho potuto darti solo le mie mani da lavoratore nella vita, moglie mia.
Bernadette gli accarezzò il volto e rispose - Delle mani che lavorano e un cuore che batte solo per te, sono la ricompensa migliore che una donna possa portare nel letto.
Andarono a dormire sognando altri 25 anni. Philippe guardò le sue mani.
Non le aveva mai viste così belle.

sabato 12 settembre 2020

IL BEL MONDO

 

           
                                                       Fonte: qui



Quando lei alzò la vista, domandò 
- Sai come si chiama quella stella?
- Le stelle non hanno nomi. Glieli diamo noi e sempre noi le uniamo con linee invisibili. Ma, alla fine, sono solo punti nel cielo.
- E se invece si amassero, come gli uomini?
- Si darebbero un nome da sole.
- Forse hanno bisogno di aiuto per amare, come noi.
- Perchè? Tu hai bisogno d’aiuto per amare?
- Magari sì. Tu no?
- No.
- E perché non mi hai mai chiamato amore?
- Perché ti dedico ogni giorno di me.
- Dimmi che mi amerai per sempre.
- Preferisco dirti che ti amerò per tutta la mia vita. Perché solo così avrò la certezza che ogni battito del mio cuore è stato donato a te e non a Dio.

martedì 8 settembre 2020

LA LETTERA MAI CONSEGNATA

fonte: qui


Andato in pensione, scavando fra i suoi cartoni dei ricordi, il sig. Talento scoprì una lettera che non aveva mai consegnato.
Decise di leggerla per capire il possibile danno che aveva arrecato.


"Ti scrivo.
Senza riferimenti, senza punti di geolocalizzazione, senza date.
Come si faceva un tempo, quando, una persona lontana, non potevi vederla né sentirla. Quando i cellulari non esistevano, eppure, questi piccoli pezzi di carta facevano sentire le persone ancora più unite, più intime.
Forse sarà così per te? Chi lo sa!
Fosse così, sarebbe stupendo. Per un milione di motivi.
Fa freddo qui e le mie mani sono ghiacciate. Scrivere mi risulta difficile e, per questo, spero perdonerai la mia calligrafia. Cosa che, da sola, è già imperdonabile.
Credo fortemente che una lettera porti con sé tutta una serie di cose, non solo le parole. Sono convinto che si impregni anche dei profumi, dei colori, dei suoni, di tutto ciò che circonda il foglio nel momento in cui viene scritto. Un po' come i vini, dove le uve si portano i retaggi della terra dove sono state coltivate. Così sei tu. Mi accorgo sempre più che i sentori della tua anima si sono indissolubilmente cristallizzati nella mia. Quasi che il mio cuore sia ormai fuso con il tuo.
Un milione e più di volte ti ho detto di essere fiero di te: come donna, come lavoratrice. E in questo periodo lo sono ancora di più. Ti domanderai perché, ma, conoscendoti, so che ci arriverai da sola.
Si dice che l'anima pesi 21 grammi, eppure la tua dentro di me ha un peso specifico diverso.
Ho immaginato per un attimo la tua faccia nel vedere la busta. Ho riso. Mi ha sempre divertito la smorfia che fai quando provi quel mix di imbarazzo, felicità e ansia. Sei dolcissima. Tutte le volte che la fai, mi viene voglia di abbracciarti fortissimo.
Ho finito il mio cocktail e, come nei migliori film, il bicchiere, per farmi capire il passare del tempo, ha fatto tintinnare il ghiaccio. Sembra tutto un po' come in un film con te. Questa sensazione non mi ha mai abbandonato. Sarà se lo pensi anche tu.
Sarà quante cose pensi e non so; quante cose non pensi assolutamente mentre forse io credo che tu lo faccia.
Il freddo ora è forte. Forse è meglio che rientri.
La seconda persona che mi ha domandato se stessi scrivendo una lettera, ha sorriso ed è andata via. 
Il suo sorriso esprimeva tanto amore.
Un po' come tutte le cose che ti riguardano."

Il sig. Talento si sentì sollevato nel vedere che non aveva arrecato nessun danno a nessun concittadino del paese in cui viveva.
Il sig. Talento pianse nel vedere che, l'unica lettera che in quarant'anni di carriera non aveva consegnato, era la sua.

martedì 21 luglio 2020

IL VESTITO BLU


fonte: qui



Ti ho vista ridere.
Avevi quel vestito blu. Come la tristezza che ti tieni dentro, ma non porti. Che indossi come quel rossetto che non posso più sbavare, con i miei baci.
Avevi quel vestito blu, che indossavi quando mi venivi a trovare. Blu come gli occhi, come il mare. Come gli amanti che, nella notte, si toccano per dimenticarsi poi al mattino.
Ma quanto pesa la vita senza la tua presenza?
Arriveremo a tutto, mentre la vita andrà. Arriveremo a tutto, tranne che a noi.
E allora...
Renditi felice, che il mondò verrà di conseguenza.

mercoledì 17 giugno 2020

SENZA FORMA TRA LA FOLLA




Ti ho riconosciuta
tra la folla.
Eri di spalle, eppure
ti ho riconosciuta.
Eri di spalle,
ma sentivo i tuoi occhi su di me.
Quelli che non mi hai mai tolto di dosso.
Quelli che ho portato in grembo,
come un figlio.
Quelli che mi hai donato
per un anno.
Ti ho riconosciuta
nel mio pensiero di voler cambiare.
Eri di spalle alla felicità
e la felicità di spalle a me.
Come un treno di vagoni che
tira la locomotiva,
senza riuscirci.
Ti ho riconosciuta.
Ti ho rivista.
Ti ho amata.
Eppure ti ritroverò sempre
tra la folla
e non più 
sul mio petto.

martedì 28 aprile 2020

A FONDO PERDUTO


(Fonte: qui)



Ho trasformato le tue lacrime in perle.
Ne ho fatto una collana che tu potessi indossare.
Che brillasse tra il tuo collo
e il tuo petto.
Come risplende ogni tuo sorriso nella mia mente.
Ho chiuso le finestre alle tue paure,
aprendo le porte ai tuoi sogni.
L’ho fatto per condurti a comprendere che
gli unici ospiti della tua anima
devono essere i tuoi desideri.
Ho fatto tutto questo
con un amore a fondo perduto.
E ora che affondo,
ora che torno a fondo,
mi ritrovo perduto.
E mentre io ti adornavo di ricchezze,
pagando questo amore con tutti i miei averi,
tu vedevi in me solo un pezzente e non un donatore.
E mi scansavi allora.
E mi dimentichi adesso.
Ora che sei ricca d’amore
e piena di te.
Mentre io vado a fondo,
Perduto.

giovedì 23 aprile 2020

PENSIERI D'APRILE

(fonte: qui)


Ti ho dato delle regole.
Le hai infrante tutte.
E questo ti fa donna,
poiché solo le donne hanno
il coraggio per cambiare la vita.

Mi hai fatto delle promesse.
Non le hai mai mantenute.
E questo fa di te 
una persona che non ama.
Perché le promesse non mantenute
sono chiodi 
sui polsi dell'amore.

domenica 19 aprile 2020

DOMUS - pt. 2

(fonte: qui)

(continua di pt. 1)

Rumore di vetri rotti.
Incubo.
Spalancare gli occhi e svegliarsi nel cuore della notte tentando di fare meno rumore possibile, perché nessuno sappia. Nemmeno la persona che l'amava di più al mondo e che divideva con lei il letto, oltre che tutte le fatiche del mondo.
Rumore di vetri rotti.
Così ricordava suo padre. Quel rumore nitido, rapido. Un rumore che, dopo il colpo che frantumava il vetro, sembrava non esserci più. Invece era lì, sempre lì. Perché mettendo i piedi sopra i pezzi, questi si rompono di nuovo, e ancora e ancora. Finendo per diventare un eco, leggero, sibillino, quasi costante.
Alla stessa stregua era il suo cuore. Si frantumava in pezzi sempre più piccoli, tutte le volte che babbo ci camminava sopra comportandosi come si comportava. Senza una misura. Perché, da che mondo è mondo, è sempre stato più facile spaventare che educare. Perché l'imperativo affascina sempre di più del condizionale. Perché un indice puntato è un'arma molto più suadente di un pollice all'insù.
Scese dal letto e si diresse verso il balcone. Si affacciò e guardò un po' il cielo e un po' il panorama.
Ma se una persona smette di lottare per non mettere in pericolo le persone che ama, può considerarsi sconfitta? 
Si domandò questo. Con l'innocenza di chi vorrebbe soltanto ammettere di non farcela da sola.
Se Ines, la sua gemella, fosse stata lì, si sarebbero prese per mano e avrebbero canticchiato la canzone che a loro piaceva tanto. Ma Ines non c'era. Perciò, congiunse le sue stesse mani e si sforzò di pensare a quando l'estate, con i nonni, si andava al mare.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti le diceva la nonna.
Ma il tempo i ricordi te li toglie ad uno ad uno come petali di margherita.
- E' successo di nuovo vero?
La domanda di  Umberto le arrivò alle spalle come una spada.
- Da quanto lo sai? - chiese lei senza voltarsi.
- Da quando stiamo insieme. Sono tuo marito. Sono stato il tuo fidanzato e prima ancora il tuo amico. Potresti non voltarti mai, eppure saprei leggere lo spartito del tuo cuore basandomi solo sulle tue pause.
- Hai mai pensato a come sarebbe se io non ci fossi?
- Ogni giorno. Da quando mi sono innamorato di te, ogni giorno.
- E cosa fai?
- Do il meglio di me per non far sì che tu vada via.
- E se morissi?
- Do il meglio di me per far sì che tu vada via con la consapevolezza che in questo mondo hai avuto tutto quello che c'è.
- Se il tutto non bastasse a sanare le ferite?
- C'è l'amore che guarisce sempre tutto. Bisogna soltanto decidersi a guarire quelle ferite. Perché alle volte ci culliamo di averle. Sono una scusa valida per restare lì dove siamo e non prenderci la responsabilità di lavorare per essere felici.
- La fai facile tu.
- E tu la fai difficile.
Umberto sospirò, poi disse - Sai cosa diceva mio zio? Che l'amore e l'odio sono come il mare e la neve. Sono fatti entrambi della stessa sostanza, ma la neve, quando arriva la bella stagione, si scioglie e rivela i paesaggi più belli. Il mare invece resta lì. E' vittima delle correnti, diventa piatto o ondoso, ma è sempre lì. Eppure pensiamo sempre che l'inverno sia lunghissimo, senza fine. Come i dolori. Ci focalizziamo troppo sul dolore per non vedere che abbiamo l'amore a portata di mano.
- Queste cose sono smancerie da film.
- Vuoi che te lo dimostri?
Fabiana si voltò e lo guardò con un atteggiamento quasi di sfida.
Vide il ragazzo entrare in casa. Lo attese. Sentì qualche rumore provenire, probabilmente, dalla cucina. Dopo un po' lo vide ricomparire con una bottiglia di birra da 33cl.
- Mi vuoi convincere facendomi ubriacare?
- No. Molto peggio.
Come ebbe finito di dire quella frase, Umberto scaraventò la bottiglia a terra. Il vetro si frantumò in molteplici pezzi.
- A cosa stai pensando ora Fabiana? -  domandò concitato il ragazzo, mentre lei impietrita fissava il pavimento del balcone pietro di vetri.
- Su cosa ti stai fissando ora?
Nessuna risposta.
Con un tono di voce ancora più alto - A cosa stai prestando attenzione? A quei dannati vetri o a me che ti amo e che sto facendo di tutto per salvarti da anni?
- Perché mi fai questo? - domandò disperata.
- Perché voglio farti capire che un dolore si può vincere, che dall'ora più buia può sempre uscire ciò che ci fa risplendere. Nella camera oscura i più grandi fotografi fanno uscire i migliori scatti. Ma da un'anima buia può uscire solo un risultato: l'oblio. E l'oblio è peggio della morte. Perché la morte ci serve per poter dire che abbiamo avuto una vita. L'oblio è tutto quello che sta nell'ombra. E all'ombra della vita, nemmeno l'universo ha posto le proprie stelle.
Detto questo il ragazzo andò in cucina lasciando Fabiana lì dov'era.
Restò così qualche minuto, immobile come una statua.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti pensò di nuovo.
La ragazza si voltò, guardò il cielo e disse sottovoce - E quanto amore serve per recuperare una vita brutta?
Vide due braccia che la cingevano e quella voce, che c'era sempre stata, risponderle - Uno. Quello vero.


(continua)

giovedì 16 aprile 2020

PAINT - pt. 2

(fonte: qui)



(segue...)
A quella risposta, Lorenzo attese un attimo prima di replicare.
Ci furono alcuni minuti di sospensione, poi sotto al suo nome nello schermo comparve la scritta sta scrivendo...
Il messaggio arrivò come un pugno allo stomaco - Non dirmi niente adesso -
Sara restò un po' interdetta. Non era esattamente l'atteggiamento che si attendeva. Si risentì un po', e per tutta risposta, scrisse un freddissimo - Ok -.
Buttò il cellulare sul letto e continuò a guardare il televisore che, come sempre, era qualcosa di davvero inutile nella sua vita.
Mezz'ora dopo, il cellulare cominciò a vibrare più volte. Sara, quasi vicina ad addormentarsi, si destò da quel torpore e diede uno sguardo allo schermo. Era Lorenzo.

- Scendi - 
- Ma sei scemo? E' l'una e mezza di notte! -
- Appunto -
- Appunto cosa? -
- Le tragedie cominciano tutte a mezzanotte. Essendo abbondantemente passata, possiamo programmare il futuro -
- Tu sei pazzo -
- Muoviti -

Sara portò le labbra in avanti, continuando a guardare lo schermo. Era stata mesi a seppellirsi sotto la terra arida dei rimorsi. Una pazzia, a questo punto, non avrebbe cambiato nulla. O forse sì?
Non ebbe il tempo di realizzare la risposta, che si trovò di fronte al ragazzo che le sorrideva.
- Andiamo.
- Dove? 
- Mamma mia come sei pesante! 
- Non mi piace brancolare nel buio. 
- Ma se è una vita che lo fai!
Sara riportò nuovamente le labbra in avanti e replicò un secco - Sei uno stronzo.
I due risero.
Si fermarono in un piccolo bar ancora aperto e presero due birre. Si accomodarono ad un tavolino all'area aperta.
- Sai Lorenzo. Non so come ci sei riuscito, ma hai fatto partire qualcosa dentro di me. Non dico di averla superata, molto probabilmente ci sono dentro fino al collo ancora. Ma quello che sento ora è di non essere destinata a tutto questo. E' sbocciata dentro di me l'idea che, infondo, tutto quello che ho me lo hanno appioppato gli altri e che di mio in questa vita non ci sia un bel niente. Quindi, se perdo tutto, non perdo nulla. Anzi: ci guadagno me stessa. C'è solo un piccolo aspetto.
- Quale?
- Non so fare nulla. Nel senso: non mi sento capace di fare alcunché. L'unica cosa che so fare è questa - Sara prese un fazzolettino di carta e cominciò ad arrotolarlo intorno all'indice e il medio. Armeggiò un altro po' facendo altri movimenti con le mani. Creò un origami a forma di rosa.
- Interessante - disse ridendo Lorenzo.
Si guardarono un po'. Il ragazzo prese l'origami dopo aver bevuto un sorso di birra - Sai cosa mi fa ridere? La gente che crede al fatto che il non saper fare nulla sia uno svantaggio. Per il mio modo di vedere è una grande fortuna. E sai perché? Perché puoi imparare qualsiasi cosa tu voglia. Siamo sempre schiavizzati da un genitore, un amico, un compagno che ci dice cosa dobbiamo fare, cosa è meglio per noi, che strada dobbiamo percorrere. Il non sapere niente di te stesso è la più alta forma di libertà. Ti permette di conoscere tutto e non solo la parte che ti hanno imposto. E poi, secondo me, quando una persona non sa fare nulla è perché la sua anima sa esattamente quale è la sua strada. E non vuole più perdere tempo. Come le bussole: indicano sempre il nord, qualsiasi direzione tu prenda.
- Vuoi dire che sono piccola e tonda?
Lorenzo la scrutò un po' - Se continui a poltrire dentro casa al tonda ci arrivi sicuro.
- Ti ho già detto che sei uno stronzo?
I due risero.
Finita la serata, arrivarono sotto casa di Sara. Si guardarono.
- Perché tutto questo Lorenzo?
- Ti ho visto sorridere tante volte. Volevo vedere quanto si sarebbe allargato il tuo sorriso se fossi stata realmente felice. Gli occhi delle donne sono tutti belli, ma gli sguardi di quelle felici lo sono ancora di più.
Sara sentì quella frase entrarle dentro e decise di andare via.
- Buonanotte.
- Buonanotte.
Trascorse un mese. Il giorno della discussione arrivò e Sara lo affrontò con uno spirito nuovo. Qualcosa di davvero diverso. Andò benissimo e fu l'orgoglio di tutti. Ma quello che più la colpì fu che era orgogliosa di sé stessa.
Uscita dall'Aula Magna con la corona d'alloro in testa, salutava e ringraziava tutti. Cercò Lorenzo, che le aveva promesso che sarebbe stato presente.
Lo vide sbucare da dietro un gruppo di ragazzi che bevevano prosecco.
- Da te non me lo aspettavo - disse Sara.
- Mi sono solo allontanato un attimo. Ho sentito la discussione. Volevo solo non presentarmi a mani vuote davanti ad una dottoressa.
Il ragazzo tese a Sara la mano che fino a quel momento aveva tenuto dietro alla schiena. C'erano dieci rose fatte di carta, identiche a quelle che aveva creato lei quella sera al bar.
Sara sorrise, pensando che quello fosse il dono più bello che avesse ricevuto.
- Ovviamente non è questo il mio regalo.
Lei lo guardò negli occhi - Non sarà mai bello come questo.
Quella sera, la festa di laurea fu un successo.
Ormai alla fine dei festeggiamenti, Sara era seduta ad un tavolo con Lucilla. Si avvicinò Lorenzo.
- Posso?
- Certo - disse Sara.
- Io credo di andare a casa - aggiunse Lucilla.
- Ok. Grazie per essere venuta.
- Buonanotte ragazzi.
I due videro la loro amica andare via.
- E' tempo del mio regalo, vero?
- Credo di si. Ormai sei rimasto solo tu.
Lorenzo porse il pacco alla fresca laureata. Vi trovò un bellissimo bracciale.
- Ah! Dimenticavo - Il ragazzo mise la mano nella tasca destra della giacca e ne estrasse un altro origami a forma di rosa.
Sara sorrise, lo prese e ringraziò. Guardò il tavolino e vide che c'era un portafazzoletti d'acciaio. Prese un fazzoletto e cominciò a piegarlo. Dopo un po', consegnò la sua creazione a Lorenzo.
Era anch'esso un bellissimo origami a forma di rosa. Solo il colore differenziava i due origami: il fazzolettino usato da Sara era rosso.
I due si guardarono con tutta la dolcezza del mondo.
- Devi dirmi qualcosa? - domandò lui.
Lei gli sorrise con quel sorriso che lui aveva sperato tante volte di vedere. Poi, una semplice risposta.
- Sì.

martedì 14 aprile 2020

PAINT - pt. 1


(fonte: qui)



Nel buio della camera, il volto di Sara era illuminato solo dalla luce della tv.
Il televisore, da più di un'ora e mezza, stava proiettando una serie che non era riuscita a seguire per nemmeno un minuto.
Era una di quelle solite notti dove pensava di non avere la Luna storta, ma tutti i pianeti contro.
E a quelli si aggiungeva la sua mente che non finiva mai di macinare chilometri in quella lunga strada che si chiama memoria. La conosceva bene Sara. E sapeva ancora meglio che era asfaltata solo da ricordi che fanno male, che feriscono, che ti rubano prima il sorriso e poi il cuore.
Perché il sorriso è il cuore del tuo stesso cuore.
Pensava a come era stato possibile ritrovarsi lì, con un televisore senza colori e con una serata senza emozioni. A come si era arrivati a tutta quella solitudine, quando tutta la vita del mondo le era tra le mani e dentro gli abbracci che costantemente regalava.
E si domandava perché i suoi occhi dovessero ancora continuare a piangere, quando poi di tutte quelle lacrime, nessuna aveva prodotto rumore nella vita di qualcuno.
Nel turbinio di tutti questi pensieri, non si accorse che per il quinto giorno il suo telefono vibrò per un messaggio su Whatsapp. Sempre lo stesso messaggio, sempre alla stessa ora. "Buonanotte". Né di più né di meno.
A che diavolo serve mandarmi questo messaggio se non ti rispondo?! pensò seccata Sara.
Lasciò il telefono lì dov'era e continuò a far finta di vedere la tv.
La sera dopo, era nella vasca da bagno come sempre immersa nella schiuma, e ascoltava la sua playlist su Spotify.
Mentre, rilassata e con gli occhi chiusi, si lasciava andare sulle note di "Fields of gold" magistralmente interpretata da Eva Cassidy, sentì il suono del messaggio. 
Si seccò tanto. Talmente tanto da rispondere un freddissimo "Devi dirmi qualcosa?"
Sara vide le spunte del messaggio diventare blu. Poi, il nulla.
L'evento si replicò per ulteriori venti giorni, finché una sera qualcosa cambiò.
Sara in quei giorni era più triste che mai. Il periodo non le era favorevole. A breve si sarebbe dovuta laureare, e questo la costringeva a pensare a cosa voleva fare da grande; in quei giorni cadeva quello che avrebbe dovuto essere il suo settimo anniversario con Ferdinando, che però l'aveva lasciata proprio in periodo di tesi; i problemi con sua madre che continuava a rimproverarla di essere arrivata alla soglia dei trent'anni senza una stabilità economica.
Era profondamente a terra. Ma quella sera, stranamente, quella "buonanotte" non arrivò. E nemmeno la sera successiva.
Alla terza notte, verso le due, Sara guardava quella chat ferma al suo "Devi dirmi qualcosa?". Vide in quel messaggio tutto il brutto di ciò che stava passando. Si pentì un po'. Senza pensare alle conseguenze scrisse "buonanotte" e premette invio, per poi pentirsi un secondo dopo.
Il messaggio fu letto subito e la risposta fu "Devi dirmi qualcosa?" con annessa emoticons con la linguaccia. Sara rispose di no.
"Correggo la domanda: devi dirTi qualcosa?"
Lei si stranì della domanda, poi, ancora senza pensarci, "Forse sì, ma non ho le risposte"
"Evidentemente non ci sono ancora le domande."
"Già"
"Vuoi fare un gioco?"
"Sentiamo"
"Ci vediamo fra tre giorni al mio laboratorio."
"Per fare cosa?"
"Per giocare"
La conversazione finì lì.
Dopo tre giorni, Sara si presentò dove Lorenzo le aveva detto. Il suo laboratorio di teatro, dove costruiva le scenografie per la sua compagnia. Lorenzo era alto e atletico e gli sembrò migliorato dall'ultima volta che lo aveva visto. Vestiva casual e aveva uno zainetto che portava solo sulla spalla destra. Sara, di contro, si sentiva un catorcio.
- Vieni con me - disse il ragazzo.
Aveva il tono di chi sapeva esattamente cosa fare. Si lasciò trasportare.
Dopo essere entrati nel laboratorio, parlando del più e del meno, i due si diressero in un atrio alle spalle dello stesso. Si fermarono di fronte ad un muro di cartongesso dell'altezza di due metri e lungo un metro e ottanta, posto sopra una base con quattro ruote.
Lorenzo armeggiò alcuni secondi dentro lo zaino, poi prese una bomboletta spray e la diede a Sara.
- Facciamo un murales? Guarda che io non so disegnare.
- Vai dietro il muro. Con la bomboletta scrivi tutto quello che vuoi. Tutto. Dalla prima all'ultima cosa. Dalla migliore cosa che hai, alla peggiore persona che conosci. Appena avrai finito torna qua.
- Perché dovrei fare una cosa simile?
- Non è ancora il tempo dei perché?
- E per quale motivo?
- Perché a te servono domande. E il "perché" è la parola che precede le risposte.
- Non mi va.
- E' proprio quello il motivo per cui tu devi fare quello che ti dico.
Sara guardò Lorenzo negli occhi e capì che non sarebbe stato facile vincere contro una persona che per trenta giorni di fila ti aveva mandato una buonanotte senza aver mai avuto una risposta.
Fece quello che gli aveva chiesto. Andò dietro al muro e vide questa enorme facciata bianca. Sembrò davvero essere una linea della vita. Cominciò a scrivere di tutto. In orizzontale, in verticale, diagonale. Scrisse ogni cosa, mentre Lorenzo intanto si allontanava.
Dopo aver finito, si sentì quasi soddisfatta. Ritornò da Lorenzo e lo trovò con un enorme martello in mano.
- Che diavolo ci fai con quel coso?
- E' per te.
- Cioè?
- Ora prendilo e distruggi il muro. Ma lo distruggerai da questa parte. Dalla parte in cui è ancora tutto bianco.
- Non sarebbe più logico farlo dalla parte scritta?
- No.
- Perché?
- Distruggilo e te lo dirò.
Sara guardò il muro e cominciò a dare colpi fortissimi col martello. Lo demolì tutto e lo vide cadere sotto i suoi colpi. Come ebbe finito, Lorenzo si avvicinò e prese un pezzo di muro.
- Solo distruggendo la parte pulita di una persona, scopri che dentro ha tutto un mondo di frasi e domande mai lette - e le porse il pezzo di muro dove si intravedevano alcune scritte.
Sara guardò l'oggetto che aveva tra le mani, poi disse sarcasticamente - Quindi io sono il muro e tu sei il martello, giusto?
- No. Il martello e il muro sei sempre tu. Sono le due facce della stessa medaglia. Io sono le ruote che sono sotto al muro, lo zaino che conteneva la bomboletta, il custode del martello. La gente crede sempre di essere il motivo per cui gli altri cambino. Niente di più sbagliato. Le persone cambiano perché hanno trovato la forza di farlo. Noi possiamo solo accompagnarle e aiutarle a trovare gli strumenti per farlo.
- E ora che succede?
- Semplice. Come tutti i muri abbattuti o puoi alzarne un altro ancora più robusto e più alto oppure puoi andare dall'altra parte e scoprire cosa c'è.
Sara ci pensò un attimo, mentre il silenzio prese il sopravvento.
- Ora puoi andare - disse Lorenzo.
- Ma tu fai sempre così?
Il ragazzo sorrise, poi rispose - Solo quando ne vale la pena -
- E tu cosa ci guadagni?
- Un motivo per distruggere il mio di muro.
Detto questo il ragazzo guardò in un punto imprecisato, poi disse - Ora devo ripulire. Grazie per essere venuta -
Sara capì che doveva andare. Aveva toccato qualcosa nell'animo del ragazzo e quel momento, stranamente, la fece sentire vicinissima a lui.
La sera, indecisa se scrivere o no, Sara continuava a tenere fissi gli occhi sulla chat.
Mentre pensava a cosa scrivere sentì il suono del messaggio che compariva.
- Devi dirmi qualcosa? - domandò Lorenzo.
Sara sorrise, poi rispose - Sì - 


sabato 11 aprile 2020

DOMUS - pt. 1


(fonte: qui)




Quando Fabiana mise il piede fuori, dopo più di tre mesi che non usciva di casa, le sembrò di essere tornata da un'altra dimensione.
La sensazione di paura mista ad emozione la disorientò tantissimo. E, pur conoscendo la risposta, si domandò comunque il perché.
Nella sua vita era sempre andata oltre. Era uscita di testa, uscita fuori dagli schemi, uscita di senno. Ma accedere di nuovo all'esterno di quel palazzo, le sembrò qualcosa di mai fatto prima.
Vivere pensò, con una intensità talmente grande da farla quasi commuovere.
Girò a destra e si diresse verso la piazza del paese popolata come sempre la domenica mattina da ragazzini e famiglie.
Il sole quel giorno era accecante, quasi volesse aiutare Fabiana a vedere ogni piccolo essere, vivente o inanimato, presente sulla sua strada.
Entrò nel bar e ordinò un succo al mirtillo.
Enzo, il barman storico, fu entusiasta nel vederla e, contentissimo, le preparò quanto aveva richiesto.
Salutava tutti Fabiana con la sua tipica allegria che, dall'esterno, non sembrava essere stata intaccata. Mentre attendeva il succo, sentì una voce provenire dalla sua destra.
- Quindi è vero che niente ti spezza!?
Fabiana riconobbe quel timbro e sorridendo disse - Deve ancora nascere chi può farlo.
- O è già morto - replicò lui.
Bruno era un ex collega licenziato qualche anno prima e che, adesso, si ritrovava a tirare avanti con lavori saltuari e senza inquadramento.
Erano rimasti amici anche dopo la parentesi lavorativa e si erano confidati un po' delle loro disavventure perché, avevano capito, che solo Atlante può portare il Mondo sulle spalle. Tutto il resto è più facile risolverlo se lo dividi.
- A quanto pare stavolta è morto lui - disse ridendo Fabiana.
Bruno ordinò un caffè, sottolineando ad Enzo che l'avrebbe pagato la sua amica. 
- Credi che mi possa offendere per un caffè? Te ne pago pure due.
I due risero e, dopo aver consumato, uscirono fuori dal bar.
- Ti va una passeggiata? - domandò Bruno.
- Ora come ora mi va qualsiasi cosa.
- Anche parlare?
- Pure quello.
Passeggiarono per un po' raccontandosi qualsiasi tipo di cosa. Senza schemi, senza freni. Come sempre. Sei mesi di silenzio sono tanti per chi si sa ascoltare.
- Sai Bruno, sapere che c'è qualcuno nel mondo a cui puoi affidare ogni tua parola in totale libertà è una delle fortune più grandi che si possano avere. Dopotutto le gesta dei grandi eroi del passato erano tramandate oralmente.
- Ammazza, non sapevo di avere Ulisse come amica!
- Al posto suo, io non sarei tornato a casa. Avrei girato tutto il mondo.
- Per quanto grande sia, nessun posto colma il vuoto di casa tua.
Fabiana sorrise con un po' di amarezza. - Secondo te dov'è casa? - domandò lei.
- Dove ti mandano le cartelle esattoriali - rispose scherzosamente lui.
- Seriamente Bruno. Dov'è casa?
Bruno guardò per un attimo i ragazzi che giocavano nella piazza del parco dove si erano fermati a parlare. Seduto su quella panchina fissava davanti a sé.
- Pensiamo sempre che casa sia un luogo, una posizione. Molto spesso casa per me è stata una situazione, un particolare momento, una parola, un gesto. Qualcosa che mi fa sentire protetto da ciò che arriva da fuori, ma soprattutto un "dove" in cui io posso mettere tutto il fascio dei miei sentimenti.
Fabiana rifletté un attimo su quelle parole. - E come la trovi questa "casa"?
- Non la trovi. Semplicemente ti ci senti dentro. Come quando cerchi davvero un immobile e poi trovi quello che ti fa scattare qualcosa.
- E se nessun posto lo senti casa?
- Vuol dire che devi ancora costruirla. Come l'amore Fabiana.
- E l'amore può essere casa?
- E' questa la domanda Fabiana, è questa.
Il pomeriggio, sdraiata sul letto a fissare il soffitto, la ragazza pensava a quello che aveva. Lavoro, matrimonio, alti e bassi. Pensava a come la vita potesse modificare il suo equilibrio non dandoti nemmeno il tempo di capirne i cambiamenti. Una enorme roulette russa dove a cambiare non è il posizionamento del tamburo, ma l'arma direttamente.  E quando si modifica l'arma, cambia il peso, il proiettile, il rumore, l'impugnatura, i danni, gli effetti. E tu devi giocare, sapendo che prima o poi un colpo partirà. 
Sentì la porta aprirsi e vide Umberto, suo marito. 
Lui la baciò sulle labbra - Sei stata tutto il giorno a casa?
Lei lo guardò dolcemente e, dopo avergli accarezzato il volto, gli rispose - No, ma ci sono appena entrata.

venerdì 27 marzo 2020

L'ESPRESSIONE - parte 3 -

(fonte: qui)


Erano passati giorni da quel giro in moto.
Come tutte le cose che rompono gli equilibri, c'era bisogno di un po' di tempo perché i due interiorizzassero l'accaduto.
Avevano continuato a lavorare serenamente come due colleghi normali.
Un giorno, però, Alex provò un senso di mancanza più profondo degli altri. Aveva visto Livia sorridere mentre guardava il cellulare. Molto probabilmente un video o più verosimilmente un messaggio.
Pensò che avrebbe voluto vederla sempre ridere per lui.
Finita la giornata lavorativa, Alex si volse per cercare la ragazza. Non la vide. Come un razzo, allora, si gettò nel parcheggio.
Livia stava per partire con la sua auto, ma riuscì senza sapere come a fermarla.
- Che succede? - domandò lei in un misto di preoccupazione e incomprensione.
- Resta con me oggi.
Livia spalancò gli occhi incredula. Alex capì di essere andato troppo oltre, ma a quel punto tornare indietro era impossibile.
- Prendiamoci mezza giornata.
Livia abbassò lo sguardo - Ascolta Alex, sei un bravissimo ragazzo. Ma io frequento una persona e non mi sembra davvero il caso di...
- Non voglio niente da te. Non ti chiedo niente né ambisco a qualcosa. - sospirò - Hai mai provato la sensazione di tenere così tanto ad una persona che non ti importa di far parte della sua vita, ma soltanto di vederla felice ogni singolo istante? Bhe, questo provo io. Vuoi sapere se ti amo? Ti rispondo: sul ciglio di sto burrone sono ad un passo dalla caduta. Ma se cadere servisse a portarti alle stelle, allora precipiterei guardando il cielo. E tutto sarebbe stupendo... anche la mia fine.
- Credo sia meglio andare - disse Livia che non era in grado di proseguire il discorso.
- Io sarò ad aspettarti dove eravamo giorni fa. Arriverò alle tre e starò lì per due ore. 
Livia accennò un timido sì col capo, poi accese la vettura. Alex gli pose una mano sul braccio sinistro.
- Non ti chiedo nulla: voglio solo avere la possibilità di avere un po' di tempo con te. Ogni giorno concediamo tempo a chiunque, anche a chi non vogliamo. Gli amori vanno e vengono, ma il tempo non torna mai. Tutto il tempo che mi donerai non tornerà mai più. E noi non saremo mai gli stessi in ogni attimo che vivremo.
Il pomeriggio sembrò non arrivare mai per Alex. La F800R sfrecciò come se lui sapesse di trovarla lì ad attenderlo. Furono ore di rimorsi e domande.
Stette lì, impaziente e speranzoso. Guardò l'orologio che segnava le 16.45. Si soffermò sul casco, poi il mare, poi la moto ed infine la strada. Fu contento di aver scelto la moto. Il casco integrale gli avrebbe precluso suoni, rumori, voci. Avrebbe sentito solo se stesso.
Tese il braccio per prendere il casco, ma sentì una voce dietro di sé.
- Vedo che abbiamo la stessa idea.
Alex si girò stupito. Aveva perso le speranze di vederla. Vide tra le sue mani un casco.
- Di chi è quel casco?
- Di mio fratello.
- Ma tu non vai in moto.
- Infatti, sono venuta con la mia macchina.
Il ragazzo la osservò con aria interrogativa.
- Andiamo! -  disse lei.
Lui la seguì. Capì che aveva qualcosa in mente e decise di lasciarle fare tutto.
In sella alla BMW, la ragazza alzò la visiera del casco. 
- Mi fido di te. Per questo quarto d'ora non deludermi e non farmi del male.
Il ragazzo accese la moto e partirono. Il sole si rifletteva sullo specchio d'acqua come un enorme faro che illuminava solo loro su tutta la scena.
Guidò con prudenza e con abilità. Cercò di capire quando poteva osare e quando no.
Quindici minuti di una moto e un abbraccio continuo.
Quando tutto fu finito, Livia scese dalla moto, tolse il casco e lo guardò.
Lo stesso fece Alex tentando di imprimere nella sua mente ogni lineamento di quel volto che non avrebbe mai più visto così.
Lei lo destò con una frase.
- Avremo tempo.
- In che senso?
- Io e te Alex. Avremo ancora tempo.
- E cosa te lo fa credere?
La ragazza sorrise e, voltandosi di spalle, salutò il ragazzo agitando il casco e rispondendo - La tua espressione.



domenica 22 marzo 2020

PRIMA TE

(fonte: qui)



Guarderò sempre prima te.
Come pescatore che guarda la stella polare,
che indica ma non obbliga la via.

Guarderò sempre prima te.
Perché, anteporre la tua felicità,
vuol dire posticipare i miei dolori.

Guarderò sempre prima te.
i tuoi occhi che cambiano,
i tuoi seni che sussultano,
le tue parole che mi toccano.

Guarderò per sempre prima te.
E con te guarderò gran parte di me
perdersi nella mappa della tua vita,
dove tutte le strade portano al tuo cuore
e solo una alla tua anima.

Ti guarderò le spalle,
non per vederti andare via,
ma per proteggerti.
E anche se un giorno tu dovessi abbandonarmi,
guarderò per sempre prima te.

Perché per il prezzo che c'è da pagare,
il resto che mi devi
è solo un sorriso.



venerdì 20 marzo 2020

L'ESPRESSIONE - parte 2 -

(fonte: qui)


Alex, tutti quei giorni, li aveva passati a sbirciare Livia che lavorava alla sua scrivania posta a qualche metro dalla sua.
Il lunedì famoso non tardò ad arrivare, ma non voleva assillarla né darle l'idea che fosse impaziente. Decise di aspettare un altro po'.
Finito l'orario di lavoro, il ragazzo prese il casco e, dopo aver salutato tutti, uscì fuori al parcheggio custodito dell'azienda e si diresse verso la sua motocicletta.
Arrivato, mise la chiave nel quadro di accensione, la girò in direzione ON e accese il mezzo. Mentre stava per infilarsi il casco sentì la voce che attendeva da giorni.
- Ehi Valentino Rossi.
Alex sorrise, si voltò e salutò Livia.
- Volevo dirti che ho finito di leggere i tuoi scritti, ma nella fretta stamattina ho dimenticato il cartaceo a casa.
- Non preoccuparti, preferisco lo tenga tu.
- Ma come siamo gentili.
- Si ok, ma tu ora mi devi una recensione.
- Ora?
Il ragazzo sorrise di nuovo, porse il suo casco alla ragazza - Sali! -
Livia non si aspettava un gesto simile. Alex era sempre stato un tipo stravagante, ma così impulsivo mai. L'idea però le piaceva, la giornata era splendida e un giro in moto ci stava tutto.
Dopo aver indossato il casco, salì in sella alla motocicletta dove il ragazzo l'attendeva già pronto per partire. Alex le indicò il modo corretto per fare la zavorrina - Tieni le braccia sul serbatoio. Se vado troppo forte, o hai timore, basterà solo che tu mi dia due colpetti con la mano sulle costole e io capirò che devo rallentare, ok?
- Ok?
- Bene.
La bellissima BMW F800R nera metallizzata si mosse in maniera fluida. Alex non aveva ben in mente dove andare, ma pensò che il mare sarebbe potuto essere uno scenario ideale.
Mentre guidava sulla strada che costeggiava il litorale, sentì Livia stringere le braccia per tenersi ancor più aggrappata a lui. Per un attimo, gli venne il desiderio di aumentare la velocità per sentirsi sempre più abbracciato da lei.
D'un tratto, però, sentì all'altezza dello sterno due colpi secchi. La ragazza chiedeva di rallentare. In effetti aveva ragione: non si era accorto che il contachilometri segnava 120. Ironicamente pensò anche che quel gesto rappresentava tutta la situazione che stava vivendo: era proprio lì che Livia l'aveva colpito. Al cuore.
Si fermarono in una zona dove a farla da padrone erano gli scogli.
Andarono a sedersi e cominciarono la loro chiacchierata.
- Sono davvero colpita. Non pensavo scrivessi così bene.
- Grazie, mi fa piacere che tu abbia gradito.
- Posso chiederti come mai hai voluto che leggessi i tuoi scritti?
- Perché sapevo che avresti capito ogni singola parola. Non tutti gli occhi sono abili ad osservare.
- E i miei sono capaci?
- Sono abbastanza grandi perché ci possa entrare il mondo di una persona.
- E il mio?
- Ce lo fai vivere stando semplicemente accanto a te.
Livia assunse di nuovo quella sua espressione.
- Eccola là.
- Ma mi spieghi che smorfia faccio?
L'espressione della donna più bella del mondo pensò. - Semplicemente la tua -  si limitò a rispondere.
Si guardarono negli occhi il tempo necessario per far capire ai loro cuori che la linea di confine era stata superata. 
Il mare, però, che da sempre sa dire quell'ultima parola che tutto può concludere e tutto può sancire, decise che era arrivato il momento per il ragazzi di terminare il loro momento insieme. 
Un'onda un po' più alta delle altre, si infranse sugli scogli provocando un rumore che destò i due.
- Andiamo - disse semplicemente Alex.
- Sì - rispose Livia con un tono che sembrò troppo dolce anche a sè stessa.
Saliti sulla moto, la ragazza senza accorgersene abbracciò Alex poggiando il suo orecchio destro sulla sua schiena. 
Lui chiuse gli occhi assaporando ogni singolo secondo di quel momento.
Pensò che un uomo, quando cammina come un equilibrista sul filo teso della vita, se ha l'amore, riesce a trasformare il precipizio in panorama.

martedì 17 marzo 2020

L'ESPRESSIONE - parte 1 -

(fonte: qui)


Quando Livia uscì dalla reception della sua azienda, dopo la fine del turno mattutino, non si accorse che dietro di lei, a seguirla, c'era Alex.
Ormai giugno aveva dimostrato che l'estate era arrivata, e il cielo azzurro come gli occhi di Livia e il caldo torrido avevano insinuato un senso di gioia in tutte le persone.
Livia si aggiustò i suoi lunghi capelli neri e, presa la chiave della sua auto, azionò il comando di sblocco delle portiere.
Entrata, accese il quadro della vettura e immediatamente abbassò i finestrini per far arieggiare l'abitacolo.
D'un tratto vide un uomo poggiarsi sulla sua portiera e si spaventò.
- Mio Dio Alex, sei impazzito?! Mi hai fatto spaventare.
- Scusa, non era mia intenzione - rispose il ragazzo sorridendo e non togliendole i suoi profondi occhi neri di dosso.
- Che succede?
Il ragazzo si guardò un attimo attorno e poi disse - Vorrei chiederti una cosa.
- Sentiamo.
- Ho scritto una raccolta di poesie. Vorrei sapere se ti andrebbe di leggerla. Tu leggi molto e so che potresti darmi un consiglio spassionato.
- Guarda un po': tu scrivi? Davvero la letteratura italiana sta precipitando. - rispose lei divertita.
- Spiritosa.
I due risero.
- Allora, ci stai? - domandò Alex.
- Va bene. Però io sono vecchio stile: voglio il cartaceo. Non mi piace leggere pdf, word e compagnia cantante.
- Mi sembra una richiesta onesta - rispose lui porgendole un blocco di fogli A4 stampati e rilegati.
La ragazza sorrise divertita. - Cosa ti faceva credere che avrei accettato?
- Il modo che hai di sorridere quando le cose ti toccano dentro. L'espressione che fai.
Livia piegò un po' la testa di lato e assunse un'aria che era un mix tra interrogativa e sorpresa.
- Quanto tempo ti serve? Sono una decina di poesie.
- Questo week end non credo di uscire, anche perché sto preparando un esame. Credo di potercela fare.
Alex guardò l'orologio - Oggi è giovedì. Ok, allora lunedì mi riporti tutto.
- Ci sto.
- La recensione, però, non la farai vecchio stile.
- Che significa?
- Tu fidati di me.
- Io non mi fido di nessuno.
- Da qualche parte dobbiamo cominciare.
Livia assunse di nuovo quell'aria strana.
- Ci sentiamo.
- Ciao.
Alex la vide andare via. Pensò al fatto che era strano sentirsi così bene con una persona senza avere il desiderio di possederla o averla o pretenderne qualcosa.
Livia si allontanò con la sua Smart. Guardò dallo specchietto retrovisore Alex fermo che la vedeva andare via. Rifletté sui modi di quel ragazzo e una piccola parte di lei si spaventò. Ma non ne capì il motivo.
Pensò a quello che le aveva detto e, guardandosi nello specchietto, assunse una delle sue bellissime espressioni. Sapeva che con quella mimica facciale era capace di fare discorsi interi, ma aveva scoperto oggi che, tra quelle pagine, Alex sapeva leggere.


domenica 1 marzo 2020

LA STELLA PIU' BELLA

(fonte: qui)


Se fossi sulla stella più bella,
di tutta quella bellezza
mi priverei per averti
sdraiata al mio fianco
e guardarti dormire serenamente.
E aspettare il tuo risveglio
per cambiare il senso delle nuove richieste
e dirti "resto", qui, ora, dovunque il tuo cuore
ti voglia o debba portare.
Resto.
Perché sono la certezza della presenza
e il di più che ti manca.
Resto.
Perché sono l'unico luogo dove il tuo cuore
non ha un peso, ma una motivazione.
L'amore.

TUTTI I VETRI DEL MONDO

(fonte: qui)


Appannerei tutti i vetri del mondo
per non vedere il mio riflesso
e immaginare così le tue labbra.
E con tutti i respiri che ho trattenuto,
resterei ad attendere quel solo momento
in cui mi farai perder fiato.
Come clessidra, si svuotano i giorni
mentre si riempie la mia voglia di averti.
Ad equa distanza sono tra la noia
e il demandare a domani
tutto quello che avrei voluto
sin da ieri.
E' tutto un incastro di parole,
e gesti e corpi.
A trovare la posizione giusta nel mondo
ho finito per non trovare la posizione mia
nella tua vita.