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domenica 19 aprile 2020

DOMUS - pt. 2

(fonte: qui)

(continua di pt. 1)

Rumore di vetri rotti.
Incubo.
Spalancare gli occhi e svegliarsi nel cuore della notte tentando di fare meno rumore possibile, perché nessuno sappia. Nemmeno la persona che l'amava di più al mondo e che divideva con lei il letto, oltre che tutte le fatiche del mondo.
Rumore di vetri rotti.
Così ricordava suo padre. Quel rumore nitido, rapido. Un rumore che, dopo il colpo che frantumava il vetro, sembrava non esserci più. Invece era lì, sempre lì. Perché mettendo i piedi sopra i pezzi, questi si rompono di nuovo, e ancora e ancora. Finendo per diventare un eco, leggero, sibillino, quasi costante.
Alla stessa stregua era il suo cuore. Si frantumava in pezzi sempre più piccoli, tutte le volte che babbo ci camminava sopra comportandosi come si comportava. Senza una misura. Perché, da che mondo è mondo, è sempre stato più facile spaventare che educare. Perché l'imperativo affascina sempre di più del condizionale. Perché un indice puntato è un'arma molto più suadente di un pollice all'insù.
Scese dal letto e si diresse verso il balcone. Si affacciò e guardò un po' il cielo e un po' il panorama.
Ma se una persona smette di lottare per non mettere in pericolo le persone che ama, può considerarsi sconfitta? 
Si domandò questo. Con l'innocenza di chi vorrebbe soltanto ammettere di non farcela da sola.
Se Ines, la sua gemella, fosse stata lì, si sarebbero prese per mano e avrebbero canticchiato la canzone che a loro piaceva tanto. Ma Ines non c'era. Perciò, congiunse le sue stesse mani e si sforzò di pensare a quando l'estate, con i nonni, si andava al mare.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti le diceva la nonna.
Ma il tempo i ricordi te li toglie ad uno ad uno come petali di margherita.
- E' successo di nuovo vero?
La domanda di  Umberto le arrivò alle spalle come una spada.
- Da quanto lo sai? - chiese lei senza voltarsi.
- Da quando stiamo insieme. Sono tuo marito. Sono stato il tuo fidanzato e prima ancora il tuo amico. Potresti non voltarti mai, eppure saprei leggere lo spartito del tuo cuore basandomi solo sulle tue pause.
- Hai mai pensato a come sarebbe se io non ci fossi?
- Ogni giorno. Da quando mi sono innamorato di te, ogni giorno.
- E cosa fai?
- Do il meglio di me per non far sì che tu vada via.
- E se morissi?
- Do il meglio di me per far sì che tu vada via con la consapevolezza che in questo mondo hai avuto tutto quello che c'è.
- Se il tutto non bastasse a sanare le ferite?
- C'è l'amore che guarisce sempre tutto. Bisogna soltanto decidersi a guarire quelle ferite. Perché alle volte ci culliamo di averle. Sono una scusa valida per restare lì dove siamo e non prenderci la responsabilità di lavorare per essere felici.
- La fai facile tu.
- E tu la fai difficile.
Umberto sospirò, poi disse - Sai cosa diceva mio zio? Che l'amore e l'odio sono come il mare e la neve. Sono fatti entrambi della stessa sostanza, ma la neve, quando arriva la bella stagione, si scioglie e rivela i paesaggi più belli. Il mare invece resta lì. E' vittima delle correnti, diventa piatto o ondoso, ma è sempre lì. Eppure pensiamo sempre che l'inverno sia lunghissimo, senza fine. Come i dolori. Ci focalizziamo troppo sul dolore per non vedere che abbiamo l'amore a portata di mano.
- Queste cose sono smancerie da film.
- Vuoi che te lo dimostri?
Fabiana si voltò e lo guardò con un atteggiamento quasi di sfida.
Vide il ragazzo entrare in casa. Lo attese. Sentì qualche rumore provenire, probabilmente, dalla cucina. Dopo un po' lo vide ricomparire con una bottiglia di birra da 33cl.
- Mi vuoi convincere facendomi ubriacare?
- No. Molto peggio.
Come ebbe finito di dire quella frase, Umberto scaraventò la bottiglia a terra. Il vetro si frantumò in molteplici pezzi.
- A cosa stai pensando ora Fabiana? -  domandò concitato il ragazzo, mentre lei impietrita fissava il pavimento del balcone pietro di vetri.
- Su cosa ti stai fissando ora?
Nessuna risposta.
Con un tono di voce ancora più alto - A cosa stai prestando attenzione? A quei dannati vetri o a me che ti amo e che sto facendo di tutto per salvarti da anni?
- Perché mi fai questo? - domandò disperata.
- Perché voglio farti capire che un dolore si può vincere, che dall'ora più buia può sempre uscire ciò che ci fa risplendere. Nella camera oscura i più grandi fotografi fanno uscire i migliori scatti. Ma da un'anima buia può uscire solo un risultato: l'oblio. E l'oblio è peggio della morte. Perché la morte ci serve per poter dire che abbiamo avuto una vita. L'oblio è tutto quello che sta nell'ombra. E all'ombra della vita, nemmeno l'universo ha posto le proprie stelle.
Detto questo il ragazzo andò in cucina lasciando Fabiana lì dov'era.
Restò così qualche minuto, immobile come una statua.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti pensò di nuovo.
La ragazza si voltò, guardò il cielo e disse sottovoce - E quanto amore serve per recuperare una vita brutta?
Vide due braccia che la cingevano e quella voce, che c'era sempre stata, risponderle - Uno. Quello vero.


(continua)

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