(l'immagine è tratta dal sito http://www.arte.it/foto/600x450/82/50131-507_T.jpg)
L'aula penale era gremita.
Non solo per l'importanza del procedimento che stava per svolgersi, ma anche per la presenza dell'Avvocato Ortega.
Dall'alto dei suoi 80 anni e della sua mastodontica carriera, era un punto di riferimento nel panorama giuridico della città.
Toccò a lui parlare per primo. L'impianto accusatorio era perfetto e, pertanto, ci si attendeva un'arringa finale da premio Oscar.
Il vecchio Avvocato si alzò dalla sedia e guardò tutti i presenti. Li osservò con uno sguardo diverso dal solito.
Tutti prestarono attenzione ai movimenti di Ortega, mentre un brusio accompagnava la mano dello stesso Avvocato prendere un codice di procedura penale.
Quella stessa mano, che impugnava lo "strumento" del legale, si levò in aria per poi ricadere in basso facendo in modo che il codice fosse lanciato per terra verso un punto imprecisato dell'aula.
Silenzio.
Tutti i presenti smisero di parlare. I magistrati restarono di ghiaccio a quel gesto tanto forte ma anche incomprensibile ed inimmaginabile.
Ortega, intanto, restò immobile a fissare il Giudice. Poi prese a parlare con la sua voce calda e lenta.
- A che serve? A che serve un codice? Una regola, una norma, una consuetudine? A cosa servono tutti questi schemi quando non ci sono gli uomini? A che vale tanto spreco di parole e gesta, di sanzioni e multe, quando siamo bottiglie vuote? Noi stessi, noi avvocati, noi operatori del diritto che siamo? A cosa apparteniamo? Prima di questo, prima dei nostri titoli, ci siamo mai chiesti se le nostre toghe posano su spalle fiere di uomo? -.
Breve pausa.
- Per anni ho rincorso la giustizia in una ostinata battaglia fra me e voi, fra me e le norme, fra me e le interpretazioni. Per tutto questo tempo mi sono interrogato, affaticato, stancato a rincorrere una sola parola: GIUSTIZIA. Oggi sono qui e dovrei con forza perorare una idea al fine di far liberare quell'uomo. Eppure non ho parole oggi per questo. Vi chiederete perché? Me lo sono chiesto anche io in questi mesi. Il tempo passava, i momenti anche, la mia vita stessa scorreva. Tutto ha perso ogni significato. Non per l'età, anzi. Quella, in realtà, ci dona la saggezza di saper assaporare. Le conclusioni, invece, mi sono avverse. Non c'è un uomo in questa vita che le rughe sul mio volto disegnano. Non c'è un essere umano sotto questo mantello nero. Cosa c'è allora? Un Avvocato brillante? -.
Altra pausa.
- Non c'è nulla se non un vecchio corpo trascinato giù verso la morte come un masso che rotola dalla pendenza di quella montagna che chiamano tempo. E allora mi domando: chi condanna chi? E soprattutto: chi dev'essere condannato? Quale uomo fra tutti noi merita l'assoluzione piena? Ho perso qualsiasi cosa ieri, oggi e Dio solo sa quanto domani (sempre se un domani vi sarà pensò). Tutto questo cumulo di parole allora per dire una semplice, banalissima cosa: "Errori, rimorsi e rimpianti hanno in comune una sola cosa: la "R", la "R" di rabbia". Quella che proviamo prima durante e dopo ognuno di loro. La rabbia che ci trasforma in delusione, in mancanza, in spregevole presenza -.
L'Avvocato Ortega prese i suoi fogli e con un gestò secco li strappò.
- Un'unica parola allora: FINE. A questa mia vita apparentemente efficace, a tutto questo tempo incolore come la toga che ho addosso. Fine. A questa vergogna che chiamano mia esistenza, a questo dito puntato con aria boriosa di chi crede di sapere dov'è la verità. Fine. A tutti questi sogni e cuori spezzati con queste mani e questi occhi -.
Ortega tolse la toga e la posò sul tavolo in marmo.
- La vita amici miei è una donna che sa sempre come renderti la tua incapacità. E non c'è nessuna slealtà in questo. E' la reale giustizia: nessuno paga per nulla. Affannatevi, pertanto, a ricercare la vostra vita e a chiederle con cuore e dolcezza di farvi sedere al vostro vero posto accanto a lei. Allungate la mano ad ogni uomo, ad ogni animale, ad ogni pensiero, progetto. Tendete a qualcosa. Come gli uccellini che imparano a volare -.
L'Avvocato si sedette, ormai stanco.
- Infondo, signori miei, la vita cos'è? Non è altro che un'arringa a Dio sui nostri indimenticabili limiti -.
Sospirò Ortega.
E dopo quel sospirò, si trovò ad essere giudicato davanti a Dio.
FINE.
Altra pausa.
- Non c'è nulla se non un vecchio corpo trascinato giù verso la morte come un masso che rotola dalla pendenza di quella montagna che chiamano tempo. E allora mi domando: chi condanna chi? E soprattutto: chi dev'essere condannato? Quale uomo fra tutti noi merita l'assoluzione piena? Ho perso qualsiasi cosa ieri, oggi e Dio solo sa quanto domani (sempre se un domani vi sarà pensò). Tutto questo cumulo di parole allora per dire una semplice, banalissima cosa: "Errori, rimorsi e rimpianti hanno in comune una sola cosa: la "R", la "R" di rabbia". Quella che proviamo prima durante e dopo ognuno di loro. La rabbia che ci trasforma in delusione, in mancanza, in spregevole presenza -.
L'Avvocato Ortega prese i suoi fogli e con un gestò secco li strappò.
- Un'unica parola allora: FINE. A questa mia vita apparentemente efficace, a tutto questo tempo incolore come la toga che ho addosso. Fine. A questa vergogna che chiamano mia esistenza, a questo dito puntato con aria boriosa di chi crede di sapere dov'è la verità. Fine. A tutti questi sogni e cuori spezzati con queste mani e questi occhi -.
Ortega tolse la toga e la posò sul tavolo in marmo.
- La vita amici miei è una donna che sa sempre come renderti la tua incapacità. E non c'è nessuna slealtà in questo. E' la reale giustizia: nessuno paga per nulla. Affannatevi, pertanto, a ricercare la vostra vita e a chiederle con cuore e dolcezza di farvi sedere al vostro vero posto accanto a lei. Allungate la mano ad ogni uomo, ad ogni animale, ad ogni pensiero, progetto. Tendete a qualcosa. Come gli uccellini che imparano a volare -.
L'Avvocato si sedette, ormai stanco.
- Infondo, signori miei, la vita cos'è? Non è altro che un'arringa a Dio sui nostri indimenticabili limiti -.
Sospirò Ortega.
E dopo quel sospirò, si trovò ad essere giudicato davanti a Dio.
FINE.






