(l'immagine è tratta dal sito http://www.travelnostop.com/sicilia/territori/monte-pellegrino-addaura-unesco_391518)
Si
alzò da quel letto, sfatto come lui.
Aprì
la finestra e vide il panorama della sua Sicilia.
Il rosso, quel colore che la faceva da padrone, gli riempì lo sguardo come da giorni glieli riempivano le gocce di pianto.
Il rosso, quel colore che la faceva da padrone, gli riempì lo sguardo come da giorni glieli riempivano le gocce di pianto.
A
furia di piangere, le lacrime gli avevano cancellato il colore degli
occhi.
Guardò
il mare, i tetti, i palazzi. Sentì gli odori di quel mondo che tanto
sembrava perfetto e che tanto non gli apparteneva.
Sentì
la presenza di quell’ospite, vicino a lui.
Come
sempre, come ogni giorno, ogni singolo minuto della sua vita.
Lo
vedeva sotto sembianze di donna.
-
Arrè cà sì? -. (1)
-
Me lo permetti tu – rispose lei.
-
Vulissi sulu cà finissi - rispose
stringendo i pugni. (2)
-
Ti incaponisci Giovanni. Come i tori -.
Giovanni
detto Torello per la sua
irascibilità, cercò inutilmente di ribattere, ma in cuor suo
sapeva che lei avrebbe avuto sempre l’ultima parola.
A
cosa ti aggrappi quando tutta la tua vita dimostra il niente che sei?
E a quel pensiero si accese una rabbia acuta. Come quella dei tori
quando vedono il panno rosso.
Volse
lo sguardo verso la sua stanza: tutto senza senso, tutto inutile,
senza amore.
Lei
di colpo sparì.
Giovanni
andò a farsi la doccia e, una volta vestito, scese per le vie di
Palermo.
Vicino
al Teatro Massimo trovò Salvatore. Era una calda giornata d’agosto.
Odiava l’estate. La odiava per un semplice motivo: rappresentava la
vita. Proprio quella cosa che gli aveva dimostrato la sua pochezza,
il suo essere inutile.
-
Torello
dove te ne vai? -.
Giovanni
guardò l’amico e disse – A
pigghiari u gilatu, tu chi fai? -. (3)
-
In giro -.
-
Chi fai l'omu ri panza cu mia Sarvatò? -. (4)
-
No, assolutamente -.
Giovanni
fissò il ragazzo negli occhi e poi fece un piccolo suono d’assenso.
-
Che c’è? Perché mi fissi? - domandò Salvatore.
-
NPaliemmu pi unu ca sa chianta, cinni sù trrimmila arme ca parranu -. (5)
-
Che filosofia stamattina Torello
-.
Giovanni
continuò a camminare e Salvatore istintivamente lo seguì.
Arrivarono ad una gelateria nei
pressi di Via Mariano
Stabile.
Presero
due brioche col gelato. Pagò Giovanni. Sapeva bene che Salvatore non
avrebbe fatto nemmeno finta di prendere il suo portafogli.
-
Grazie Toré
-.
Lui
fece un cenno col capo e riprese a camminare.
Percorsero
alcuni metri e si sedettero sul muretto che recintava la
Cattedrale
della
Santa Vergine Maria Assunta.
Mentre
dava un morso alla brioche, Salvatore chiese – Giovanni è tanto
tempo che stai così? Ma che cosa ti è successo? Non ti vedo ridere
da almeno due anni -.
Giovanni
strinse la mascella, poi rispose senza guardare in volto il suo amico
– U
saì cos'è u rimursu? Chiddu pivveru, però! Chiddu ca ti lassa
senza paroli, marturiato, dilusu. Chiddu re vigliacchi ca un vannu
mancu un sordu. Chiddu ri na vita senza dignità, nutuli -. (6)
-
Tutti sbagliamo Giovà. Chi più chi meno -.
-
Mica parru re sbagghi! Parru ri quannu nun si senti nenti morto ri
rintra -. (7)
Salvatore
fece una faccia interrogativa.
Dopo
quel silenzio, Torello
riprese
– A
notti mi veni a trova, cistu u sai? -. (8)
-
Chi? -.
-
U rimorsu. Avi a facci ri na fimmina. Comu tutti li cosi ca prima o
poi venire hannu e ti quacchi. A notti grira come u vento. E mi
passanu i grira di tuttu chiddu ca un potti essiri, re cristiani ca
ci votai i spaddi, re cosi ca unn'hannaiu chiù cunclusu. Autri notti
veni e saddummisci cu mia -. (9)
-
E
ci fai qualcosa? - domandò ridendo Salvatore.
Giovanni,
quasi non avesse sentito la domanda scherzosa e malandrina, continuò
spedito – Si sdivaca e mi dici tutti i paroli ca un
ci rissi. Mi cunta tuttu chiddi ca un fici, e tutti pi mia e pi nuddu
-. (10)
-
Sta picciotta avi u nomi? - chiese
quasi serio Salvatore. (11)
-
Addaura
-.
-
E perché proprio quel nome? -.
-
Addaura veni ri l'arabi. Significa “giru”. Idda mi spunta ri
tutti i latati, è unn'egghiè -. (12)
-
E tu non le dici mai niente? -.
-
Sapi sempre chiddu chi aiu a diri. Avi sempri l'urtima parola. Unc'è
risposta o rimorsu e quannu ai na risposta, u rimorsu addivenga
rimpiantu -. (13)
-
E quindi vuoi restare tutta la vita a parlare con Addaura? -.
-
Idda parra cu mia -. (14)
-
E tu le rispondi! -.
Salvatore
tirò l’ultimo morso alla brioche, si pulì la bocca col
fazzolettino e riprese - Torello
non
ti incaponire in questa corrida. Nà
stu giru u iencu è tostu, putissi puru moriri -. (15)
Giovanni
fece un sospiro e poi tornò a casa.
Arrivò
la sera.
Si
presento Addaura. Gli si sdraiò accanto, in quel letto sfatto.
-
Siamo di nuovo io e te – disse la bella donna.
-
Ti
odio – disse Giovanni.
-
Questo lo hai detto a me o a te? -.
-
A tutto -.
-
Allora odia tutto -.
Giovanni,
sentì la rabbia crescere, tanto che cominciò a distruggere ogni
cosa che aveva a tiro.
-
Tutti
i cosi rumpu, puru a tia. -
gridò. (16)
Addaura
lo guardò e disse semplicemente – U
risentimentu sulu rabbia porta. E
a rabbia ammazza u rancurusu -. (17)
-
E
io ammazzo a tia e a mia -. (18)
-
Hai solo un modo per uccidermi Giovanni. La pace, la pace con te
stesso -.
Giovanni
sfiancato dalla sua stessa rabbia si fermò e respirò
affannosamente.
Guardò
Addaura dallo specchio dirgli – La pace -.
Piangendo,
allora, disse – E allora facciamo pace -.
Svenne.
Il
giorno dopo Giovanni si svegliò e Addaura non c’era più.
Il
toro era vivo.
Il
torero lo aveva risparmiato.
per la traduzione in vernacolo siciliano si ringrazia Cristina Cucinella.
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(1) Sei
di nuovo qui.
(2) Vorrei
soltanto che finisse.
(3) A
prendere un gelato. E tu?
(4) Fai
l’omertoso con me Salvatore?
(5) A
Palermo per ogni bocca che sta zitta, ci sono mille anime che parlano.
(6) Hai
mai conosciuto il rimorso? Quello vero
intendo. Quello dei fallimenti, della vigliaccheria, della delusione.
Il rimorso di una vita inutile.
(7) Non
gli sbagli. Io intendo
il non essere.
(8) La
notte mi viene a trovare, sai?
(9) Il
rimorso. Ha le forme di una donna. Come tutte le cose che prima o poi
ti rovinano. Alcune notti grida forte, come il vento. E sento tutte
le voci dei sogni che ho distrutto, delle persone che ho tradito, dei
progetti che non ho mai portato a termine. Altre
notti, invece, viene e si sdraia nel letto insieme a me.
(10) Si
sdraia e mi sussurra tutte le parole che non ho detto. Mi
racconta tutta la vita che non ho fatto e tutti i secondi che ho
impiegato a
non fare nulla per me
o per nessuno.
(11) E
questa ragazza un nome lo ha?
(12) Addaura
viene dall’arabo dawra,
vuol dire “giro”. Lei è intorno a me, è dappertutto.
(13) Lei
sa sempre quello che sto per dire. Ha sempre l’ultima parola. Non
c’è risposta al rimorso. E quando ne hai una, il rimorso diventa
rimpianto.
(14) E’
lei che parla con me.
(15) A
questo giro, il torero è forte. Il toro rischia di morire.
(16) Distruggerò ogni cosa, pure
te!
(17) Il rancore genera la rabbia,
la rabbia uccide il rancoroso.
(18) E io uccido te e me.

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