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martedì 26 dicembre 2017

I racconti del Vernacolo - LAJANARE (Taranto)



Erminio si lanciò dal “Ponte di Pietra” con un salto poderoso.
Il suo piccolo corpo da bambino di 12 anni trafisse il mare come un missile ben direzionato.
Sott’acqua, il ragazzino aprì gli occhi e cerco di vedere quanto più possibile. Avrebbe sempre voluto essere un pesce. Il mare era qualcosa che lo aveva sempre affascinato.
Riemerse con la tipica foga dei ragazzi pre-adolescenti e nuotò fino alla riva per risalire immediatamente sul ponte e fare un altro tuffo.
Mentre correva, sentì una voce che gli diceva – Ermì! Don Cataldo ti sta aspettando!! Muoviti! -.
Erminio fermò immediatamente la sua corsa e, imprecando sottovoce, corse in direzione della riva da cui era salito, prese i suoi indumenti, e andò verso Piazza Fontana.
Arrivato nei pressi dell’orologio che regnava sulla piazza, vide ai piedi di questo Don Cataldo che, battendo il bastone da passeggio sul terreno, scandiva il tempo di un disappunto che non aveva alcuna voglia di celare.
- Maje ca capisce le cose tu, no Ermì? -. (1)
- Scusa don Catà -.
- Scusi. Mi devi dare del “lei”. E mò pure l’educazione t’è scurdate? Allore averamende stoche a perde timbe cu tè! -. (2)
Erminio abbassò la testa. Pur essendo un ragazzo vivace, teneva alla considerazione e all’affetto di Don Cataldo. Dopotutto era l’unica famiglia che aveva.
L’anziano signore, vedendo il giovanotto, con la testa abbassata, si ricordò di come la vita si fosse accanita con lui: i genitori morti entrambi di tumore, la solitudine, il periodo con lo zio pescatore ed ubriacone che spesso lo picchiava. Una vita brutta e difficile, fino al momento in cui, passeggiando per Via Garibaldi ed intrufolandosi in un bar, aveva visto giocare a scacchi Don Cataldo e si era innamorato di quell’arte.
- Avine cu me Ermì. Facimene do passe -. (3)
Erminio non aveva tanta voglia di camminare, ma non poteva dire di no proprio a lui.
Presero a salire il pendio della chiesa di San Domenico.
L’anziano signore, reggendosi al suo bastone, ogni tanto, di traverso, guardava Erminio cercando di capire cosa stesse facendo. Il ragazzino, di contro, sentiva il peso dello sguardo del Don su di lui e restava in silenzio.
- Sono brutte le salite, vero Erminio? -.
- Sì Don Cataldo -.
- Ma, ce te vuete, ‘na ‘nghianàte devende ‘na scinnute, no? -. (4)
- Si – rispose Erminio sempre a testa basta.
- E quiste a ce te face penzà? -. (5)
Il bimbo restò in silenzio.
Don Cataldo si fermò, si voltò verso il ragazzino e disse – Guardami Erminio -. Il bimbo lo guardò e vide davanti a sé tutto quello che avrebbe voluto essere da grande.
- Arrecuerdete sembe Ermì: pure a vite tene le ‘nghianàte e le scinnute. Assai vóte une s’accumbàgne à l’otre. Cange sulamende come le uarde -. (6)
- E come si fa a cambiare prospettiva? -.
- Misckànne tutte le cose ca te ‘ngàppene, tutte le sentiminde ca te sind. Come a nonne quànne face ‘u mbaste pe’ le chiangaredde. Tu ‘u sè come se facene le chiangaredde? S’auande tutte quid ca serve, se mene suse u’ taule e po’ cù le mane se ‘mmiscke tutte cose -. (7)
- Non lo so come si fa -.
Don Cataldo sorrise e riprese – Te ‘mbare sule quànne te ‘nzive le mane, sule ce te muève. A’ cambà bbuène Ermi. Ogni cose adda avè a mesure soje, ce no a paste avéne ‘nu schife e nisciune s’a mange. Ma ‘nu bbuene cristiane, nu cristiane aggarbàte sape fa n’otre bella cosa: sape fatià a pasta sóve. E ‘na vote ca tine na bella palla de pasta arrive a vite -. (8)
Don Cataldo guardò in un punto imprecisato alla sua destra dove si vedeva Piazza Fontana e, successivamente, la campana sopra alla torre con l’orologio.
- ‘U sè ce jè a vite Ermi? -. (9)
- Cosa è? -
- ‘A vite, curciul mije, éte ‘nu lajanare. Mette tutt’à scrime, accummogghieche e allisce. ‘U lajanare sesteme e prepare p’a forma c’adda pigghà. E quidde sprusce nnanze e rrete, rrete e nnanze. Ogne seconde te ‘nghiane suse fine ca no s’appare tutte cose: bbuene cu mmale, ‘ngarrate o no, amore e dulore, vite e morte -. (10)
Erminio, più maturo di quanto la sua età chiedesse di essere, capì il senso del discorso del Don e disse – Quindi devo aspettare che la mia vita sia a livello? -.
- Sine piccinne mije. Po’ tutte adda scè come vuè tu -. (11)
- Ma a scacchi posso continuare a giocare? -.
Don Cataldo rise e disse – Certo che puoi giocare. Anzi: devi giocare! -.
I due riscesero il pendio di San Domenico e si avvicinarono alla fontana presente al centro della piazza.
Erminio vide Don Cataldo guardare la torre e domandò – Don Cataldo perché guarda sempre l’orologio? -.
Amaramente l’anziano disse – Peccè all’età méje vuè sapè a dò remane ‘u timbe. Prime o po’ a canoscere qual è ‘a cambàna tóje. E quedde ca sone p’avvesà Domineddie pe tè -. (12)
Il giorno dopo, nel circolo dove era solito passare le sue giornate, Erminio vide entrare Don Cataldo.
Il vecchio salutò il bimbo e vide la bellissima scacchiera in legno davanti a lui.
- Che bella scacchiera. Di chi è? -.
- La mia Don Cataldo -.
- E come l’hai comprata? -.
- Non l’ho comprata, lo creata io -.
L’anziano restò stupido, si sedette e contemplò la scacchiera.
- Facciamo una partita? - domandò Erminio.
- Sì – rispose Don Cataldo.
I due giocarono e il vecchio capì che Erminio aveva grandi doti. Non lo avrebbe visto diventare a venticinque anni campione del mondo di scacchi, ma in cuor suo sapeva che quel ragazzino orfano avrebbe potuto fare grandi cose.
Prima di fare l’ultima mossa, che gli avrebbe fatto dire “scacco matto”, Erminio disse – Don Catà osce è dumeneche. Tu le se fa le chiangaredde? -. (13)
L’anziano, che vide il suo Re bloccato, disse – No. Ma l’agghie sembe sapute mangià -. (14)
I due risero.
Il giorno dopo Don Cataldo si spense.
Al suo funerale tutta Taranto accorse per rendergli omaggio. Sul pulpito, invece, solo un ragazzino disse qualcosa.
- ‘U sapite ce jè a vite? È ‘nu lajanare, ca camine e allisce tutte cose. Tande tutte cose prime o po’ s’apparene. Don Catà: tu uardive sembe ‘u ‘relogge. Je uardave semb’a te. Tu ive ‘a cambàna méje. E mò, mentre stoche ‘mbaste ‘a vite méje, ‘nda rècchie o Signore dice ca quanne havenghe ammà sciucà cu le scacche -. (15)


Per la traduzione in vernacolo tarantino si ringrazia Monica Gatti.
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(1) Mai che capisci gli ordini tu, vero Erminio?
(2) Adesso pure l’educazione hai dimenticato? Allora davvero sto perdendo tempo con te 
(3) Vieni con me Erminio. Facciamo una passeggiata. 

(4) Ma, se ti giri, una salita diventa una discesa, no? 
(5) E questo a cosa ti fa pensare? 

(6) Ricordati sempre Erminio: anche la vita ha le salite e le discese. E molto spesso una coincide con l’altra. Devi solo cambiare prospettiva

(7) Mescolando tutte le cose che accadono, tutti i sentimenti che vivi. Come la nonna quando prepara la pasta per fare le orecchiette. Sai come fanno le orecchiette? Prendono gli ingredienti e mettono tutto sul tavolino e poi con le mani uniscono tutto 

(8) Impari solo sporcandoti le mani, solo dandoti da fare. Devi vivere bene Ermì. Ogni ingrediente deve essere con la giusta dose, altrimenti la pasta viene male e nessuno mangia le orecchiette. Ma un brav’uomo, un grand’uomo, sa fare un’altra cosa importante: sa lavorare la sua pasta. E una volta che hai la tua bella palla di pasta arriva la vita 

(9) Sai cos’è la vita Erminio?

(10) La vita, bambino mio, è un mattarello. Mette tutto in linea, unisce e distende. Il mattarello mette ordine e prepara alla nuova forma che la pasta deve avere. E quello scivola avanti e indietro, indietro e avanti. E ti passa sopra ogni secondo fin quando tutto è a pari: bene con male, giusto con sbagliato, amore e dolore, vita e morte

(11) Si bambino mio. Poi tutto potrà prendere la forma che vuoi 

(12) Perché all’età mia vuoi sempre sapere dov’è sta il tempo. Prima o poi devi conoscere la campana tua. È quella che avvisa Dio per te 

(13) Don Catà oggi è domenica. Tu le sai fare le orecchiette? 

(14) No. Ma le ho sempre sapute assaggiare

(15) La vita sapete cos’è? È un mattarello, Lasciate che scorra e che appiani. Tanto tutto prima o poi si mette a pari. Don Catà: tu guardavi sempre l’orologio. Io, invece, guardavo sempre te. Tu eri la campana mia. E ora, mentre impasto la mia vita, tu sussurra a Dio che, quando verrò, dobbiamo giocare a scacchi
 

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