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mercoledì 2 agosto 2017

A ferro e fuoco - pt. 32

Aria non riconosceva più Francesco.
Era un'altra persona. Perennemente taciturno e silenzioso, vagava per la casa come un ossesso.
Anche le sue visite in clinica erano radicalmente diminuite e questa cosa feriva Stefania più di qualsiasi altra.
La bambina sentiva il peso dell'assenza di Francesco. Per lei il padre era qualsiasi cosa, e notare come Francesco non si presentasse da quasi cinque giorni era un dolore troppo grande oltre già quello che viveva per la sua malattia.
Aria, anche quel pomeriggio, lo trovò seduto nel suo studio con il quadernetto "delle mani" sulla scrivania.
Francesco la vide entrare e dopo un po' posò nuovamente gli occhi sul quaderno e poi prese a parlare - Ieri ho fatto un sogno Aria. Ma non mi sembrava un vero e proprio sogno. Sembrava quasi un ricordo annebbiato -.
- Che hai sognato? - domandò la ragazza mentre si sedeva sulla sedia di fronte a lui.
- Ho sognato me stesso bambino, che facevo la stessa cosa che faccio io con Stefania -.
- E cosa c'è di strano? -.
- Questo: non mi sembrava un sogno. Sembrava vero. Sembrava tutto così reale. E stranamente in questi mesi questo sogno è capitato diverse volte -.
Detto questo il ragazzo si portò la mano destra e si massaggiò la fronte per far passare il mal di testa.
Aria si alzò e andò per abbracciare il suo compagno, ma come gli fu vicino Francesco scattò dalla poltrona quasi impaurito.
- Si può sapere che ti prende?
- domandò lei ormai contrariata dal modo di fare del ragazzo.
- Non ti ci mettere anche tu Aria! Già il periodo che sto passando è difficile! -.
- Che stai passando? Ma da quando sei diventato così egoista Francesco? Tu stai passando un brutto momento? Solo tu? Vorrei ricordarti che tua figlia ha un tumore! E in tutta questa storia, oltre una bambina malata che non ti degni di visitare da quasi una settimana, c’è una mamma e una compagna che soffre! -.
Aria si asciugò le lacrime che avevano cominciato a scenderle sul volto e andò verso la camera da letto, dove si chiuse a chiave.
Francesco sospirò, conoscendo quanto aveva dentro. Si diresse verso la porta della camera e dopo aver bussato disse – Aria, perdonami. Ho detto cose senza senso. Purtroppo sto cercando di sistemare le cose. Forse ho trovato una soluzione -.
A quella parola Francesco sentì una fitta allo stomaco. Gli venne in mente Giuseppe De Angelis e quell’incontro in clinica.
Non sentì nessun cenno da parte di Aria.
Pertanto, si mise la tuta e le scarpe da ginnastica e decise di andare a correre.
Cominciò a correre a più non posso, quasi volesse scappare da tutto quello che aveva dentro. Corse per venti minuti ad una andatura elevata, finché per uno strano scherzo del destino si ritrovò nella stessa pineta di alcuni mesi prima.
Sentì il peso dei ricordi che riaffioravano e di alcuni momenti di quella notte che erano nella sua mente vaghi.
Si guardò attorno, come se avesse paura che tutti i protagonisti di quella sera avessero pensato di presentarsi in quel luogo come aveva fatto lui.
La paura e i ricordi lo attanagliarono finché, ormai piegato dal dolore, Francesco emise un urlo incredibile.
Cadde sulle sue stesse ginocchia e cominciò a piangere. Sentì il cuore esplodergli quasi nel petto tanto era il dolore che provava.
Si asciugò il viso con le mani e successivamente le guardò.
Non sapeva cosa provare mentre le guardava. 
Continuò a osservare, mentre le lacrime gli rigavano gli occhi.
Davanti al dolore, ogni uomo è abbastanza solo da sentirsi unico.

Gilda quella sera decise che era il momento di correre ai ripari.
Armando Sauro era una persona che odorava di terrore e sapeva di morte.
Decise di mettersi in malattia e trovare un luogo più riparato finché quell’uomo non si fosse allontanato dalla città. In tanti anni di lavoro, non aveva mai mancato un giorno.
Ora le cose erano cambiate, si era alleata con Fidel e questo era per lei un motivo sufficiente per dover salvaguardare la sua stessa vita.
Preparò con cura il trolley da viaggio e si accertò di aver portato tutto l’occorrente. In una delle mattine in cui Fidel le aveva fatto visita, durante l’assenza di Giuseppe De Angelis, il figlio le aveva indicato un piccolo bad&breakfast non molto lontano dalla città dove avrebbero potuto vedersi. Bastava soltanto che Gilda componesse un numero da una cabina telefonica, facesse tre squilli e riagganciasse, per avere immediatamente la chiamata di Fidel.
Così decise di fare.
Dato un ultimo sguardo alla valigia, chiuse tutto e prese dal portafoglio il piccolo biglietto dove era scritto il numero che avrebbe dovuto comporre.
Mentre lo leggeva, sentì un rumore strano provenire dalla finestra.
Non ci fece tanto caso, dopotutto di rumori in quel condominio se ne sentivano molti.
Il suono però si risentì pochi minuti dopo e in quel momento Gilda capì che avrebbe dovuto accertarsi di cosa stesse accadendo.
Si diresse verso la finestra, che trovò aperta, e guardò giù. Non vide nulla di strano e decise di chiuderla.
Fece per ritornare nella sua stanza, ma fu avvolta dal buio. Il contatore della luce sembrava essere saltato.
- Dannazione! Tutte oggi mi stanno capitando – disse.
Si voltò per dirigersi in cucina, ma si sentì prendere alle spalle mentre una mano le tappava la bocca.
Gilda sentì l’odore della pelle dell’uomo che la stringeva e capì tutto. Non tentò nemmeno di gridare.
Gli venne in mente Fidel e pensò che il dolore più grande che si sarebbe portata per l’eternità sarebbe stato il rimpianto di tutto il tempo che aveva perso con suo figlio.
L’uomo intanto che intuì la resa della donna, le tolse la mano dalla bocca, prese un piccolo ago molto appuntito dalla tasca della giacca e avvicinando la sua bocca all’orecchio dell’anziana donna disse – Il tuo tradimento vale molto più di trenta denari -.
Con un colpo netto, Armando Sauro conficcò quella punta sottilissima e acuminata nel cranio della donna. Il buco, totalmente invisibile, non fece riversare nemmeno una goccia di sangue per terra. L’anziana donna morì immediatamente e vide il buio dell’eternità prendere il posto della mancanza di luce artificiale e della vita con i suoi colori e con i suoi profumi.
Pegaso senza scomporsi adagiò il corpo della donna per terra e tastandola con le mani si accorse del bigliettino.
Lo mise in tasca e, in maniera furtiva, uscì dalla casa.
Arrivato in auto, estrasse il bigliettino dalla tasca e lesse il numero che vi era sopra.
Sorrise di nuovo e disse nella solitudine dell’abitacolo – Siamo davvero all’era della pietra. Mi meraviglio di te Fidel! -.
Detto questo accese la macchina e si allontanò da quel luogo allungando così la sua scia di morte sulla città.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

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