Quella domenica mattina, tutto sembrava normale per Aria e Francesco. Quanto stavano vivendo con la piccola Stefania aveva ormai demolito ogni certezza ed equilibrio nella loro vita, dipingendo di grigio ogni cosa intorno a loro.
Ma i due ragazzi, con la forza dell'amore per l'altro e per la figlia, avevano deciso di non arrendersi alla disperazione e di combattere con tutte le loro forze.
Quella mattina decisero di andare a fare una bella passeggiata. Ormai la bella stagione era alle porte e le giornate più lunghe rendevano meno gravoso il dolore.
I ragazzi si svegliarono molto presto e lo stesso fece la piccola Stefania che, pur mostrando anche esternamente i primi segni del male che si portava dentro, restava comunque una bimba stupenda.
Si prepararono con molto entusiasmo e con sottofondo le canzoni trasmesse dalla radio nazionale.
Usciti di casa, le due ragazze attesero davanti al portone l'arrivo di Francesco che, intanto, era andato a recuperare l'autovettura.
Da quando aveva scoperto del tumore della figlia, il giovane era diventato molto premuroso e cercava in ogni modo di limitare gli sforzi della bimba. Non sapeva se questo comportamento fosse giusto o meno. Ma, infondo, era la figlia e per lei Francesco avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Da quando aveva scoperto del tumore della figlia, il giovane era diventato molto premuroso e cercava in ogni modo di limitare gli sforzi della bimba. Non sapeva se questo comportamento fosse giusto o meno. Ma, infondo, era la figlia e per lei Francesco avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Aria intanto attendeva l'arrivo del suo compagno. Vide la figlia troppo immobile e in silenzio. Si preoccupò, ma la bimba, quasi avesse percepito lo sguardo della madre su di sé, si voltò a guardarla e le sorrise. Aria, a quella scena, si tranquillizzò un po' ed emise un piccolo sospiro.
La macchina, lavata e tirata a lucido, arrivò dinnanzi a loro in tutto il suo splendore.
- Tutti in carrozza - disse Francesco.
Aria sorrise e prendendo la mano della bimba disse semplicemente - Andiamo -.
Stefania, invece, quasi avesse i piedi completamente saldati al suolo, non riuscì a muovere un passo. Ebbe solo il tempo di dire - Che bello! - prima di cadere in un oblio che, ormai, aveva imparato a conoscere.
A quella scena, Aria gridò il nome del compagno che, immediatamente, scese dall'auto e cercò di recuperare la bambina.
- Mettiamola dietro e andiamo in clinica, presto! - disse concitato Francesco.
I ragazzi in tutta fretta misero la bambina sui sedili posteriori. Aria si sedette affianco a lei.
Francesco, in preda alla disperazione, si mise al posto guida e cominciò a condurre la macchina verso la clinica che stava seguendo gli sviluppi della malattia di Stefania.
Arrivati davanti al Pronto Soccorso della clinica, Francesco frenò l'auto, scese dalla macchina e cominciò a chiedere aiuto. Immediatamente accorsero degli infermieri che, dopo aver chiesto cosa fosse accaduto, presero una barella e portarono la bimba dentro la struttura.
I genitori della piccola entrarono a loro volta nella clinica, ma non poterono seguire la loro figlia. Dovettero attendere nella sala d'aspetto del pronto soccorso della stessa.
Francesco e Aria si sedettero e stettero abbracciati per tutto il tempo, mentre pensavano che in un ospedale la vita e il tempo sono due bulbi della stessa clessidra.
Immersi nella loro disperazione, videro un'auovettura arrivare e un'altra scena simile alla loro. Da quella macchina scesero delle persone, dall'aspetto poco raccomandabile, che dissero qualcosa alla infermiera di turno che immediatamente corse a chiamare rinforzi.
Questi arrivarono immediatamente, con una barella. Dall'auto venne tirata fuori una persona ridotta in condizioni pessime, quasi irriconoscibile.
Francesco potè vedere pochissimo, eppure capì che il tempo stava per dimostrare la sua galanteria.
Immersi nella loro disperazione, videro un'auovettura arrivare e un'altra scena simile alla loro. Da quella macchina scesero delle persone, dall'aspetto poco raccomandabile, che dissero qualcosa alla infermiera di turno che immediatamente corse a chiamare rinforzi.
Questi arrivarono immediatamente, con una barella. Dall'auto venne tirata fuori una persona ridotta in condizioni pessime, quasi irriconoscibile.
Francesco potè vedere pochissimo, eppure capì che il tempo stava per dimostrare la sua galanteria.
Quella stessa mattina.
Giuseppe De Angelis non riusciva proprio a concentrarsi. Quell'incontro strano con Don Carmelo, quella carta napoletana, Vito Battaglia che non si vedeva da molto tempo, erano tutti elementi che lo portavano a credere che di quel puzzle un tassello gli era sconosciuto.
Giocherellò con la carta raffigurante l'asso di spade, tamburellando con la stessa sulle sue labbra che teneva in avanti.
I pensieri correvano veloci facendo spola tra la sua mente e l'odio.
Immobile sulla sua sedia, sentì bussare alla porta. Erano ancora le 7.00, chi poteva disturbarlo a quell'ora?
- Avanti! - ordinò.
La porta si aprì e fece il suo ingresso la signora Gilda.
- Buongiorno Direttore -.
- Prego signora entri pure, lei è sempre la benvenuta -.
- Sono semplicemente qui per dirle che il ragazzo che ci ha detto di tenere d'occhio è qui -.
- Davvero? - chiese De Angelis lanciando distrattamente la carta napoletana sulla scrivania.
- Sì - rispose Gilda guardando la carta - Si trova nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso. La figlia si è sentita male -.
- Buono a sapersi - replicò Giuseppe osservando che la signora guardava l'oggetto che lui aveva appena lanciato.
- Cosa c'è signora? - chiese Il Bianco.
- Mi scusi Direttore, non volevo essere invadente. Guardavo semplicemente una cosa che mi fa tornare in mente dei pensieri -.
- Intende questa? - disse Giuseppe mostrando l'asso di spade.
- Sì -.
- Che cosa le fa venire in mente? -.
La donna sorrise amaramente, poi rispose - Carmelo Loperfido -.
Giuseppe De Angelis restò spiazzato. Come sapeva quella donna che il boss gli aveva consegnato quella carta?
Gilda comprese lo stupore sul volto di De Angelis e continuò - Direttore, come lei sa io ho molti più anni di lei. E sono anche una coetanea di Don Carmelo Loperfido -.
- Mi dica quello che sa -.
- L'asso di spade è sempre stata la firma di Carmelo. Era il suo modo di dare il verdetto. Un po' come il pollice di Cesare per i Gladiatori -.
- In che senso? -.
- Nella lettura delle carte, il seme delle spade rappresenta il lato negativo dell'esistenza umana. Nel leggerle hanno un valore non proprio felice, a seconda della carte che esce. Lui usava l'asso dandone un significato diverso a seconda di come lo regalava o presentava -.
- Presentava? Che vuol dire? -.
- Carmelo è sempre stato un uomo riflessivo, ma quando decide di passare all'azione lo fa senza fermarsi più. L'asso di spade rappresenta il suo modo di agire. In base a come lo disponeva in tavola, il destinatario capiva la sua sorte -.
- E come poteva essere presentato? -.
- In due modi. Se l'asso di spade era dritto, allora voleva dire che ci sarebbero stati contrasti forti e che il destinatario stava tirando troppo la corda -.
- E il secondo modo? - domandò Giuseppe avvicinandosi alla scrivania.
Gilda andò per rispondere, ma la porta dell'ufficio fu aperta in maniera violenta. Entrò uno delle guardie di Giuseppe De Angelis, con aria impaurita e sudato che in maniera concitata disse - Direttore deve venire immediatamente in Pronto Soccorso -.
- Che diavolo succede? - chiese De Angelis.
Gilda guardò prima la guardia, poi la carta ed infine Il Bianco.
- Il suo asso di spade, Direttore, era rovesciato -.
Giuseppe guardò la segretaria continuando a non capire come Gidlda facesse a sapere tutte quelle cose.
La donna guardò il direttore con la consapevolezza che Giuseppe non comprendeva che per Don Carmelo Loperfido l'asso di spade capovolto significava solamente una cosa: morte.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
- Buongiorno Direttore -.
- Prego signora entri pure, lei è sempre la benvenuta -.
- Sono semplicemente qui per dirle che il ragazzo che ci ha detto di tenere d'occhio è qui -.
- Davvero? - chiese De Angelis lanciando distrattamente la carta napoletana sulla scrivania.
- Sì - rispose Gilda guardando la carta - Si trova nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso. La figlia si è sentita male -.
- Buono a sapersi - replicò Giuseppe osservando che la signora guardava l'oggetto che lui aveva appena lanciato.
- Cosa c'è signora? - chiese Il Bianco.
- Mi scusi Direttore, non volevo essere invadente. Guardavo semplicemente una cosa che mi fa tornare in mente dei pensieri -.
- Intende questa? - disse Giuseppe mostrando l'asso di spade.
- Sì -.
- Che cosa le fa venire in mente? -.
La donna sorrise amaramente, poi rispose - Carmelo Loperfido -.
Giuseppe De Angelis restò spiazzato. Come sapeva quella donna che il boss gli aveva consegnato quella carta?
Gilda comprese lo stupore sul volto di De Angelis e continuò - Direttore, come lei sa io ho molti più anni di lei. E sono anche una coetanea di Don Carmelo Loperfido -.
- Mi dica quello che sa -.
- L'asso di spade è sempre stata la firma di Carmelo. Era il suo modo di dare il verdetto. Un po' come il pollice di Cesare per i Gladiatori -.
- In che senso? -.
- Nella lettura delle carte, il seme delle spade rappresenta il lato negativo dell'esistenza umana. Nel leggerle hanno un valore non proprio felice, a seconda della carte che esce. Lui usava l'asso dandone un significato diverso a seconda di come lo regalava o presentava -.
- Presentava? Che vuol dire? -.
- Carmelo è sempre stato un uomo riflessivo, ma quando decide di passare all'azione lo fa senza fermarsi più. L'asso di spade rappresenta il suo modo di agire. In base a come lo disponeva in tavola, il destinatario capiva la sua sorte -.
- E come poteva essere presentato? -.
- In due modi. Se l'asso di spade era dritto, allora voleva dire che ci sarebbero stati contrasti forti e che il destinatario stava tirando troppo la corda -.
- E il secondo modo? - domandò Giuseppe avvicinandosi alla scrivania.
Gilda andò per rispondere, ma la porta dell'ufficio fu aperta in maniera violenta. Entrò uno delle guardie di Giuseppe De Angelis, con aria impaurita e sudato che in maniera concitata disse - Direttore deve venire immediatamente in Pronto Soccorso -.
- Che diavolo succede? - chiese De Angelis.
Gilda guardò prima la guardia, poi la carta ed infine Il Bianco.
- Il suo asso di spade, Direttore, era rovesciato -.
Giuseppe guardò la segretaria continuando a non capire come Gidlda facesse a sapere tutte quelle cose.
La donna guardò il direttore con la consapevolezza che Giuseppe non comprendeva che per Don Carmelo Loperfido l'asso di spade capovolto significava solamente una cosa: morte.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale
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