(fonte: qui)
Quando Fabiana mise il piede fuori, dopo più di tre mesi che non usciva di casa, le sembrò di essere tornata da un'altra dimensione.
La sensazione di paura mista ad emozione la disorientò tantissimo. E, pur conoscendo la risposta, si domandò comunque il perché.
Nella sua vita era sempre andata oltre. Era uscita di testa, uscita fuori dagli schemi, uscita di senno. Ma accedere di nuovo all'esterno di quel palazzo, le sembrò qualcosa di mai fatto prima.
Vivere pensò, con una intensità talmente grande da farla quasi commuovere.
Girò a destra e si diresse verso la piazza del paese popolata come sempre la domenica mattina da ragazzini e famiglie.
Il sole quel giorno era accecante, quasi volesse aiutare Fabiana a vedere ogni piccolo essere, vivente o inanimato, presente sulla sua strada.
Entrò nel bar e ordinò un succo al mirtillo.
Enzo, il barman storico, fu entusiasta nel vederla e, contentissimo, le preparò quanto aveva richiesto.
Salutava tutti Fabiana con la sua tipica allegria che, dall'esterno, non sembrava essere stata intaccata. Mentre attendeva il succo, sentì una voce provenire dalla sua destra.
- Quindi è vero che niente ti spezza!?
Fabiana riconobbe quel timbro e sorridendo disse - Deve ancora nascere chi può farlo.
- O è già morto - replicò lui.
Bruno era un ex collega licenziato qualche anno prima e che, adesso, si ritrovava a tirare avanti con lavori saltuari e senza inquadramento.
Erano rimasti amici anche dopo la parentesi lavorativa e si erano confidati un po' delle loro disavventure perché, avevano capito, che solo Atlante può portare il Mondo sulle spalle. Tutto il resto è più facile risolverlo se lo dividi.
- A quanto pare stavolta è morto lui - disse ridendo Fabiana.
Bruno ordinò un caffè, sottolineando ad Enzo che l'avrebbe pagato la sua amica.
- Credi che mi possa offendere per un caffè? Te ne pago pure due.
I due risero e, dopo aver consumato, uscirono fuori dal bar.
- Ti va una passeggiata? - domandò Bruno.
- Ora come ora mi va qualsiasi cosa.
- Anche parlare?
- Pure quello.
Passeggiarono per un po' raccontandosi qualsiasi tipo di cosa. Senza schemi, senza freni. Come sempre. Sei mesi di silenzio sono tanti per chi si sa ascoltare.
- Sai Bruno, sapere che c'è qualcuno nel mondo a cui puoi affidare ogni tua parola in totale libertà è una delle fortune più grandi che si possano avere. Dopotutto le gesta dei grandi eroi del passato erano tramandate oralmente.
- Ammazza, non sapevo di avere Ulisse come amica!
- Al posto suo, io non sarei tornato a casa. Avrei girato tutto il mondo.
- Per quanto grande sia, nessun posto colma il vuoto di casa tua.
Fabiana sorrise con un po' di amarezza. - Secondo te dov'è casa? - domandò lei.
- Dove ti mandano le cartelle esattoriali - rispose scherzosamente lui.
- Seriamente Bruno. Dov'è casa?
Bruno guardò per un attimo i ragazzi che giocavano nella piazza del parco dove si erano fermati a parlare. Seduto su quella panchina fissava davanti a sé.
- Pensiamo sempre che casa sia un luogo, una posizione. Molto spesso casa per me è stata una situazione, un particolare momento, una parola, un gesto. Qualcosa che mi fa sentire protetto da ciò che arriva da fuori, ma soprattutto un "dove" in cui io posso mettere tutto il fascio dei miei sentimenti.
Fabiana rifletté un attimo su quelle parole. - E come la trovi questa "casa"?
- Non la trovi. Semplicemente ti ci senti dentro. Come quando cerchi davvero un immobile e poi trovi quello che ti fa scattare qualcosa.
- E se nessun posto lo senti casa?
- Vuol dire che devi ancora costruirla. Come l'amore Fabiana.
- E l'amore può essere casa?
- E' questa la domanda Fabiana, è questa.
Il pomeriggio, sdraiata sul letto a fissare il soffitto, la ragazza pensava a quello che aveva. Lavoro, matrimonio, alti e bassi. Pensava a come la vita potesse modificare il suo equilibrio non dandoti nemmeno il tempo di capirne i cambiamenti. Una enorme roulette russa dove a cambiare non è il posizionamento del tamburo, ma l'arma direttamente. E quando si modifica l'arma, cambia il peso, il proiettile, il rumore, l'impugnatura, i danni, gli effetti. E tu devi giocare, sapendo che prima o poi un colpo partirà.
Sentì la porta aprirsi e vide Umberto, suo marito.
Lui la baciò sulle labbra - Sei stata tutto il giorno a casa?
Lei lo guardò dolcemente e, dopo avergli accarezzato il volto, gli rispose - No, ma ci sono appena entrata.
Salutava tutti Fabiana con la sua tipica allegria che, dall'esterno, non sembrava essere stata intaccata. Mentre attendeva il succo, sentì una voce provenire dalla sua destra.
- Quindi è vero che niente ti spezza!?
Fabiana riconobbe quel timbro e sorridendo disse - Deve ancora nascere chi può farlo.
- O è già morto - replicò lui.
Bruno era un ex collega licenziato qualche anno prima e che, adesso, si ritrovava a tirare avanti con lavori saltuari e senza inquadramento.
Erano rimasti amici anche dopo la parentesi lavorativa e si erano confidati un po' delle loro disavventure perché, avevano capito, che solo Atlante può portare il Mondo sulle spalle. Tutto il resto è più facile risolverlo se lo dividi.
- A quanto pare stavolta è morto lui - disse ridendo Fabiana.
Bruno ordinò un caffè, sottolineando ad Enzo che l'avrebbe pagato la sua amica.
- Credi che mi possa offendere per un caffè? Te ne pago pure due.
I due risero e, dopo aver consumato, uscirono fuori dal bar.
- Ti va una passeggiata? - domandò Bruno.
- Ora come ora mi va qualsiasi cosa.
- Anche parlare?
- Pure quello.
Passeggiarono per un po' raccontandosi qualsiasi tipo di cosa. Senza schemi, senza freni. Come sempre. Sei mesi di silenzio sono tanti per chi si sa ascoltare.
- Sai Bruno, sapere che c'è qualcuno nel mondo a cui puoi affidare ogni tua parola in totale libertà è una delle fortune più grandi che si possano avere. Dopotutto le gesta dei grandi eroi del passato erano tramandate oralmente.
- Ammazza, non sapevo di avere Ulisse come amica!
- Al posto suo, io non sarei tornato a casa. Avrei girato tutto il mondo.
- Per quanto grande sia, nessun posto colma il vuoto di casa tua.
Fabiana sorrise con un po' di amarezza. - Secondo te dov'è casa? - domandò lei.
- Dove ti mandano le cartelle esattoriali - rispose scherzosamente lui.
- Seriamente Bruno. Dov'è casa?
Bruno guardò per un attimo i ragazzi che giocavano nella piazza del parco dove si erano fermati a parlare. Seduto su quella panchina fissava davanti a sé.
- Pensiamo sempre che casa sia un luogo, una posizione. Molto spesso casa per me è stata una situazione, un particolare momento, una parola, un gesto. Qualcosa che mi fa sentire protetto da ciò che arriva da fuori, ma soprattutto un "dove" in cui io posso mettere tutto il fascio dei miei sentimenti.
Fabiana rifletté un attimo su quelle parole. - E come la trovi questa "casa"?
- Non la trovi. Semplicemente ti ci senti dentro. Come quando cerchi davvero un immobile e poi trovi quello che ti fa scattare qualcosa.
- E se nessun posto lo senti casa?
- Vuol dire che devi ancora costruirla. Come l'amore Fabiana.
- E l'amore può essere casa?
- E' questa la domanda Fabiana, è questa.
Il pomeriggio, sdraiata sul letto a fissare il soffitto, la ragazza pensava a quello che aveva. Lavoro, matrimonio, alti e bassi. Pensava a come la vita potesse modificare il suo equilibrio non dandoti nemmeno il tempo di capirne i cambiamenti. Una enorme roulette russa dove a cambiare non è il posizionamento del tamburo, ma l'arma direttamente. E quando si modifica l'arma, cambia il peso, il proiettile, il rumore, l'impugnatura, i danni, gli effetti. E tu devi giocare, sapendo che prima o poi un colpo partirà.
Sentì la porta aprirsi e vide Umberto, suo marito.
Lui la baciò sulle labbra - Sei stata tutto il giorno a casa?
Lei lo guardò dolcemente e, dopo avergli accarezzato il volto, gli rispose - No, ma ci sono appena entrata.

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