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giovedì 28 settembre 2017

I racconti del Vernacolo - pt. 2

(l'immagine è tratta dal sito http://www.adrianabiase.it/2014/02/la-psicoterapia-spiegata-a-mia-nipote-di-5-anni/)


Subito dopo il racconto, nonno Erminio spiegò bene bene quasi tutte le regole principali degli scacchi al nipote.
Dopo la storia di Milite, Alberto sembrava più attento e meno focoso.
Finiti gli ultimi consigli, Erminio disse che finalmente si potevano utilizzare le pedine.
Cominciò, con l'ausilio del bambino, a posizionare tutti i vari pezzi sulla scacchiera nell'ordine in cui dovevano essere collocati.
Ad ogni pezzo posizionato, il vecchio chiedeva al nipote il nome, la sua collocazione, il suo movimento.
Voleva capire se davvero Alberto avesse appreso quanto da lui detto fino a quel momento.
Venne il momento di giocare e l'anziano spiegò al bambino l'apertura.
- Come ogni cosa della vita, anche negli scacchi l'inizio è una cosa fondamentale. Una buona apertura ti permette di espandere i pezzi in tutto il campo da gioco. Una pessima apertura, invece, compromette tantissimo la tua partita -.
- E ora che faccio? -.
- Devi muovere un pezzo. Devi cominciare -.
- Non so proprio che fare nonno. Ogni pezzo mi sembra quello sbagliato -.
- Devi ricordati che ogni singolo pezzo ha due ruoli: difendere il tuo re e lottare per vincere l'altro -.
- Ma tu sei più bravo di me e vincerai -.
- Forse ora, ma non domani. A poco a poco tu diventerai sempre più forte e un giorno tu batterai me -.
- Ho paura - disse timido Alberto.
- Non devi avere paura, altrimenti farai la fine di Gino detto Leone -.
- E che cosa ha fatto questo Gino? Ha perso agli scacchi? -.
- No, ha fatto qualcosa di peggio. Qualcosa che ogni uomo non dovrebbe mai fare: perdere tempo per la paura -.
- E come si perde tempo? -.
- Ora te lo racconto -.
Entrò la nonna in quel momento che, guardandoli, disse ironicamente - Ma cosa avrete mai da dirvi sempre tutti e due -.
- Calma donna! - replicò con lo stesso tono nonno Erminio - Stiamo per partire di nuovo -.
- E dove andate stavolta? - domandò lei.
Erminio guardò Alberto negli occhi e disse - Ti porto sull'isola d'Elba -.

venerdì 22 settembre 2017

Una giornata

Buona giornata,
tu che fai della tua vita una reale vita,
da uno che fa della sua
un semplice passare di secondi
nel tuo ricordo.

I racconti del Vernacolo - MILITE (Roma)

(questa immagine è tratta dal sito http://www.infinityhotel.it/files/hotel/rome-italy/hotel-roma-piazza-spagna-001.jpg)


Milite prese a scendere le scale del suo palazzo in una tranquilla mattinata romana. 
Scese non curante di nulla, come se niente avesse un senso. Aprì il portone e svoltò a sinistra per fare il suo solito giro che non cambiava da anni; da quando aveva perso tutto ed era caduto in disgrazia umana. 
Percorse Viale Ippocrate in direzione Piazzale delle Province. A metà strada incontrò Erminio detto “Er Merlo” per le sue doti orali che, anche in quell’occasione, non mancò di dimostrare.
- A Milite! Ancora a fa sti passi. So tre anni che nun cambi. Ma che t'aspetti de ripiatte sta vita? Che pensi che n' c'ho sapemo che in Sicilia c'hai costruito tutto e c'hai perso de più? E a che te serve sto dolore se poi ner petto er core nun impara a vive mejo? Ascorta a Merlo tuo Mi': abbandona pure er pensiero de st'amore. Nun c'hai mai avuto er fegato de tenette 'e persone. Vattene dellà, và pe l’Università, vedi 'e vie nuove. Che quanno nasciamo Iddio 'no stradario 'n c'ho da -. (1)
Milite, intanto, continuava a camminare, mentre Il Merlo lo seguiva. 
- A Cì! Bello de zio tuo: nun te n'anna giù. Nun lo vedi che sta strada è in discesa? Nun lo vedi che da sopra se vede prima er fondo? Datte na pacca su 'a spalla come farebbe n' amico e cori dietro l'ore tue, che manco n'giudice pò condannà a vita quanno te ruba er tempo -. (2)
Milite rallentò il passo a poco a poco mentre il Merlo parlava. Senza volerlo, si accorse di essersi fermato. 
Merlo gli poggiò una mano sulla spalla destra e gli disse - A Milite, te ricordi perché te chiameno così? De tutte 'e lotte c'hai fatto p'ave qu'amore? Come n'sordato vero? -. (3)
Milite, con gli occhi nel vuoto, disse - Una volta che hai visto Roma, poi è uguale tutti i giorni -. 
- Ma nun la vedi tutta tutti i giorni. L’amore nun se girovaga. L’amore c'ha na strada tutta sua. E più ce piazzi n'itinerario, più te ce perdi negli ostacoli -. (4)
- Lasciamo ai vivi i viaggi loro, che ai morti come me le strade non servono più -. 
- E quanno morirai -. 
- Magari morissi! Forse comincerei a vivere -. 
Detto questo, Milite riprese a camminare nella sua strada ma non nella sua vita. Merlo cominciò a fischiare come faceva sempre quando vi erano quei rari momenti in cui non aveva nulla da dire. 
Il giorno dopo, Merlo ripassò alla stessa ora in quella via. 
Stranamente, quella mattina, non incrociò Milite ma vide un capannello di gente dalla parte opposta a dove il ragazzo di solito si dirigeva. Era la parte “alta” della strada in discesa. 
Vide il trambusto di persone, vide la confusione, il vociare. Scorse anche la bella siciliana che tanto Milite amava, con un'aria disperata e preoccupata, assieme al suo compagno.  
“E tu che ce fai qua?” si domandò vedendola. Lei che aveva demolito quel giovane, che lo aveva abbandonato come si abbandonano le cose che non si ricordano più. Che lo aveva riposto come le fotografie sbiadite. 
Merlo si diresse a passo svelto verso il punto dove la gente si era raggrumata. Spostò chiunque gridando - Sò Er Merlo! Sò Er Merlo! Fateme da passà!! -. 
Arrivato al punto, osservò la scena e un dolore gli prese lo stomaco. Quel dolore che solo i “pazzi” possono sentire, perché più vicini all’anima delle cose. Vide la macchina col parabrezza rotto e sporco, i vetri per terra, l’agitazione e la commozione. 
E lui. 
Lo trovò steso, con quell’aria bella e forte che gli aveva regalato l’appellativo di Milite. Immerso nel dolore fisico e interiore, Milite vide il Merlo
Abbozzò un sorriso e gli disse - Te chiameno Er Merlo ma, tra i due, so io che mo pò vola -.(5) 
Merlo cominciò a piangere e annuì semplicemente con la testa. 
- Posso volà pur'io mo Me'! -. 
- Si Milite - rispose con voce rotta il Merlo - Ora poi volà -.



Per la traduzione in vernacolo romano si ringrazia Simone Lancia.
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(1) Milite! Ancora a fare questi passi. Sono tre anni che non cambi. Ma che aspetti a riprenderti la vita? Che non lo sappiamo che in Sicilia ci hai costruito tutto e ci hai perso di più? E a che ti serve sto dolore se poi nel petto il cuore non impara a vivere meglio? Senti a Merlo tuo Milite: abbandona pure il pensiero di questo amore. Non hai mai avuto fegato di tenerti le persone. Vattene di là, vai per l’Università, vedi vie nuove. Che quando nasciamo Iddio uno stradario non ce lo da.
(2) A Mì! Bello di zio Merlo tuo: non te ne andare giù. Non lo vedi che questa strada è in discesa? Non lo vedi che da sopra si vede in anticipo il fondo? Datti una pacca sulla spalla come fa un amico e rincorri le ore tue, che nessun giudice può condannare la vita quando ti ruba il tempo.
(3) Milite, ti ricordi perché ti chiamano così? Di tutte le lotte che hai fatto per avere quell’amore? Come un soldato vero?
(4) Ma non la vedi tutta tutti i giorni. L’amore non si girovaga. L’amore ha una strada tutta sua. E più ci piazzi un itinerario, più ti perdi negli ostacoli.
(5) Ti chiamano Merlo ma, tra i due, io ora posso volare.



 

giovedì 21 settembre 2017

E le candeline a spegnersi

(l'immagine è tratta dal sito https://i.pinimg.com/originals/2c/29/4e/2c294eb98366c51ad1a491b79e43d8cc.jpg)
Caro,
siamo qui a festeggiare un altro anno che va, o che forse si aggiunge, dipende dai punti di vista.
Siamo qui, anche se per noi quel verbo essere ci è sempre appartenuto, ma non del tutto. Mai totalmente. 
Essere è un modo di vivere, tanto quanto vivere è una una prerogativa per essere.
Abbiamo sempre avuto tempo, e ne abbiamo sempre perso. E in quel poco utilizzato non abbiamo mai avuto tempismo.
Sempre troppo presto, sempre troppo tardi, sempre un minuto in più o meno.
Ed ora il tempo dov'è? A parte seduto al tuo fianco durante queste 24 ore, a ricordarti che ti sei dimenticato di lui, ma lui non di te.
E' ironica la nostra vita.
Tutto sballato.
Se pensi che le migliori cose le abbiamo avute d'estate e tu nasci il 21 settembre, ovvero l'inizio dell'autunno!
E in tanto passeremo anche questo compleanno a fare bilanci: a domandarci cosa fanno tutti quelli amori sprecati e delusi, a tutti quelli amici spariti (chi doveva risolvere, chi doveva parlare e chiarire, chi aveva sempre da dire che ci sarebbe stato), a quelli che ogni compleanno ci sono per poi non esserci più.
E questo è un coltello che ogni anno ci trafigge.
Tante foto, tante persone, 32 anni, 32 gruppi. E un'unica certezza: solo tu.
Nessuno resta in questa linea che si chiama vita e che ti appartiene.
Colpa nostra!? Colpa loro?! Colpa di entrambi!?
E che differenza fa, se poi alla fine nelle mani hai la sabbia, che tanto poi quella scivola tra le dita a poco a poco, lasciandoti solo i palmi in vista?
Mai come quest'anno quel gesto sulla torta è nostro. Spegnere qualcosa. Chiudere. Azzerare.
E quando tutti guarderanno te immaginando il possibile desiderio che avrai pensato, tu guarderai quelle persone che ti amano perché è naturale che lo facciano, che sono legati a te per una questione di sangue. E ringrazierai Dio perché esiste la famiglia, esiste un'ancora.
Almeno quella non terrà conto di ciò che sei, che diventerai e distruggerai.
E sarà tutto un applauso e una speranza.
E ci sarai tu e tutto quello che non hai creato e che sarà insieme a te e che non andrà via con quel soffio, ma ritornerà 365 giorni dopo.
Ci sarai tu e tutte queste cose.
E le candeline a spegnersi.

Auguri a noi #Avvocheto...

lunedì 18 settembre 2017

I racconti del Vernacolo

(l'immagine è tratta dal sito http://www.adrianabiase.it/2014/02/la-psicoterapia-spiegata-a-mia-nipote-di-5-anni/) 

La domenica era arrivata.
Come sempre, il piccolo Alberto si preparava a passare la giornata a casa dei nonni paterni.
Era molto contento di poterlo fare. Il suo volto assumeva un'aria felice e i suoi occhi marroni diventavano enormi, quasi volesse rubare ogni cosa al mondo per tenerlo con sé.
Aveva un ottimo rapporto con nonno Erminio e nonna Rosa.
Il primo era sempre pronto a giocare con lui e, spesso, gli raccontava belle storie. La seconda lo viziava a suon di prelibatezze fatte in casa e coccole.
Aveva da poco compiuto dieci anni Alberto e, avere due numeri a formare la sua età, gli dava quella sensazione di essere adulto. Come se avesse qualcosa in più degli altri bambini.
Si accomodò nella parte posteriore dell'auto di papà Antonio, mentre davanti si accomodò mamma Sandra.
La macchina scivolava tranquilla per le vie della città di Taranto.
- Oggi il nonno ha detto che mi insegna a giocare a scacchi - esordì euforico Alberto.
- Davvero? Ma che cosa bella - rispose sorridendo mamma Sandra che si voltò a guardare suo figlio. Vide i suoi capelli lisci scuri, i suoi occhi marroni e quei lineamenti che ricordavano per lo più il padre, mentre il sorriso e il carattere erano, a dire di tutti, più tendenti a lei.
Alberto vide il volto della mamma e provò quell'amore che sentono tutti i bambini verso le loro mamme. Quell'amore che sa riconoscere il valore immenso di una donna, talento che purtroppo via via l'uomo perde con gli anni.
- Allora un giorno ti sfiderò - aggiunse papà Antonio intento alla guida.
- Sai giocare anche tu papà? - domandò Alberto.
- Certo! Non ti dimenticare che tuo nonno è sempre mio padre - e detto questo sorrise.
- A me insegnerà meglio e vincerò - ribatté convinto il piccolo.
Vi fu una risata generale nella macchina, mentre la destinazione era sempre più vicina.
Arrivati a casa di nonno Erminio, il bambino scese dall'automobile e corse al citofono. Schiacciò il tasto in corrispondenza del cognome del familiare e dopo aver risposto con "Nonno sono io apri" al "Chi è?" dell'anziano, salutò in fretta i genitori e sparì dietro la porta del palazzo.
Uscito dall'ascensore, Alberto non ebbe il tempo di suonare il campanello di casa perché, ad accoglierlo sul pianerottolo vi era nonna Rosa.
Quest'ultima lo abbracciò forte e lo baciò come faceva di consueto.
- Nonno dov'è? - domandò Alberto.
- Sempre a pensare al nonno stai! Mai che pensi alla nonna - scherzò Rosa.
- Mi deve insegnare gli scacchi! - disse solenne il bimbo.
- E' nello studio. Vai! -.
Il bambino annuì e corse verso lo studio.
Arrivato, trovò nonno Erminio seduto sulla sua poltrona con gli occhiali inforcati, che leggeva un libro molto grosso.
- Ciao nonno! -
L'uomo sussultò un attimo un po' spaventato, si voltò, vide il nipote e, tolti gli occhiali, lo salutò con un grande sorriso.
Il bambino osservò il nonno come faceva sempre. Vide le enormi macchie bianche che coloravano il suo corpo e la enorme cicatrice che gli ornava il viso e che per poco non gli sarebbe costato un occhio. 
Alberto non sapeva che tutte quelle cose, e il resto che non vedeva sul corpo del nonno, erano ricordi di una guerra troppo brutta e troppo grave. Una guerra che aveva lasciato cicatrici nelle anime, non solo sui corpi.
- Ho preparato tutto - disse nonno Erminio indicando la scacchiera.
- E' bellissima -  gridò Alberto catapultandosi sopra la stessa.
- Aspetta però Alberto - ammonì il nonno - Prima devi imparare le regole e le basi. Poi potrai utilizzare la scacchiera -.
- Ma io voglio giocare! - disse seccato il bimbo.
- Lo so! Ma, per giocare, devi prima conoscere le regole -.
- Ci vuole molto? -.
- Il tempo che ne necessita -.
- Io voglio fare subito -.
- Tesoro mio, imparerai nella vita che il tempo è una cosa che va gestita bene, altrimenti niente andrà come vorrai. Un po' come gli scacchi: anche loro richiedono tempo se vuoi vincere una partita -.
- Non mi interessa del tempo. Voglio fare subito -.
Il nonno sorrise, invitò il piccolo ad andargli vicino e, come questo gli fu a fianco, lo prese e lo fece sedere sulle sue gambe.
- Prima di incominciare, ti racconterò una piccola storia sul tempo. Anche così posso insegnarti a giocare a scacchi. E forse ti insegnerò anche qualcosa in più, chi lo sa. Tu ami viaggiare Alberto? -.
- Sì -.
- Bene. Allora adesso con la nostra fantasia andremo nella città più bella del mondo: Roma -.
- Tu sei romano nonno? -.
- No. Ma per un momento lo diventerò. Nonno tuo ha viaggiato molto e conosce molti dialetti. Perciò, adesso mi trasformerò in un nonno romano -.
Detto questo i due si misero a ridere.
- Rosa! - gridò Erminio - Prepara il caffè: noi partiamo per Roma! -.
La donna, sorridendo, rispose ironicamente - Mandatemi una cartolina appena arrivate! -.
I due si guardarono e nonno Erminio disse sottovoce al nipote - Invidiosa! Solo perché non la portiamo con noi -.
- Quindi si parte? - domandò Alberto.
- Sì, si parte: benvenuto a ROMA -. 

mercoledì 6 settembre 2017

A ferro e fuoco - ULTIMA PUNTATA

Casa di Amanda (quella notte)
Quando Don Carmelo uscì, Amanda prese il cellulare che le squillava e, risposto, sentì quanto le si doveva dire.
Prese quello che le serviva e fece quanto dettole.
La casa piombò nel buio e nel silenzio più totale. Tutto fu avvolto da uno strano senso di tragedia, misto a paura.
Le macchine sfrecciavano tranquille per la strada, illuminando porzioni d'asfalto con le loro luci anabbaglianti.
Una lunga folata di vento coprì per un attimo i suoni di una notte troppo intensa.
D'un tratto un piccolo rumore cominciò ad inquinare quell'atmosfera tanto silenziosa. Un rumore costante, tecnico, che culminò con il pomello della porta che girava e la stessa che si apriva.
L'inatteso ospite fece il suo ingresso nell'abitazione e si mosse nel buio con una strana agilità. 
Si accodò al regime di silenzio che vigeva in quel momento e non produsse alcun rumore. Anche il suo respiro fu quasi insonoro. 
L'uomo, piano piano, salì le scale che portavano alla zona notte della camera e con passo sempre più lento si avvicinò alla stanza da letto che gli interessava.
Anche qui, il pomello della porta girò con lentezza ed eleganza, lasciando che l'intruso entrasse nella camera.
L'uomo, con in mano una pistola trattata e strutturata per non essere riconoscibile, strizzò gli occhi e fece in modo che le sue pupille si allargassero affinché potesse avere una migliore visibilità in quelle condizioni di buio. Piccolo espediente che, in prima battuta e per alcuni secondi, poteva anche essere efficace. E così fu. Per un attimo l'uomo ebbe una vista migliore del panorama che gli si presentava davanti e scoprì che la sua preda non era presente in quella stanza.
- Maledizione! - imprecò sottovoce.
Non ebbe il tempo di finire quella parola che un rumore di pneumatici raggiunse le sue orecchie. 
- Brutta puttana! - esclamò e immediatamente scese le scale e uscì in giardino dove però non ebbe la possibilità di fare nulla, se non guardare l'auto di Amanda sfrecciare via.
Battè i piedi per terra, maledicendo la sfortuna che aveva avuto proprio quella sera. Ma non aveva ancora realizzato che nella vita le cose possono sempre peggiorare.
D'un tratto una voce alle sue spalle chiamò il suo nome.
- Ciao Pe' -.
Giuseppe De Angelis si voltò e vide Fidel con la pistola puntata verso di lui.
"Cazzo!" pensò.
- Credo che questa partita di scacchi sia terminata. Abbandona la gara Bianco. Il re è mangiato. Butta la pistola, ora! -. 
- Bene Fidel! Devo dire che sei stato in gamba, anche se non penso sia farina del tuo sacco - disse De Angelis mentre posava la pistola per terra.
- Le guerre non si vincono da soli -  rispose Fidel.
D'un tratto un sibilo veloce e rapido si spense nel corpo della guardia del corpo che, ricevuto il colpo, cadde rovinosamente al suolo urlando.
Il dolore percorse tutto il corpo di Fidel che a terra cercava di riprendere la pistola che aveva perso dalle mani.
Sdraiato per terra e con il proiettile incastonato nella spalla destra, tentò di allungare il braccio per prendere l'arma ma ebbe solo la forza di vedere due nuove scarpe e una voce che gli diceva - Le torri Fidel! Le torri sono fondamentali, le hai sempre snobbate -.
La guardia del corpo di Amanda alzò lo sguardo e vide quello che non avrebbe creduto possibile vedere.
- Proprio tu - disse con un filo di voce.
- Si, proprio io. Mi dispiace per te - disse l'uomo che immediatamente con il calcio della sua arma sferrò un colpo sul volto di Fidel che abbracciò un buio più tetro del suo terrore.

Casa di Francesco e Aria (quella notte)
Il telefono squillò quella notte come se fosse una campana destinata a segnare la morte.
Aria rispose con la mano sudata. Si aspettava quella chiamata prima o poi.
- Dov'è? - domandò la voce.
- E' uscito alle otto di questa sera. Non so dove sia andato, ma l'ultima cosa che mi ha detto è che mi ama e che oggi tutto si sarebbe aggiustato perché il direttore aveva trovato un modo per sistemare per sempre le cose -.
- Fidati di me Aria, fidati di me. Quella cosa è qui con me, grazie per avermela data -.
La ragazza, piangendo, disse semplicemente - Prego - e detto questo chiuse.

Casa di Don Carmelo (quella notte - si collega alla puntata n. 1)
- Vedo che le frasi ad effetto ti piacciono parecchio, soprattutto quelle degli altri - disse Don Carmelo guardando la canna della pistola.
- Non è il momento di parlare di queste stupidaggini - disse l'uomo di fronte al don.
- Posa quella cosa, non è il tuo mondo questo. Lasciala là e vai via. Farò finta di dimenticare questa tua sciocchezza -.
- Non voglio lezioni da una persona come te! -.
- Come me? E tu ora come sei? Diverso da me? Sei qui per uccidermi, non ti fa tanto diverso da me - disse sorridendo Don Carmelo che ispirò di nuovo dal suo sigaro per poi espellere una grossa nuvola di fumo.
- Io non sono come te, io non ho nulla a che fare con te - disse l'uomo con una voce sempre più nervosa, mentre caricava il colpo.
Don Carmelo restò stranamente fermo e impassibile, continuando a fumare il sigaro, e questo suo comportamento innervosì ancora di più il suo killer.
- Hai fatto una stupidaggine in quella pineta e io mi sono preso la responsabilità di tutto, per amore di una persona che qui non c'è e perché ho capito che sei una persona buona. Senti a me, torna a casa e viviti una vita normale da persona normale. Fai fare agli altri il loro mestiere -.
A quelle parole, l'uomo spalancò i suoi occhi, come se quel ricordo lo avesse intimamente colpito come fanno le pallottole ben indirizzate.
- Abbassa la pistola - ordinò Don Carmelo che sembrò diventare quasi ipnotico.
L'uomo vide pian piano il suo braccio scendere, sotto il peso di un sentire interno che non conosceva e non capiva, mentre il suo pollice abbassava il cane della pistola.
- Perché diavolo ho sempre questa sensazione davanti a te? Sei il peggior uomo di questa città, ogni cosa si muove in base alle tue parole e ora passa anche la mia vita da ogni minuto che vivi -.
- E' una cosa che provano un po' tutti - rispose sorridendo Don Carmelo che intanto spegneva il suo sigaro.
- Vattene e tutto tornerà come prima. Stai con tua moglie e fai crescere tua figlia - e detto questo Carmelo Loperfido si voltò per prendere un po' di whiskey dal suo piccolo angolo bar.
L'uomo sentì la parola "figlia" e di colpo tutto l'odio, la disperazione e il terrore ripresero il sopravvento.
Don Carmelo sentì il peso della pistola alle sue spalle e l'uomo che gli rispondeva - Appunto! Devo tornare a casa per far crescere mia figlia -.
- Stai per renderla orfana, mio caro. E' l'ultimo avvertimento - disse con voce di ghiaccio Don Carmelo.
- Il tuo tempo è finito. Addio - rispose l'uomo che tirò indietro nuovamente il cane della pistola e andò per sparare quando una voce femminile urlò alle sue spalle.
- Fermo! -.
Entrambi gli uomini si voltarono e videro davanti la porta della stanza Amanda.
L'uomo vedendo una nuova figura in quella situazione pensò che ora la sua posizione era davvero difficile. Avrebbe dovuto uccidere anche lei.
- Non lo fare Francesco! Non è quella la strada, fermati, sei ancora in tempo -.
- Sì che è questa la strada. Devo salvare mia figlia. E la sua vita passa da lui -.
- Fermo. Non renderti autore di un gesto così scellerato. Io solo so la verità. La tua vita, la pineta, tua figlia. Fermati -.
D'un tratto si sentì una nuova pistola caricarsi e Franscesco si voltò nuovamente e vide don Carmelo con la sua arma personale puntata nella sua direzione.
- Getta l'arma o giuro su Dio che del tuo corpo non troveranno i resti nemmeno i vermi -.
- Fermi entrambi! E' una follia. Lasciatemi parlare - gridò di colpo Amanda mentre si mise fra i due.
- Levati Amanda! - ordinò Don Carmelo.
- Non puoi sparare a questo ragazzo Carmelo. Non puoi -.
- Certo che posso -
- No - e detto questo buttò sulla scrivania un quadernetto che Francesco ben conosceva.
- Che diavolo è? -.
- Uno dei motivi. Quel ragazzo non puoi toccarlo. Come ti ho sempre detto da quando è piccolo è sotto la mia protezione -.
- Che significa? - domandò Francesco - Quale protezione? Di che sta parlando -.
- Protezione? - chiese Don Carmelo.
- Sì. Fin da piccolo Fidel lo ha seguito. E lo ha seguito anche quella notte in pineta - disse Amanda che rivolgendosi a Francesco continuò - Quella notte non sparasti tu. Alle tue spalle vi era Giuseppe De Angelis che ha sparato nello stesso momento in cui tu avevi la pistola puntata. La tua pistola non ha esploso nessun colpo. Sei scappato via per il timore, perdendola, e per tua disgrazia l'ha trovata prima il Bianco che Fidel. Ma tu purtroppo quel frangente non lo ricordi -.
- Mi ricordo di quella sera anche se ho un momento di vuoto - confessò Franscesco che riprese - ma ho esploso io il colpo, mi sento così certo della cosa -.
- No, non lo sei e non lo puoi essere. E sai perché? Perché soffri di un disturbo che ti fa dimenticare le cose che ti fanno soffrire. Come la morte di una mamma e di un fratello o l'abbandono di una persona cara. La stessa che colpisce Don Carmelo -.
- Che vorresti dire? - domandò il boss.
- Apri il quaderno Carmé -.
Don Carmelo aprì il quaderno e vide i disegni di due mani, una dentro l'altra.
- Quindi? Cosa è questa storia? - domandò seccato Don Carmelo.
Amanda cominciò allora a recitare una specie di filastrocca - Tra le stelle e le stalle, contro tutti gli affanni, in tutti i compleanni... -
- Le mani danno e le mani fanno. E se domani saranno grandi non avremo spazio sul foglio - continuò Francesco a memoria.
- Ma pieni d'orgoglio e pieni di umiltà, tu sarai mio figlio e io ti sarò papà - concluse Don Carmelo, che concludendo quella strofa osservò Amanda uscire un altro quadernetto più vecchio che pose vicino a quello di Francesco.
- I cuori hanno una memoria molto più forte. Tua moglie e tuo figlio Carmelo furono uccisi durante un attentato. Lei sapeva che tu eri il mio uomo e prima di morire mi fece promettere che mi sarei occupata di tutto io -.
- Occupata di tutto? - domandò sempre più spiazzato don Carmelo.
Amanda si voltò a quel punto verso Franscesco e disse - Tua mamma e tuo fratello sono stati uccisi nella macelleria e tu sei rimasto con quel tuo "padre". Ho sempre cercato di proteggerti visto che dovevo mantenere una promessa e visto che a morire in quella macelleria furono Maria Cristina Ricca e Guglielmo Loperfido, lasciando al mondo solamente te: Francesco Loperfido -.
Francesco lasciò cadere per terra la pistola e avvicinandosi alla scrivania vide i due quaderni, uno affianco all'altro, diversi nella struttura e praticamente identici nel contenuto.
Dopo aver osservato con cura i quaderni, con gli occhi spalancati, Francesco guardò il volto del boss difronte a lui e si perse nei suoi enormi occhi blu, blu come i suoi.
Amanda gli toccò la spalla e disse - Non rendere Stefania figlia di un criminale e orfana di un nonno. Tu che sei l'unico e il solo Loperfido rimasto in famiglia. Tu che sedevi sulla sua gamba destra e che sentivi ogni compleanno quella strofa che hai cantato e che, a tua volta hai cantato a tua figlia. Tu che ti chiami Francesco Loperfido. Tu che ora puoi chiamare le cose col il loro vero nome -.
Francesco commosso e spiazzato tenendo gli occhi fissi in quelli di Carmelo che, intanto, aveva perso la sua freddezza dinnanzi a quella scena, riuscì con un filo di voce a dire quello che non avrebbe mai pensato di pronunciare.
- Papà? -.

Fine prima stagione


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale