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venerdì 29 dicembre 2017

L'ULTIMA ARRINGA DELL'AVVOCATO ORTEGA PRIMA DI MORIRE

(l'immagine è tratta dal sito http://www.arte.it/foto/600x450/82/50131-507_T.jpg)

L'aula penale era gremita.
Non solo per l'importanza del procedimento che stava per svolgersi, ma anche per la presenza dell'Avvocato Ortega.
Dall'alto dei suoi 80 anni e della sua mastodontica carriera, era un punto di riferimento nel panorama giuridico della città.
Toccò a lui parlare per primo. L'impianto accusatorio era perfetto e, pertanto, ci si attendeva un'arringa finale da premio Oscar.
Il vecchio Avvocato si alzò dalla sedia e guardò tutti i presenti. Li osservò con uno sguardo diverso dal solito.
Tutti prestarono attenzione ai movimenti di Ortega, mentre un brusio accompagnava la mano dello stesso Avvocato prendere un codice di procedura penale.
Quella stessa mano, che impugnava lo "strumento" del legale, si levò in aria per poi ricadere in basso facendo in modo che il codice fosse lanciato per terra verso un punto imprecisato dell'aula.
Silenzio.
Tutti i presenti smisero di parlare. I magistrati restarono di ghiaccio a quel gesto tanto forte ma anche incomprensibile ed inimmaginabile.
Ortega, intanto, restò immobile  a fissare il Giudice. Poi prese a parlare con la sua voce calda e lenta.
- A che serve? A che serve un codice? Una regola, una norma, una consuetudine? A cosa servono tutti questi schemi quando non ci sono gli uomini? A che vale tanto spreco di parole e gesta, di sanzioni e multe, quando siamo bottiglie vuote? Noi stessi, noi avvocati, noi operatori del diritto che siamo? A cosa apparteniamo? Prima di questo, prima dei nostri titoli, ci siamo mai chiesti se le nostre toghe posano su spalle fiere di uomo? -.
Breve pausa.
- Per anni ho rincorso la giustizia in una ostinata battaglia fra me e voi, fra me e le norme, fra me e le interpretazioni. Per tutto questo tempo mi sono interrogato, affaticato, stancato a rincorrere una sola parola: GIUSTIZIA. Oggi sono qui e dovrei con forza perorare una idea al fine di far liberare quell'uomo. Eppure non ho parole oggi per questo. Vi chiederete perché? Me lo sono chiesto anche io in questi mesi. Il tempo passava, i momenti anche, la mia vita stessa scorreva. Tutto ha perso ogni significato. Non per l'età, anzi. Quella, in realtà, ci dona la saggezza di saper assaporare. Le conclusioni, invece, mi sono avverse. Non c'è un uomo in questa vita che le rughe sul mio volto disegnano. Non c'è un essere umano sotto questo mantello nero. Cosa c'è allora? Un Avvocato brillante? -.
Altra pausa.
- Non c'è nulla se non un vecchio corpo trascinato giù verso la morte come un masso che rotola dalla pendenza di quella montagna che chiamano tempo. E allora mi domando: chi condanna chi? E soprattutto: chi dev'essere condannato? Quale uomo fra tutti noi merita l'assoluzione piena? Ho perso qualsiasi cosa ieri, oggi e Dio solo sa quanto domani (sempre se un domani vi sarà pensò). Tutto questo cumulo di parole allora per dire una semplice, banalissima cosa: "Errori, rimorsi e rimpianti hanno in comune una sola cosa: la "R", la "R" di rabbia". Quella che proviamo prima durante e dopo ognuno di loro. La rabbia che ci trasforma in delusione, in mancanza, in spregevole presenza -.
L'Avvocato Ortega prese i suoi fogli e con un gestò secco li strappò.
- Un'unica parola allora: FINE. A questa mia vita apparentemente efficace, a tutto questo tempo incolore come la toga che ho addosso. Fine. A questa vergogna che chiamano mia esistenza, a questo dito puntato con aria boriosa di chi crede di sapere dov'è la verità. Fine. A tutti questi sogni e cuori spezzati con queste mani e questi occhi -.
Ortega tolse la toga e la posò sul tavolo in marmo.
- La vita amici miei è una donna che sa sempre come renderti la tua incapacità. E non c'è nessuna slealtà in questo. E' la reale giustizia: nessuno paga per nulla. Affannatevi, pertanto, a ricercare la vostra vita e a chiederle con cuore e dolcezza di farvi sedere al vostro vero posto accanto a lei. Allungate la mano ad ogni uomo, ad ogni animale, ad ogni pensiero, progetto. Tendete a qualcosa. Come gli uccellini che imparano a volare -.
L'Avvocato si sedette, ormai stanco.
- Infondo, signori miei, la vita cos'è? Non è altro che un'arringa a Dio sui nostri indimenticabili limiti -.
Sospirò Ortega.
E dopo quel sospirò, si trovò ad essere giudicato davanti a Dio.

FINE.

mercoledì 27 dicembre 2017

PROTEGGITI DA ME

(l'immagine è tratta dal sito https://data.whicdn.com/images/126868544/original.jpg)
Proteggiti da me.
Nella misura in cui non so fare,
proteggiti da me.
Nella misura in cui non ho saputo dare,
nello spazio degli abbracci mancati,
dei baci non assaporati,
delle dita che non si sono intrecciate.
Proteggiti da me.
Da tutto quello che mi circonda,
da tutto quello che mi rappresenta.
Perché, come gli specchi,
io i sentimenti li rifletto soltanto.
Proteggiti da me,
nella misura in cui il mio cuore 
batte con lo stesso numero delle sillabe
che compongono il tuo nome.
Ed è quella la musica che ogni giorno
ascolto, ripeto, canto, grido.
L'unico posto in cui ero perfetto
erano le tue labbra quando pronunciavano 
il mio nome.
Ma, come pianoforte stonato,
l'unica nota che non ho mai saputo suonare
è il do.


martedì 26 dicembre 2017

I racconti del Vernacolo - LAJANARE (Taranto)



Erminio si lanciò dal “Ponte di Pietra” con un salto poderoso.
Il suo piccolo corpo da bambino di 12 anni trafisse il mare come un missile ben direzionato.
Sott’acqua, il ragazzino aprì gli occhi e cerco di vedere quanto più possibile. Avrebbe sempre voluto essere un pesce. Il mare era qualcosa che lo aveva sempre affascinato.
Riemerse con la tipica foga dei ragazzi pre-adolescenti e nuotò fino alla riva per risalire immediatamente sul ponte e fare un altro tuffo.
Mentre correva, sentì una voce che gli diceva – Ermì! Don Cataldo ti sta aspettando!! Muoviti! -.
Erminio fermò immediatamente la sua corsa e, imprecando sottovoce, corse in direzione della riva da cui era salito, prese i suoi indumenti, e andò verso Piazza Fontana.
Arrivato nei pressi dell’orologio che regnava sulla piazza, vide ai piedi di questo Don Cataldo che, battendo il bastone da passeggio sul terreno, scandiva il tempo di un disappunto che non aveva alcuna voglia di celare.
- Maje ca capisce le cose tu, no Ermì? -. (1)
- Scusa don Catà -.
- Scusi. Mi devi dare del “lei”. E mò pure l’educazione t’è scurdate? Allore averamende stoche a perde timbe cu tè! -. (2)
Erminio abbassò la testa. Pur essendo un ragazzo vivace, teneva alla considerazione e all’affetto di Don Cataldo. Dopotutto era l’unica famiglia che aveva.
L’anziano signore, vedendo il giovanotto, con la testa abbassata, si ricordò di come la vita si fosse accanita con lui: i genitori morti entrambi di tumore, la solitudine, il periodo con lo zio pescatore ed ubriacone che spesso lo picchiava. Una vita brutta e difficile, fino al momento in cui, passeggiando per Via Garibaldi ed intrufolandosi in un bar, aveva visto giocare a scacchi Don Cataldo e si era innamorato di quell’arte.
- Avine cu me Ermì. Facimene do passe -. (3)
Erminio non aveva tanta voglia di camminare, ma non poteva dire di no proprio a lui.
Presero a salire il pendio della chiesa di San Domenico.
L’anziano signore, reggendosi al suo bastone, ogni tanto, di traverso, guardava Erminio cercando di capire cosa stesse facendo. Il ragazzino, di contro, sentiva il peso dello sguardo del Don su di lui e restava in silenzio.
- Sono brutte le salite, vero Erminio? -.
- Sì Don Cataldo -.
- Ma, ce te vuete, ‘na ‘nghianàte devende ‘na scinnute, no? -. (4)
- Si – rispose Erminio sempre a testa basta.
- E quiste a ce te face penzà? -. (5)
Il bimbo restò in silenzio.
Don Cataldo si fermò, si voltò verso il ragazzino e disse – Guardami Erminio -. Il bimbo lo guardò e vide davanti a sé tutto quello che avrebbe voluto essere da grande.
- Arrecuerdete sembe Ermì: pure a vite tene le ‘nghianàte e le scinnute. Assai vóte une s’accumbàgne à l’otre. Cange sulamende come le uarde -. (6)
- E come si fa a cambiare prospettiva? -.
- Misckànne tutte le cose ca te ‘ngàppene, tutte le sentiminde ca te sind. Come a nonne quànne face ‘u mbaste pe’ le chiangaredde. Tu ‘u sè come se facene le chiangaredde? S’auande tutte quid ca serve, se mene suse u’ taule e po’ cù le mane se ‘mmiscke tutte cose -. (7)
- Non lo so come si fa -.
Don Cataldo sorrise e riprese – Te ‘mbare sule quànne te ‘nzive le mane, sule ce te muève. A’ cambà bbuène Ermi. Ogni cose adda avè a mesure soje, ce no a paste avéne ‘nu schife e nisciune s’a mange. Ma ‘nu bbuene cristiane, nu cristiane aggarbàte sape fa n’otre bella cosa: sape fatià a pasta sóve. E ‘na vote ca tine na bella palla de pasta arrive a vite -. (8)
Don Cataldo guardò in un punto imprecisato alla sua destra dove si vedeva Piazza Fontana e, successivamente, la campana sopra alla torre con l’orologio.
- ‘U sè ce jè a vite Ermi? -. (9)
- Cosa è? -
- ‘A vite, curciul mije, éte ‘nu lajanare. Mette tutt’à scrime, accummogghieche e allisce. ‘U lajanare sesteme e prepare p’a forma c’adda pigghà. E quidde sprusce nnanze e rrete, rrete e nnanze. Ogne seconde te ‘nghiane suse fine ca no s’appare tutte cose: bbuene cu mmale, ‘ngarrate o no, amore e dulore, vite e morte -. (10)
Erminio, più maturo di quanto la sua età chiedesse di essere, capì il senso del discorso del Don e disse – Quindi devo aspettare che la mia vita sia a livello? -.
- Sine piccinne mije. Po’ tutte adda scè come vuè tu -. (11)
- Ma a scacchi posso continuare a giocare? -.
Don Cataldo rise e disse – Certo che puoi giocare. Anzi: devi giocare! -.
I due riscesero il pendio di San Domenico e si avvicinarono alla fontana presente al centro della piazza.
Erminio vide Don Cataldo guardare la torre e domandò – Don Cataldo perché guarda sempre l’orologio? -.
Amaramente l’anziano disse – Peccè all’età méje vuè sapè a dò remane ‘u timbe. Prime o po’ a canoscere qual è ‘a cambàna tóje. E quedde ca sone p’avvesà Domineddie pe tè -. (12)
Il giorno dopo, nel circolo dove era solito passare le sue giornate, Erminio vide entrare Don Cataldo.
Il vecchio salutò il bimbo e vide la bellissima scacchiera in legno davanti a lui.
- Che bella scacchiera. Di chi è? -.
- La mia Don Cataldo -.
- E come l’hai comprata? -.
- Non l’ho comprata, lo creata io -.
L’anziano restò stupido, si sedette e contemplò la scacchiera.
- Facciamo una partita? - domandò Erminio.
- Sì – rispose Don Cataldo.
I due giocarono e il vecchio capì che Erminio aveva grandi doti. Non lo avrebbe visto diventare a venticinque anni campione del mondo di scacchi, ma in cuor suo sapeva che quel ragazzino orfano avrebbe potuto fare grandi cose.
Prima di fare l’ultima mossa, che gli avrebbe fatto dire “scacco matto”, Erminio disse – Don Catà osce è dumeneche. Tu le se fa le chiangaredde? -. (13)
L’anziano, che vide il suo Re bloccato, disse – No. Ma l’agghie sembe sapute mangià -. (14)
I due risero.
Il giorno dopo Don Cataldo si spense.
Al suo funerale tutta Taranto accorse per rendergli omaggio. Sul pulpito, invece, solo un ragazzino disse qualcosa.
- ‘U sapite ce jè a vite? È ‘nu lajanare, ca camine e allisce tutte cose. Tande tutte cose prime o po’ s’apparene. Don Catà: tu uardive sembe ‘u ‘relogge. Je uardave semb’a te. Tu ive ‘a cambàna méje. E mò, mentre stoche ‘mbaste ‘a vite méje, ‘nda rècchie o Signore dice ca quanne havenghe ammà sciucà cu le scacche -. (15)


Per la traduzione in vernacolo tarantino si ringrazia Monica Gatti.
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(1) Mai che capisci gli ordini tu, vero Erminio?
(2) Adesso pure l’educazione hai dimenticato? Allora davvero sto perdendo tempo con te 
(3) Vieni con me Erminio. Facciamo una passeggiata. 

(4) Ma, se ti giri, una salita diventa una discesa, no? 
(5) E questo a cosa ti fa pensare? 

(6) Ricordati sempre Erminio: anche la vita ha le salite e le discese. E molto spesso una coincide con l’altra. Devi solo cambiare prospettiva

(7) Mescolando tutte le cose che accadono, tutti i sentimenti che vivi. Come la nonna quando prepara la pasta per fare le orecchiette. Sai come fanno le orecchiette? Prendono gli ingredienti e mettono tutto sul tavolino e poi con le mani uniscono tutto 

(8) Impari solo sporcandoti le mani, solo dandoti da fare. Devi vivere bene Ermì. Ogni ingrediente deve essere con la giusta dose, altrimenti la pasta viene male e nessuno mangia le orecchiette. Ma un brav’uomo, un grand’uomo, sa fare un’altra cosa importante: sa lavorare la sua pasta. E una volta che hai la tua bella palla di pasta arriva la vita 

(9) Sai cos’è la vita Erminio?

(10) La vita, bambino mio, è un mattarello. Mette tutto in linea, unisce e distende. Il mattarello mette ordine e prepara alla nuova forma che la pasta deve avere. E quello scivola avanti e indietro, indietro e avanti. E ti passa sopra ogni secondo fin quando tutto è a pari: bene con male, giusto con sbagliato, amore e dolore, vita e morte

(11) Si bambino mio. Poi tutto potrà prendere la forma che vuoi 

(12) Perché all’età mia vuoi sempre sapere dov’è sta il tempo. Prima o poi devi conoscere la campana tua. È quella che avvisa Dio per te 

(13) Don Catà oggi è domenica. Tu le sai fare le orecchiette? 

(14) No. Ma le ho sempre sapute assaggiare

(15) La vita sapete cos’è? È un mattarello, Lasciate che scorra e che appiani. Tanto tutto prima o poi si mette a pari. Don Catà: tu guardavi sempre l’orologio. Io, invece, guardavo sempre te. Tu eri la campana mia. E ora, mentre impasto la mia vita, tu sussurra a Dio che, quando verrò, dobbiamo giocare a scacchi
 

domenica 24 dicembre 2017

Milord e Lady (autore Lucy Vinci)

(l'immagine è tratta dal sito http://www.caffe.it/wp-content/uploads/2016/02/caffe-it_arte-e-cultura-1.jpg)
 
Milord spostò la sedia e fece accomodare Lady.
Fece il giro e si sedette sulla sedia di fronte alla bella donna.
Aveva i capelli lunghi e rossicci, gli occhi fumanti tipici di una donna che ha tanto da dare al mondo e al cuore.
Milord chiamò con un gesto il cameriere e chiese di poter ordinare.
Lady prese un caffè, Milord chiese un bicchiere di Brandy con due cubetti di ghiaccio.
Il cameriere non tardò ad arrivare, pose le due bevande sul tavolo e andò via.
In quel momento la conversazione, andata avanti per lo più per cliché, si arrestò.
Era arrivato il momento di parlare di loro. Di quell’amore. Ma, infondo, entrambi si domandavano se fosse stato sul serio amore.
Lady girava il cucchiaino nel suo caffè, osservandolo con cura.
Un tintinnio del ghiaccio diede a Milord la forza di cominciare a parlare.
- Vorrei mi guardasse come guarda quel caffè -.
- Che vuole dire Milord? -.
- Che il caffè per lei ha importanza. Vorrei averne la stessa -.
Lady sorrise, mentre Milord da grande imprenditore qual’era, riprese a parlare.
- Ho riflettuto spesso nel corso degli ultimi anni sull’importanza che riponiamo nel caffè come bevanda, senza riuscire a capire in profondità, l’origine di tanta venerazione e dedizione -.
- Quindi nessuna conclusione? - domandò Lady.
- Ancora no. Lei ne ha una madame? -.
Lady bevve il caffè, posò la tazzina sul piattino. Guardò un punto imprecisato fuori, poi rispose a Milord.
- Esiste una forte somiglianza tra noi stessi e il caffè. Le varie fasi di questa bevanda all’interno della caffettiera messa sul fuoco, infondo, rappresentano il divenire che ognuno di noi sperimenta durante i vari scenari della vita. Il caffè è la personificazione di quello che accade in un giorno, in un mese, in un anno. Qualsiasi essere umano, all’inizio di ogni cosa, è come il caffè in polvere. In tutti gli inizi, ogni uomo è consapevole che, durante il percorso e attraverso le cose che accadranno, cambierà forma e, a fine percorso, sarà diverso. Anche a prescindere dall’esito che se ne avrà -.
- Quindi noi saremmo polvere di caffè? -.
- Sì. Noi siamo proprio come quel caffè in polvere confinato nel filtro che, ad opera degli incontri, delle parole, pensieri, cambia la sua forma e unendosi all’acqua della vita e riscaldato dal calore delle persone, si trasforma in liquido. E tutta questa unione di sensazioni e spiriti si affaccia all’esterno verso nuove realtà, diventando un immenso piacere. Proprio come fa il caffè versato nella tazzina -.
- Che visione bellissima della vita madame – disse allora Milord.
- Fosse solo così, le darei ragione -.
- Che vuole dire? -.
- Non sempre va come ho detto. Molte volte, tanta gente resta imprigionata in una situazione scomoda e triste. Per questo si trasforma e, da polvere, non riesce ad elevarsi a liquido. Diventa posa, posa che affonda. E sa quando avviene tutto ciò? Quando non abbiamo avuto il coraggio di essere liquido leggero che scorre verso l’esterno, restando invece posa pesante –.
- Non c’è speranza allora in quei casi -.
- Non proprio. Occorre pazienza. Se abbiamo la pazienza di aspettare il tempo maturo per venire fuori, allora quella posa, che si è raffreddata, può essere eliminata. Basta un soffio, e tutto esce fuori in maniera compatta senza lasciare tracce -.
Milord finì il suo brandy meravigliato di tutta quella emotività nella donna che aveva di fronte.
La guardò sorridergli e pensò che fosse la cosa più bella del mondo.
Poi si ricordò del caffè.
Capì perché non l’aveva saputa amare.
Nella sua vita, Milord, non aveva mai bevuto caffè.

si ringrazia per la gentile condivisione e concessione Lucy Vinci.

giovedì 30 novembre 2017

I racconti del Vernacolo - pt. 5

(l'immagine è tratta dal sito http://www.adrianabase.it/2014/02/la-psicoterapia-spiegata-a-mia-nipote-di-5-anni/)
 
 
Borimir Morozov, con la sua mano scheletrica e sicura da tre volte campione del mondo di scacchi, mosse senza esternare nessuna emozione il suo alfiere. Fatto questo, in maniera secca, schiacciò il tasto per bloccare il suo timer e far partire quello del suo sfidante venuto dall'Italia.
Era diverso da tutti gli altri - pensò Borimir. Aveva un modo di fare e di giocare agli scacchi completamente singolare.
Quel ragazzo guardava la scacchiera e i pezzi come se da loro cercasse il consiglio, la risposta, la mossa.
Finito di pensare questo, Morozov poggiò la schiena contro la sedia e attese la mossa dell'italiano.
Alberto Miola, anni 35, tarantino di una Taranto che di scacchi sapeva ben poco - attanagliata com'era da un passione per una squadra di calcio conosciuta più per i suoi fallimenti che per le sue gesta - era lì a guardare quello che gli era rimasto del suo piccolo esercito di pezzi.
Sentiva il ticchettio del timer inseguire il suo orecchio e, veloce, entrarci.
Deglutì la saliva: la situazione era difficile. Dopotutto davanti aveva un tre volte campione del mondo.
Volse il suo sguardo a sinistra e vide i suoi genitori e, alla loro sinistra, nonna Rosa.
La donna lesse tutta la preoccupazione e sentì tutta l'emotività che si muoveva nell'anima del nipote, ormai uomo.
Rosa sorrise dolcemente ad Alberto e, con l'indice della mano destra, si toccò la fronte mentre le labbra sussurravano "Pensa!".
Alberto piegò la testa di lato, quasi a volerle domandare in modo silenzioso "A cosa?".
La nonna, quasi lo leggesse nel pensiero, prese con le mani i biglietti aerei e glieli mostrò dicendo sempre sottovoce "Ricorda da dove vieni!".
Alberto fece un sorriso dolce e si voltò a guardare negli occhi Borimir.
In quel momento vide, alle spalle del campione russo, nonno Erminio in piedi e pronto a raccontargli l'ultima grande storia.
- Nonno, ora torniamo a casa! - pensò - Attraversiamo il Ponte Beato Egidio, il ponte di pietra, e torniamo a casa nostra -.
Sospirò.
- Torniamo a Taranto -.


venerdì 24 novembre 2017

Sai Frank

Sai Frank? Non voglio trattare gli altri come mi trattano. No! Li voglio trattare a modo mio, e meglio. Non voglio portare nel cuore solo chi mi tiene nel cuore. Mi voglio tenere tutti! E non voglio nemmeno portare rispetto solo a chi me ne dà! Basta, voglio dare rispetto a tutti. E sai perché Frank? Perché, alla fine della fiera, voglio guardarmi e vedere che non sono come tutti voi. Voglio sapere che c'è differenza. Perché è quella differenza che, nella vita, distingue gli uomini dagli altri esseri umani. 

sabato 18 novembre 2017

I racconti del Vernacolo - TAURUS (Palermo)



(l'immagine è tratta dal sito http://www.travelnostop.com/sicilia/territori/monte-pellegrino-addaura-unesco_391518)


Si alzò da quel letto, sfatto come lui.
Aprì la finestra e vide il panorama della sua Sicilia. 
Il rosso, quel colore che la faceva da padrone, gli riempì lo sguardo come da giorni glieli riempivano le gocce di pianto.
A furia di piangere, le lacrime gli avevano cancellato il colore degli occhi.
Guardò il mare, i tetti, i palazzi. Sentì gli odori di quel mondo che tanto sembrava perfetto e che tanto non gli apparteneva.
Sentì la presenza di quell’ospite, vicino a lui.
Come sempre, come ogni giorno, ogni singolo minuto della sua vita.
Lo vedeva sotto sembianze di donna.
- Arrè cà sì? -. (1)
- Me lo permetti tu – rispose lei.
- Vulissi sulu cà finissi - rispose stringendo i pugni. (2)
- Ti incaponisci Giovanni. Come i tori -.
Giovanni detto Torello per la sua irascibilità, cercò inutilmente di ribattere, ma in cuor suo sapeva che lei avrebbe avuto sempre l’ultima parola.
A cosa ti aggrappi quando tutta la tua vita dimostra il niente che sei? E a quel pensiero si accese una rabbia acuta. Come quella dei tori quando vedono il panno rosso.
Volse lo sguardo verso la sua stanza: tutto senza senso, tutto inutile, senza amore.
Lei di colpo sparì.
Giovanni andò a farsi la doccia e, una volta vestito, scese per le vie di Palermo.
Vicino al Teatro Massimo trovò Salvatore. Era una calda giornata d’agosto. Odiava l’estate. La odiava per un semplice motivo: rappresentava la vita. Proprio quella cosa che gli aveva dimostrato la sua pochezza, il suo essere inutile.
- Torello dove te ne vai? -.
Giovanni guardò l’amico e disse – A pigghiari u gilatu, tu chi fai? -. (3)
- In giro -.
- Chi fai l'omu ri panza cu mia Sarvatò? -. (4)
- No, assolutamente -.
Giovanni fissò il ragazzo negli occhi e poi fece un piccolo suono d’assenso.
- Che c’è? Perché mi fissi? - domandò Salvatore.
- NPaliemmu pi unu ca sa chianta, cinni sù trrimmila arme ca parranu -. (5)
- Che filosofia stamattina Torello -.
Giovanni continuò a camminare e Salvatore istintivamente lo seguì. Arrivarono ad una gelateria nei pressi di Via Mariano Stabile.
Presero due brioche col gelato. Pagò Giovanni. Sapeva bene che Salvatore non avrebbe fatto nemmeno finta di prendere il suo portafogli.
- Grazie Toré -.
Lui fece un cenno col capo e riprese a camminare.
Percorsero alcuni metri e si sedettero sul muretto che recintava la Cattedrale della Santa Vergine Maria Assunta.
Mentre dava un morso alla brioche, Salvatore chiese – Giovanni è tanto tempo che stai così? Ma che cosa ti è successo? Non ti vedo ridere da almeno due anni -.
Giovanni strinse la mascella, poi rispose senza guardare in volto il suo amico – U saì cos'è u rimursu? Chiddu pivveru, però! Chiddu ca ti lassa senza paroli, marturiato, dilusu. Chiddu re vigliacchi ca un vannu mancu un sordu. Chiddu ri na vita senza dignità, nutuli -. (6)
- Tutti sbagliamo Giovà. Chi più chi meno -.
- Mica parru re sbagghi! Parru ri quannu nun si senti nenti morto ri rintra -. (7)
Salvatore fece una faccia interrogativa.
Dopo quel silenzio, Torello riprese – A notti mi veni a trova, cistu u sai? -. (8)
- Chi? -.
- U rimorsu. Avi a facci ri na fimmina. Comu tutti li cosi ca prima o poi venire hannu e ti quacchi. A notti grira come u vento. E mi passanu i grira di tuttu chiddu ca un potti essiri, re cristiani ca ci votai i spaddi, re cosi ca unn'hannaiu chiù cunclusu. Autri notti veni e saddummisci cu mia -. (9)
- E ci fai qualcosa? - domandò ridendo Salvatore.
Giovanni, quasi non avesse sentito la domanda scherzosa e malandrina, continuò spedito – Si sdivaca e mi dici tutti i paroli ca un ci rissi. Mi cunta tuttu chiddi ca un fici, e tutti pi mia e pi nuddu -. (10)
- Sta picciotta avi u nomi? - chiese quasi serio Salvatore. (11)
- Addaura -.
- E perché proprio quel nome? -.
- Addaura veni ri l'arabi. Significa “giru”. Idda mi spunta ri tutti i latati, è unn'egghiè -. (12)
- E tu non le dici mai niente? -.
- Sapi sempre chiddu chi aiu a diri. Avi sempri l'urtima parola. Unc'è risposta o rimorsu e quannu ai na risposta, u rimorsu addivenga rimpiantu -. (13)
- E quindi vuoi restare tutta la vita a parlare con Addaura? -.
- Idda parra cu mia -. (14)
- E tu le rispondi! -.
Salvatore tirò l’ultimo morso alla brioche, si pulì la bocca col fazzolettino e riprese - Torello non ti incaponire in questa corrida. Nà stu giru u iencu è tostu, putissi puru moriri -. (15)
Giovanni fece un sospiro e poi tornò a casa.
Arrivò la sera.
Si presento Addaura. Gli si sdraiò accanto, in quel letto sfatto.
- Siamo di nuovo io e te – disse la bella donna.
- Ti odio – disse Giovanni.
- Questo lo hai detto a me o a te? -.
- A tutto -.
- Allora odia tutto -.
Giovanni, sentì la rabbia crescere, tanto che cominciò a distruggere ogni cosa che aveva a tiro.
- Tutti i cosi rumpu, puru a tia. - gridò. (16)
Addaura lo guardò e disse semplicemente – U risentimentu sulu rabbia porta. E a rabbia ammazza u rancurusu -. (17)
- E io ammazzo a tia e a mia -. (18)
- Hai solo un modo per uccidermi Giovanni. La pace, la pace con te stesso -.
Giovanni sfiancato dalla sua stessa rabbia si fermò e respirò affannosamente.
Guardò Addaura dallo specchio dirgli – La pace -.
Piangendo, allora, disse – E allora facciamo pace -.
Svenne.
Il giorno dopo Giovanni si svegliò e Addaura non c’era più.
Il toro era vivo.
Il torero lo aveva risparmiato.


per la traduzione in vernacolo siciliano si ringrazia Cristina Cucinella.
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(1) Sei di nuovo qui.

(2) Vorrei soltanto che finisse.
(3) A prendere un gelato. E tu?
(4) Fai l’omertoso con me Salvatore?
(5) A Palermo per ogni bocca che sta zitta, ci sono mille anime che parlano.
(6) Hai mai conosciuto il rimorso? Quello vero intendo. Quello dei fallimenti, della vigliaccheria, della delusione. Il rimorso di una vita inutile.
(7) Non gli sbagli. Io intendo il non essere.
(8) La notte mi viene a trovare, sai?
(9) Il rimorso. Ha le forme di una donna. Come tutte le cose che prima o poi ti rovinano. Alcune notti grida forte, come il vento. E sento tutte le voci dei sogni che ho distrutto, delle persone che ho tradito, dei progetti che non ho mai portato a termine. Altre notti, invece, viene e si sdraia nel letto insieme a me.
(10) Si sdraia e mi sussurra tutte le parole che non ho detto. Mi racconta tutta la vita che non ho fatto e tutti i secondi che ho impiegato a non fare nulla per me o per nessuno.
(11) E questa ragazza un nome lo ha?
(12) Addaura viene dall’arabo dawra, vuol dire “giro”. Lei è intorno a me, è dappertutto.
(13) Lei sa sempre quello che sto per dire. Ha sempre l’ultima parola. Non c’è risposta al rimorso. E quando ne hai una, il rimorso diventa rimpianto.
(14) E’ lei che parla con me.
(15) A questo giro, il torero è forte. Il toro rischia di morire.
(16) Distruggerò ogni cosa, pure te!
(17) Il rancore genera la rabbia, la rabbia uccide il rancoroso.
(18) E io uccido te e me.


















 

sabato 11 novembre 2017

INDELEBILE

Come sulle dita il pennarello, 
così mi sei rimasta sull'anima:
indelebile. 

venerdì 10 novembre 2017

NOTTURNO

Per anni ho aspettato qualcosa che mi colmasse il vuoto. 
Ed ora è lui che riempie le mura di questa casa che è il mio petto. 
Vorrei strappare con le mani questo dolore dal mio corpo, questo tempo dalla mia pelle. 
A tu per tu con la mia emozione più grande, 
ho preferito la culla calda della codardia. 

domenica 29 ottobre 2017

I racconti del Vernacolo - pt. 4

(l'immagine è tratta dal sito http://www.adrianabase.it/2014/02/la-psicoterapia-spiegata-a-mia-nipote-di-5-anni/)


La partita era ormai agli sgoccioli.
Nonno e nipote, fra risate e racconti, stavano concludendo la loro gara a scacchi.
Tra una mossa e l'altra non disdegnarono di mangiare qualche fetta biscottata con un po' di Nutella sopra, cosa di cui entrambi erano ghiotti.
Dopo quella "dolce" pausa, Alberto fece la sua mossa con la solita insicurezza.
Nonno Erminio sorrise mentre riscontrava in suo nipote una particolare propensione al gioco degli scacchi.
Ma, da buon educatore, non si tirò indietro nel far comprendere al nipote, oltre alla gioia del partecipare, anche la possibilità di perdere.
Mosse la torre e con un sorriso dolce disse semplicemente - Scacco matto -.
Alberto, che non aveva la minima idea di cosa significasse quella frase, rispose - Bene ora muovo questo -. 
Andò con la mano per prendere e l'alfiere ma il nonno lo bloccò - Non puoi Alberto, ho detto scacco matto -.
- E che significa? -.
- Significa che il tuo re è perduto. Che in qualsiasi posto lo posizionerai io potrò mangiarlo -.
Alberto, un po' spaesato, guardò la scacchiera.
- Significa che hai perso tesoro mio -.
- Perso? - disse sbalordito il ragazzino.
- Sì. Perso. Nei giochi, come nella vita, può succedere di perdere. Ma sei stato molto bravo. Un ottimo sfidante -.
Alberto assunse un aria scura e sbottò dicendo - Non vale così nonno. Non è giusto! -.
- Cosa non è giusto? -.
- Non vale così. Lo hai fatto a posta - e detto questo spinse la scacchiera.
Nonno Erminio, senza scomporsi anche se quell'atteggiamento un po' lo aveva infastidito, calmò il ragazzino dicendogli - Mi ricordi tanto Torello -.
- Io non sono nessuno -.
- Infatti ho detto che me lo ricordi. Alberto nella vita si vince e si perde. Quello che non bisogna mai fare è abbandonarsi alla rabbia. La rabbia non aiuta mai -.
- Non voglio sentire altre storie - disse sempre più imbronciato Alberto.
- Eh no! Invece sentirai anche questa! - esclamò nonna Rosa che era entrata alcuni minuti prima e aveva assistito a tutta la scena.
- E nonno la racconterà anche a me, dato che è la mia preferita - concluse la donna guardando Erminio con uno sguardo che sapeva di complicità.
Alberto vide la nonna sedersi affianco a lui e, a quella scena, si convinse ad ascoltare il nonno.
- E ora che si fa? - chiese sempre imbronciato il ragazzino.
- Andiamo a Palermo - disse Erminio.
E prese a raccontare la sua storia.

venerdì 20 ottobre 2017

I racconti del Vernacolo - FIORE (Napoli)



(la foto è tratta dal sito internet https://italiapost.it/napoli-turismo-in-aumento-2016-boom)

Carmine andò a prendere la sua piccola Maria all’uscita della scuola superiore.
Portava tra le mani una margherita bianca, il primo fiore che aveva visto appena la sua Anna le aveva detto di essere incinta.
Adorava regalare fiori a sua moglie, di lì il suo soprannome: Fiore.
Da quell’episodio aveva deciso che, ad ogni inizio mese, avrebbe regalato una margherita bianca a sua figlia. Voleva trasmettere a Maria la sensazione che aveva provato a quella notizia.
La ragazza uscì dalla scuola sorridendo e, vedendo il padre, salutò le amiche e si diresse verso di lui.
- Ancora con questa margherita papà? - disse lei sorridendo.
- O' saje ca' song nu' romantic Màrì - (1) e detto questo le diede un bacio e le consegnò il fiore.
La ragazza lo prese, lo guardò e ci intravide tanto amore.
Pensò proprio all’amore Maria e, camminando con il padre per tornare a casa, gli chiese – Papà ma tu come hai fatto a capire che eri innamorato di mamma? -.
Fiore sorrise e disse – Tien e' farfàll arind o stomàc criatura mià? -. (2)
- No papà, sul serio. Mi domando come faccia una persona a capire quand’è innamorata di un’altra -.
- E ra me o' bbuo' sapè? -. (3)
- E da chi altrimenti? -
L’uomo, mentre camminava al fianco della figlia, vide una panchina e vi ci si sedette. Batté col palmo della mano sulla porzione di spazio alla sua destra invitando la figlia a sedersi.
Maria accolse l’invito del padre.
Fiore guardò prima la margherita e poi la figlia. Disse – Quann màmmata m ricette ca' era incìnt e ca' aspettavàmm a te, io tniett paura. Terròr a vrità. O' primm segn ca' tene n'omm, nu' mascul, quann si innamòr e na' femmena, è chell: a' paura. N piglia nu' sens e' smarrimient. E' femmìn moltiplicàn, nuje ommn semmaì sommiam. Sapimm sul mett insieme i cose, ma e' femmene uniscn e moltiplican. E chesta cosà nu' poc n spavènt pecché moltiplicàn pur a nuì. Vir' nu' figlie ppe esemp: è n'at cumm a te! Ess m guàrdau e me ricette “Càrmé aspètt nu' criaturo”. S' aspettàv na' rispòst ra fìlm e, invec, l'aggia sul ritt “Azz! E mo' me toccà accattà cchiu' pastà!” -. (4)
I due risero all’aneddoto. Poi Carmine riprese. - Mammata m rett nu' schiaff e me ricette “Allòr sì cretin o vero” e io ngeriett nu' vas. I mis aropp passaròn cuieti e a màmmata crescèv a panza. Inda a chill moment, aviett o' sicond segnale. O saje quàl è o' sicond segnale? L’umìltà. Nuje ommn nun o' simme maì: vulimme esse semp e' cchiu' fortì ra' coppia, i cchiu' tuosti, i cchiu' intelligent. Pèrò me trovàv a immaginart. Immaginàv a' nascìt toja e pensaì ca' avess volut ca aviv l'uocchi e' mammata. O' juorno aropp' pensaì ca' avess volut ca aviv pure o' sorrìs e' màmmata. O' juorno aropp' nata vota o' nas. A' fine pensaì ca' avess volutò ca assumigliàss a essa e basta. E o saje pècché? Pecché assumiglià a màmmata era pur assumiglià a me. Pecché a tutt l' uocchi ro' munno i facci ricondùrr e' suoì; a tutt e' surrìs facc assumiglià e' suoì. Assumiglià a màmmata vulev ricere assumiglià a u munn mio. E chest'è -. (5)
La ragazza fece un sorriso tipico di chi, però, non è soddisfatto della risposta.
Domandò – E come hai fatto a capire che era la donna che sarebbe stata con te tutta la vita? -.
- E che r'è “tuttà a' vità” ppe te figlia mia? L' anni ca' passi uno vicino all’at? No sciù sciù miò. Chella nun è “tuttà a' vità”, chell è “tuttò o' tiemp”. Si màmmata s n'iess mò, io comunque aggia vissùt tutta a' vità cu essa. E o saje pècché? Pecché nun servè o' tiemp si po tien paura r'ausà. Invecè nuje nun avimm paurà ru spenne, e ru conzumà. Essa me cammìn vicn e io a essa. E quann i' passi song a tiemp, è o' tiemp ca' nun c a face a start aret -. (6)
Fiore indicò la margherita e disse – O saje pecchè m piacn i sciur? (7)
- Perché? -.
-Song o' simbòl ra' forza e r'ammore. Crescen a tutt i ppart, song silenzius, song coloràt e sann completà tutt cos. Comm l’ammore. Tu t sient ca', in ogni posto tu sì, crisci si chella persòn è vicin a te? Sient ca' u sient pur si stat citt? Te pare ca' tutt è rose e sciur arint'a' vità? T' a' iench a' vita ovunqu vai? Chell è ammore. Ammore, criatura mia, nun è at ca' nu' sciore ncopp'o' core - (8)
- Avresti dovuto fare il fioraio papà – disse ridendo Maria.
- No ppè carità - (9)
I due ripresero a camminare e arrivati quasi vicino al portone di casa, Maria guardò il padre e disse – Papà posso farti una domanda? -.
Carmine annuì con la testa in un cenno d’assenso.
- Che hai pensato quando hai visto che somigliavo a te? -.
L’uomo sorrise, baciò la ragazza sulla testa e, tenendo il volto di Maria tra le sue mani, rispose semplicemente - Ca' nun è o vera sta cosa. Nun si tu ca' assumìgl a me. Song io ca' assumigli a te. E  o saje pecché? Pecché ogni matina, quann t sciti, m arrcòrd ca' sott' a chist ciel, i miracul s fann pur cu nu' scior -. (10)

 Per la traduzione in vernacolo napoletano si ringrazia Caterina Vassallo
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(1) Lo sai che sono un romantico Marì
(2) Hai le farfalle nello stomaco bambina mia?
(3) E da me lo vuoi sapere?
(4) Quando tua madre mi confessò che era incinta e che aspettavamo te, io ebbi paura. Terrore anzi. Il primo segno che ha un uomo, un maschio, quando si innamora di una donna è quello: la paura. Ci prende un senso di smarrimento. Le donne moltiplicano, noi uomini semmai sommiamo. Sappiamo sono mettere insieme le cose, ma le donne le uniscono e le moltiplicano. E questa cosa un po’ ci spaventa perché moltiplicano anche noi. Vedi un figlio per esempio: è un altro te! Lei mi guardò e mi disse “Carmé aspetto un bambino”. Si aspettava una risposta da film e, invece, le ho solo detto “Azz! E ora mi tocca comprare più pasta!
(5) Tua madre mi tirò un ceffone e mi disse “Allora davvero sei cretino” e io le diedi un bacio. I mesi successivi passarono tranquilli e a tua madre cresceva il pancione. In quel momento, ebbi il secondo segnale. Sai qual è il secondo segnale? L’umiltà. Noi uomini non lo siamo mai: vogliamo essere sempre i più forti della coppia, i più duri, i più intelligenti. Però mi trovavo ad immaginarti. Immaginavo la tua nascita e pensai che avrei voluto avessi gli occhi di tua madre. Il giorno dopo pensai che avrei voluto tu avessi anche il sorriso di tua madre. Il giorno dopo ancora il naso. Alla fine pensai che avrei voluto tu somigliassi a lei e basta. E sai perché? Perché somigliare a tua madre era anche somigliare a me. Perché a tutti gli occhi del mondo io faccio ricondurre i suoi; a tutti i sorrisi faccio somigliare i suoi. Somigliare a tua madre voleva dire somigliare al mio mondo. Questo è -.
(6) E che cos’è “tutta la vita” per te bambina? Gli anni che passi uno accanto all’altro? No tesoro mio. Quella non è “tutta la vita”, quello è “tutto il tempo”. Se tua madre andasse via ora, io comunque avrei vissuto tutta la vita con lei. E sai perché? Perché non serve il tempo se poi tieni paura di usarlo. Invece noi non abbiamo paura di spenderlo, di consumarlo. Lei mi cammina accanto ed io a lei. E quando i passi sono a tempo, è il Tempo che non riesce a starti dietro -.
(7) Sai perché mi piacciono i fiori?
(8) Sono il simbolo della forza e dell’amore. Crescono dovunque, sono silenziosi, sono colorati e sanno completare i luoghi. Come l’amore. Tu ti senti che in qualsiasi posto tu sia cresci se quella persona è accanto a te? Senti che lo ascolti anche se state in silenzio? Ti sembra che tutto sia colorato nella vita? Te la completa la vita ovunque vai? Quello è l’amore. L’amore, bambina mia, non è altro che un fiore sul cuore -.
(9) No per carità
(10) Che non è vera questa cosa. Non sei tu che somigli a me. Sono io che somiglio a te. E sai perché? Perché ogni mattina, quando ti svegli, mi ricordi che sotto questo cielo i miracoli si fanno anche con un fiore -.