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sabato 18 novembre 2017

I racconti del Vernacolo - TAURUS (Palermo)



(l'immagine è tratta dal sito http://www.travelnostop.com/sicilia/territori/monte-pellegrino-addaura-unesco_391518)


Si alzò da quel letto, sfatto come lui.
Aprì la finestra e vide il panorama della sua Sicilia. 
Il rosso, quel colore che la faceva da padrone, gli riempì lo sguardo come da giorni glieli riempivano le gocce di pianto.
A furia di piangere, le lacrime gli avevano cancellato il colore degli occhi.
Guardò il mare, i tetti, i palazzi. Sentì gli odori di quel mondo che tanto sembrava perfetto e che tanto non gli apparteneva.
Sentì la presenza di quell’ospite, vicino a lui.
Come sempre, come ogni giorno, ogni singolo minuto della sua vita.
Lo vedeva sotto sembianze di donna.
- Arrè cà sì? -. (1)
- Me lo permetti tu – rispose lei.
- Vulissi sulu cà finissi - rispose stringendo i pugni. (2)
- Ti incaponisci Giovanni. Come i tori -.
Giovanni detto Torello per la sua irascibilità, cercò inutilmente di ribattere, ma in cuor suo sapeva che lei avrebbe avuto sempre l’ultima parola.
A cosa ti aggrappi quando tutta la tua vita dimostra il niente che sei? E a quel pensiero si accese una rabbia acuta. Come quella dei tori quando vedono il panno rosso.
Volse lo sguardo verso la sua stanza: tutto senza senso, tutto inutile, senza amore.
Lei di colpo sparì.
Giovanni andò a farsi la doccia e, una volta vestito, scese per le vie di Palermo.
Vicino al Teatro Massimo trovò Salvatore. Era una calda giornata d’agosto. Odiava l’estate. La odiava per un semplice motivo: rappresentava la vita. Proprio quella cosa che gli aveva dimostrato la sua pochezza, il suo essere inutile.
- Torello dove te ne vai? -.
Giovanni guardò l’amico e disse – A pigghiari u gilatu, tu chi fai? -. (3)
- In giro -.
- Chi fai l'omu ri panza cu mia Sarvatò? -. (4)
- No, assolutamente -.
Giovanni fissò il ragazzo negli occhi e poi fece un piccolo suono d’assenso.
- Che c’è? Perché mi fissi? - domandò Salvatore.
- NPaliemmu pi unu ca sa chianta, cinni sù trrimmila arme ca parranu -. (5)
- Che filosofia stamattina Torello -.
Giovanni continuò a camminare e Salvatore istintivamente lo seguì. Arrivarono ad una gelateria nei pressi di Via Mariano Stabile.
Presero due brioche col gelato. Pagò Giovanni. Sapeva bene che Salvatore non avrebbe fatto nemmeno finta di prendere il suo portafogli.
- Grazie Toré -.
Lui fece un cenno col capo e riprese a camminare.
Percorsero alcuni metri e si sedettero sul muretto che recintava la Cattedrale della Santa Vergine Maria Assunta.
Mentre dava un morso alla brioche, Salvatore chiese – Giovanni è tanto tempo che stai così? Ma che cosa ti è successo? Non ti vedo ridere da almeno due anni -.
Giovanni strinse la mascella, poi rispose senza guardare in volto il suo amico – U saì cos'è u rimursu? Chiddu pivveru, però! Chiddu ca ti lassa senza paroli, marturiato, dilusu. Chiddu re vigliacchi ca un vannu mancu un sordu. Chiddu ri na vita senza dignità, nutuli -. (6)
- Tutti sbagliamo Giovà. Chi più chi meno -.
- Mica parru re sbagghi! Parru ri quannu nun si senti nenti morto ri rintra -. (7)
Salvatore fece una faccia interrogativa.
Dopo quel silenzio, Torello riprese – A notti mi veni a trova, cistu u sai? -. (8)
- Chi? -.
- U rimorsu. Avi a facci ri na fimmina. Comu tutti li cosi ca prima o poi venire hannu e ti quacchi. A notti grira come u vento. E mi passanu i grira di tuttu chiddu ca un potti essiri, re cristiani ca ci votai i spaddi, re cosi ca unn'hannaiu chiù cunclusu. Autri notti veni e saddummisci cu mia -. (9)
- E ci fai qualcosa? - domandò ridendo Salvatore.
Giovanni, quasi non avesse sentito la domanda scherzosa e malandrina, continuò spedito – Si sdivaca e mi dici tutti i paroli ca un ci rissi. Mi cunta tuttu chiddi ca un fici, e tutti pi mia e pi nuddu -. (10)
- Sta picciotta avi u nomi? - chiese quasi serio Salvatore. (11)
- Addaura -.
- E perché proprio quel nome? -.
- Addaura veni ri l'arabi. Significa “giru”. Idda mi spunta ri tutti i latati, è unn'egghiè -. (12)
- E tu non le dici mai niente? -.
- Sapi sempre chiddu chi aiu a diri. Avi sempri l'urtima parola. Unc'è risposta o rimorsu e quannu ai na risposta, u rimorsu addivenga rimpiantu -. (13)
- E quindi vuoi restare tutta la vita a parlare con Addaura? -.
- Idda parra cu mia -. (14)
- E tu le rispondi! -.
Salvatore tirò l’ultimo morso alla brioche, si pulì la bocca col fazzolettino e riprese - Torello non ti incaponire in questa corrida. Nà stu giru u iencu è tostu, putissi puru moriri -. (15)
Giovanni fece un sospiro e poi tornò a casa.
Arrivò la sera.
Si presento Addaura. Gli si sdraiò accanto, in quel letto sfatto.
- Siamo di nuovo io e te – disse la bella donna.
- Ti odio – disse Giovanni.
- Questo lo hai detto a me o a te? -.
- A tutto -.
- Allora odia tutto -.
Giovanni, sentì la rabbia crescere, tanto che cominciò a distruggere ogni cosa che aveva a tiro.
- Tutti i cosi rumpu, puru a tia. - gridò. (16)
Addaura lo guardò e disse semplicemente – U risentimentu sulu rabbia porta. E a rabbia ammazza u rancurusu -. (17)
- E io ammazzo a tia e a mia -. (18)
- Hai solo un modo per uccidermi Giovanni. La pace, la pace con te stesso -.
Giovanni sfiancato dalla sua stessa rabbia si fermò e respirò affannosamente.
Guardò Addaura dallo specchio dirgli – La pace -.
Piangendo, allora, disse – E allora facciamo pace -.
Svenne.
Il giorno dopo Giovanni si svegliò e Addaura non c’era più.
Il toro era vivo.
Il torero lo aveva risparmiato.


per la traduzione in vernacolo siciliano si ringrazia Cristina Cucinella.
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(1) Sei di nuovo qui.

(2) Vorrei soltanto che finisse.
(3) A prendere un gelato. E tu?
(4) Fai l’omertoso con me Salvatore?
(5) A Palermo per ogni bocca che sta zitta, ci sono mille anime che parlano.
(6) Hai mai conosciuto il rimorso? Quello vero intendo. Quello dei fallimenti, della vigliaccheria, della delusione. Il rimorso di una vita inutile.
(7) Non gli sbagli. Io intendo il non essere.
(8) La notte mi viene a trovare, sai?
(9) Il rimorso. Ha le forme di una donna. Come tutte le cose che prima o poi ti rovinano. Alcune notti grida forte, come il vento. E sento tutte le voci dei sogni che ho distrutto, delle persone che ho tradito, dei progetti che non ho mai portato a termine. Altre notti, invece, viene e si sdraia nel letto insieme a me.
(10) Si sdraia e mi sussurra tutte le parole che non ho detto. Mi racconta tutta la vita che non ho fatto e tutti i secondi che ho impiegato a non fare nulla per me o per nessuno.
(11) E questa ragazza un nome lo ha?
(12) Addaura viene dall’arabo dawra, vuol dire “giro”. Lei è intorno a me, è dappertutto.
(13) Lei sa sempre quello che sto per dire. Ha sempre l’ultima parola. Non c’è risposta al rimorso. E quando ne hai una, il rimorso diventa rimpianto.
(14) E’ lei che parla con me.
(15) A questo giro, il torero è forte. Il toro rischia di morire.
(16) Distruggerò ogni cosa, pure te!
(17) Il rancore genera la rabbia, la rabbia uccide il rancoroso.
(18) E io uccido te e me.


















 

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