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sabato 27 maggio 2017

A ferro e fuoco - pt. 23

Sette giorni dopo.
Quella domenica mattina, tutto sembrava normale per Aria e Francesco. Quanto stavano vivendo con la piccola Stefania aveva ormai demolito ogni certezza ed equilibrio nella loro vita, dipingendo di grigio ogni cosa intorno a loro.
Ma i due ragazzi, con la forza dell'amore per l'altro e per la figlia, avevano deciso di non arrendersi alla disperazione e di combattere con tutte le loro forze.
Quella mattina decisero di andare a fare una bella passeggiata. Ormai la bella stagione era alle porte e le giornate più lunghe rendevano meno gravoso il dolore.
I ragazzi si svegliarono molto presto e lo stesso fece la piccola Stefania che, pur mostrando anche esternamente i primi segni del male che si portava dentro, restava comunque una bimba stupenda.
Si prepararono con molto entusiasmo e con sottofondo le canzoni trasmesse dalla radio nazionale.
Usciti di casa, le due ragazze attesero davanti al portone l'arrivo di Francesco che, intanto, era andato a recuperare l'autovettura.
Da quando aveva scoperto del tumore della figlia, il giovane era diventato molto premuroso e cercava in ogni modo di limitare gli sforzi della bimba. Non sapeva se questo comportamento fosse giusto o meno. Ma, infondo, era la figlia e per lei Francesco avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Aria intanto attendeva l'arrivo del suo compagno. Vide la figlia troppo immobile e in silenzio. Si preoccupò, ma la bimba, quasi avesse percepito lo sguardo della madre su di sé, si voltò a guardarla e le sorrise. Aria, a quella scena, si tranquillizzò un po' ed emise un piccolo sospiro.
La macchina, lavata e tirata a lucido, arrivò dinnanzi a loro in tutto il suo splendore.
- Tutti in carrozza - disse Francesco.
Aria sorrise e prendendo la mano della bimba disse semplicemente - Andiamo -.
Stefania, invece, quasi avesse i piedi completamente saldati al suolo, non riuscì a muovere un passo. Ebbe solo il tempo di dire - Che bello! - prima di cadere in un oblio che, ormai, aveva imparato a conoscere.
A quella scena, Aria gridò il nome del compagno che, immediatamente, scese dall'auto e cercò di recuperare la bambina. 
- Mettiamola dietro e andiamo in clinica, presto! - disse concitato Francesco.
I ragazzi in tutta fretta misero la bambina sui sedili posteriori. Aria si sedette affianco a lei.
Francesco, in preda alla disperazione, si mise al posto guida e cominciò a condurre la macchina verso la clinica che stava seguendo gli sviluppi della malattia di Stefania.
Arrivati davanti al Pronto Soccorso della clinica, Francesco frenò l'auto, scese dalla macchina e cominciò a chiedere aiuto. Immediatamente accorsero degli infermieri che, dopo aver chiesto cosa fosse accaduto, presero una barella e portarono la bimba dentro la struttura.
I genitori della piccola entrarono a loro volta nella clinica, ma non poterono seguire la loro figlia. Dovettero attendere nella sala d'aspetto del pronto soccorso della stessa.
Francesco e Aria si sedettero e stettero abbracciati per tutto il tempo, mentre pensavano che in un ospedale la vita e il tempo sono due bulbi della stessa clessidra.
Immersi nella loro disperazione, videro un'auovettura arrivare e un'altra scena simile alla loro. Da quella macchina scesero delle persone, dall'aspetto poco raccomandabile, che dissero qualcosa alla infermiera di turno che immediatamente corse a chiamare rinforzi.
Questi arrivarono immediatamente, con una barella. Dall'auto venne tirata fuori una persona ridotta in condizioni pessime, quasi irriconoscibile.
Francesco potè vedere pochissimo, eppure capì che il tempo stava per dimostrare la sua galanteria.

Quella stessa mattina.
Giuseppe De Angelis non riusciva proprio a concentrarsi. Quell'incontro strano con Don Carmelo, quella carta napoletana, Vito Battaglia che non si vedeva da molto tempo, erano tutti elementi che lo portavano a credere che di quel puzzle un tassello gli era sconosciuto.
Giocherellò con la carta raffigurante l'asso di spade, tamburellando con la stessa sulle sue labbra che teneva in avanti.
I pensieri correvano veloci facendo spola tra la sua mente e l'odio.
Immobile sulla sua sedia, sentì bussare alla porta. Erano ancora le 7.00, chi poteva disturbarlo a quell'ora?
- Avanti! - ordinò.
La porta si aprì e fece il suo ingresso la signora Gilda.
- Buongiorno Direttore -.
- Prego signora entri pure, lei è sempre la benvenuta -.
- Sono semplicemente qui per dirle che il ragazzo che ci ha detto di tenere d'occhio è qui -.
- Davvero? - chiese De Angelis lanciando distrattamente la carta napoletana sulla scrivania.
- Sì - rispose Gilda guardando la carta - Si trova nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso. La figlia si è sentita male -.
- Buono a sapersi - replicò Giuseppe osservando che la signora guardava l'oggetto che lui aveva appena lanciato.
- Cosa c'è signora? - chiese Il Bianco.
- Mi scusi Direttore, non volevo essere invadente. Guardavo semplicemente una cosa che mi fa tornare in mente dei pensieri -.
- Intende questa? - disse Giuseppe mostrando l'asso di spade.
- Sì -.
- Che cosa le fa venire in mente? -.
La donna sorrise amaramente, poi rispose - Carmelo Loperfido -.
Giuseppe De Angelis restò spiazzato. Come sapeva quella donna che il boss gli aveva consegnato quella carta?
Gilda comprese lo stupore sul volto di De Angelis e continuò - Direttore, come lei sa io ho molti più anni di lei. E sono anche una coetanea di Don Carmelo Loperfido -.
- Mi dica quello che sa -.
- L'asso di spade è sempre stata la firma di Carmelo. Era il suo modo di dare il verdetto. Un po' come il pollice di Cesare per i Gladiatori -.
- In che senso? -.
- Nella lettura delle carte, il seme delle spade rappresenta il lato negativo dell'esistenza umana. Nel leggerle hanno un valore non proprio felice, a seconda della carte che esce. Lui usava l'asso dandone un significato diverso a seconda di come lo regalava o presentava -.
- Presentava? Che vuol dire? -.
- Carmelo è sempre stato un uomo riflessivo, ma quando decide di passare all'azione lo fa senza fermarsi più. L'asso di spade rappresenta il suo modo di agire. In base a come lo disponeva in tavola, il destinatario capiva la sua sorte -.
- E come poteva essere presentato? -.
- In due modi. Se l'asso di spade era dritto, allora voleva dire che ci sarebbero stati contrasti forti e che il destinatario stava tirando troppo la corda -.
- E il secondo modo? - domandò Giuseppe avvicinandosi alla scrivania.
Gilda andò per rispondere, ma la porta dell'ufficio fu aperta in maniera violenta. Entrò uno delle guardie di Giuseppe De Angelis, con aria impaurita e sudato che in maniera concitata disse - Direttore deve venire immediatamente in Pronto Soccorso -.
- Che diavolo succede? - chiese De Angelis.
Gilda guardò prima la guardia, poi la carta ed infine Il Bianco.
- Il suo asso di spade, Direttore, era rovesciato -.
Giuseppe guardò la segretaria continuando a non capire come Gidlda facesse a sapere tutte quelle cose.
La donna guardò il direttore con la consapevolezza che Giuseppe non comprendeva che per Don Carmelo Loperfido l'asso di spade capovolto significava solamente una cosa: morte.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

mercoledì 24 maggio 2017

A ferro e fuoco - pt. 22

Mauro aprì gli occhi.
Ci volle un po' perché mettesse a fuoco quello che gli stava attorno.
Vide polvere e detriti, un devasto totale  e una piccola luce di una lampada che illuminava maldestramente quanto era presente insieme a lui.
Cercò di capirci qualcosa, ma seduto sulla sedia e con le mani legate e il corpo ben stretto sulla sedia dalla stessa corda che gli imbrigliava gli arti superiori, insieme al fortissimo dolore alla testa, ebbe difficoltà a raggiungere il suo scopo.
- Hai mai provato l'angoscia della distruzione Mauro? - domandò una voce alle sue spalle. - L'angoscia di quando demoliscono tutti i tuoi sforzi e tutti i tuoi sacrifici? -.
Mauro riconobbe la voce e rispose - Una volta non mi hanno ammesso ad un master a cui tenevo tanto -.
Detto questo, Di Stani sorrise nella convinzione che Vito Battaglia mai avrebbe mosso un dito contro di lui e senza l'autorizzazione di Giuseppe De Angelis. Inoltre, tutti in città sapevano che apparteneva a Don Carmelo Loperfido. Black Jack era una barca troppo piccola per affrontare quell'oceano.
Vito gli si piazzò davanti e lo vide sorridere. La rabbia sorda che aveva dentro lo scosse talmente  tanto che sferrò un pugno micidiale che fece franare Mauro al suolo.
Fatto questo si voltò e fece alcuni passi in direzione di un piccolo zaino posato per terra non molto distante da lì.
Lo aprì e prese una bottiglia di Jack Daniel's. Tenne la bottiglia dal collo mentre tornava da Mauro di Stani.
Arrivato vicino all'uomo ancora riverso per terra, posò l'alcolico e rimise su Mauro.
L'uomo vide la bottiglia e con la stessa sfrontatezza di prima chiese - Che si fa? Festeggiamo? -.
- Sì - disse secco Vito. - Festeggerò alla grande -.
Detto questo prese la bottiglia, svitò il tappo e bevve un lungo sorso di whiskey. Fatto questo, impugnò la bottiglia dal collo e la frantumò contro la colonna alla sua destra. Mauro, al suono dei vetri rotti, chiuse gli occhi in un gesto involontario.
Immediatamente, Black Jack si fiondò sull'uomo prendendolo dai capelli e tirandogli la testa all'indietro. 
- Sei sempre stato bravo a seguire gli ordini. Ora vediamo se sei altrettanto bravo a seguire il tuo destino -.
Finito di dire così, Vito conficcò la parte di vetro della bottiglia che gli era rimasta in mano, nella gola di Mauro. Cominciò a uscire sangue mentre i gemiti dell'uomo risultavano strozzati. Sporco in viso del sangue della sua vittima, Vito non si fermò e cominciò a muovere con forza la bottiglia all'interno del collo di Di Stani, mentre tagliava la carne andando da destra verso sinistra.
Vide gli occhi sbarrati dell'uomo che soffocata nel suo stesso sangue, sentì l'odore della morte e la soddisfazione sorda della vendetta.
Arrivato quasi ad aver tagliato tutto il collo decise di fermarsi e lasciare la presa. Vide il cranio dell'uomo penzolare e si sentì soddisfatto.
Guardò la bottiglia e, sorridendo, la conficcò all'altezza dello sterno del cadavere.
- Ora devo scopare - disse nel vuoto delle macerie dello Strike&Pull.


Sdraiato sul suo meraviglioso letto matrimoniale, nell'attico in pieno centro da cui si vedeva il mare di quella splendida città, Giuseppe De Angelis dormiva nella più totale inconsapevolezza di quanto gli stava per franare addosso.
Il telefono del suo appartamento cominciò a suonare in maniera frenetica. Giuseppe si svegliò e guardò l'orologio. Le quattro e venti della mattina. Chi diavolo poteva volerlo a quell'ora?
- Pronto? - domandò il Il Bianco.
- Sotto al Ponte di Pietra. Ora - e detto questo la conversazione fu chiusa.
- Carmelo Loperfido che mi chiama? - pensò De Angelis. - Vuoi vedere che dopo tutto questo tempo, il vecchio di merda si è convinto a farsi da parte? -.
Si alzò in fretta e furia dal letto e si preparò col suo solito stile. Durante la preparazione sentì il suo smartphone suonare. Numero Privato
Decise di rispondere. Forse erano ulteriori indicazioni di Carmelo.
- Allora? - domandò immediatamente De Angelis.
- Devo parlarti - rispose secco l'uomo dall'altro capo.
- Non ho proprio tempo di parlare con te - replicò Il Bianco avendo riconosciuto Vito Battaglia all'altro capo del telefono.
- E' urgente -.
- Le tue solite cazzate - e detto questo mise giù.
Finito di prepararsi, Giuseppe si mise in auto e si diresse verso il punto stabilito.
Arrivato non vide nulla attorno se non una Mercedes-Maybach S600 bianca perla parcheggiata.
De Angelis spense il motore della sua vettura e attese al suo interno qualche cenno da parte del suo ospite.
Vide l'autista scendere dalla vettura, dirigersi verso la porta posteriore ed aprirla. Fatto questo, attese che arrivasse l'ospite.
Giuseppe capì che doveva entrare. Guardò all'interno della sua giacca e vide la fondina con dentro la sua pistola. Si aggiustò il polsino e dette un'occhiata al piccolo bisturi che portava sempre con sé al polso, attaccato ad una custodia creata da lui in pelle.
Accertatosi di tutto, scese e andò verso la lussuosa limousine.
Arrivato nei pressi, fece per entrare ma l'autista lo bloccò invitandolo a consegnare l'arma.
- E chi ti ha detto che ho un'arma? -.
- Il buon senso -.
- Dagliela Giuseppe - disse la voce all'interno del Mercedes.
Sentita la voce di Loperfido, Il Bianco diede la pistola all'uomo, poi entrò nell'auto accomodandosi mentre la portiera si chiudeva.
Davanti a sé dalla parte opposta vide un elegantissimo Don Carmelo con un viso indurito da una rabbia e un odio enormi. Per un attimo De Angelis pensò che forse c'era qualcosa che non sapeva.
- Da quando ti sei dato agli appuntamenti romantici Carmé? -
- Prendi - disse Don Carmelo mentre gli indicava con un gesto del capo un cofanetto posto sul piccolo tavolo presente nella autovettura.
De Angelis prese il cofanetto e lo aprì.
Vide dentro una carta napoletana raffigurante un asso di spade. La carta capovolta era l'unica cosa presente nel cofanetto.
- Un asso di spade? - chiese De Angelis mentre rideva di gusto.
Don Carmelo stranamente non disse nulla, restò a fissarlo tutto il tempo.
- Mi hai fatto venire qui per un asso di spade? Non ho proprio tempo per queste cose Carmelo. -
- Vattene - ordinò secco Loperfido. - E portati la carta, ti servirà -.
- Stai tirando troppo la corda Carmé. Prima o poi la mezzanotte arriva per tutti -.
- Ed è proprio quello che sto attendendo. Ora esci e vattene -.
Giuseppe andò per uscire e si ricordò di non aver preso il dono del boss.
- Ah! La carta - disse sorridendo.
Poi uscì e si diresse verso la sua vettura.
Don Carmelo restò a fissare i sedili di fronte a lui. 
Pensò che gli anni che aveva impiegato per diventare saggio erano sempre la metà di quelli che gli stavano servendo per gestire l'odio.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

sabato 13 maggio 2017

A ferro e fuoco - p. 21

La signora Adele Giannotta, dopo aver visto dallo spioncino della sua porta blindata i soldati di Don Carmelo bussare alla porta di Mauro Di Stani, immediatamente chiese di avere un colloquio col boss.
Le persone che erano su quel pianerottolo non diedero peso alla sua richiesta finché la stessa disse di sapere cosa fosse accaduto a Mauro Di Stani. 
A quella frase, uno dei due prese il cellulare e informò chi di competenza. Appena ebbe dall'altro capo del telefono il permesso, la donna fu accompagnata davanti a Don Carmelo.
L'incontro avvenne sotto un ponte che collegava la parte nuova della città alla parte vecchia.
Appena la vide, l'uomo salutò con molta educazione. Si ricordava di quella donna che, rapinata e picchiata dentro casa, grazie a lui aveva avuto giustizia. Infatti, a quell'epoca Don Carmelo visti lei e il marito in condizioni pietose, promise loro che avrebbe trovato i colpevoli e li avrebbe insegnato le buone maniere.
Così fece e, dieci giorni dopo, trovati gli autori di quel gesto, Don Carmelo gli fece portare al cospetto dei due anziani ridotti in uno stato quasi non umano. Da quel giorno la signora Giannotta si sentì in debito con Don Carmelo. Debito che proprio in questa occasione stava per saldare. 
- So cosa è successo al dottor Di Stani, Don Carmelo -.
- Mi racconti tutto signora, non abbia timore. Lo sa che può fidarsi di me -.
- Ero a casa e ad un certo punto suona il citofono. Il video è rotto quindi posso solo sentire la voce. Rispondo e sento una persona chiedere di aprire il portone perché ha dimenticato le chiavi di casa. Io in buona fede apro. Ad un certo punto, dopo alcuni minuti sento dei rumori provenire dal corridoio del pianerottolo. Allora guardo dallo spioncino e vedo un uomo co un giubbotto di pelle nera attaccare qualcosa al muro e suonare al campanello di Mauro -.
A quella descrizione, Don Carmelo rifletté su chi potesse essere.
La donna riprese a parlare - Mauro Di Stani ha aspettato qualche minuto poi ha aperto ed è uscito. Intanto l'uomo si era nascosto dietro al muro che porta alla rampa di scale. Io avevo paura per questo non ho detto nulla, soprattutto perché Mauro aveva una pistola fra le mani. Ha preso il bigliettino e ha letto, ma non ha avuto il tempo di girarsi perché quell'uomo gli ha sferrato un colpo fortissimo facendolo cadere per terra -. E detto questo la donna cominciò a piangere.
- Si calmi signora Adele - disse Don Carmelo che successivamente, rivolgendosi ad una sua guardia, disse - Gianni vai nella mia macchina e prendi un po' d'acqua per la signora -.
L'uomo eseguì gli ordini e dopo aver dato da bere ad Adele, ritornò vicino all'automobile.
- Lei è stata di grande aiuto Adele. Ora la farò accompagnare a casa e verrà tenuta d'occhio da alcuni miei uomini. Non si deve preoccupare. - e detto questo Don Carmelo fece per andare via.
Adele lo fermò.
- Un attimo Don Carmelo. Volevo darle questo - e dalla tasca destra della giacca prese una busta bianca per lettere. - E' il bigliettino che stava attaccato al muro. Per la fretta di andare via, l'uomo ha dimenticato di prenderlo -.
Don Carmelo aprì la busta e lesse quanto aveva già letto Mauro Di Stani. 
Black Jack pensò. 
- Ho fatto quello che potevo Don Carmelo - disse esausta la signora.
- Lei ha fatto molto di più signora Giannotta - rispose il boss che salutando la donna in modo ossequioso andò via, ordinando ai suoi uomini di scortarla. 
Seduto nella sua Mercedes-Benz nera, con il bigliettino fra le mani, Don Carmelo pensò che sull'orlo del precipizio domandarsi quanto è profondo è una condanna a morte.
E Vito Battaglia aveva appena fatto la mossa sbagliata - pensò Don Carmelo.

Amanda, arrivata senza preavviso nella villa di Don Carmelo, entrò per parlare con lui e chiedere notizie di Mauro Di Stani.
Vide la porta chiusa e capì che il suo uomo era impegnato in qualche breefing.
Si accostò alla porta per cercare di captare qualcosa, e mai come quel giorno fu contenta di aver origliato.
- Chi poteva avere interesse ad aiutare Vito Battaglia? Sicuramente era accompagnato, perché una cosa del genere non si fa da soli - disse Rinaldo Sanzio detto Timer, per la sua bravura con gli esplosivi.
- Sinceramente, visto il soggetto, posso pure immaginare che abbia fatto tutto da solo. Black Jack è un cane randagio e vive in solitudine - rispose Don Carmelo.
- Non sono comunque convinto. Mi sembra troppo strano azzardare da solo una manovra del genere. Contando anche il calibro della persona che Vito è andato a toccare -.
- Se dovessi pensare ad un probabile complice, l'unico che mi viene in mente è quell'operaio della Italiana Ferri e Derivati SpA, quel ragazzo con gli occhi azzurri -.
A quella frase, Amanda si ghiacciò ma cercò di trattenersi e di vedere dove quel discorso sarebbe arrivato.
- In effetti è l'unico che sembra avere un collegamento con De Angelis e Battaglia - continuò Timer.
- Scopri quello che puoi su quel ragazzo e fammi sapere. E' tempo di far scendere la lama della ghigliottina. Bisogna spiegare al popolo qual è il reale equilibrio delle cose in questa città - disse Don Carmelo.
Rinaldo fece un cenno con il capo e dopo aver salutato il boss andò verso la porta. Amanda, vedendo la scena, si allontanò da quella zona per dirigersi in cucina.
Attese che l'ospite fosse lontano da casa per andare a parlare con Don Carmelo.
Lui la guardò e capì subito che la donna aveva qualcosa da dirgli.
- Dimmi Amanda - chiese l'uomo.
- Che intenzione hai? - domandò lei ancora più diretta.
- In merito a cosa? -.
- A quello che sta accadendo -.
- Ho alcune idee in mente -.
- Che non vuoi dirmi? -.
- Che non voglio dirti -.
- E quel ragazzo? -.
- Non incominciare di nuovo - disse Don Carmelo sbuffando, che alzandosi dalla poltrona andò per uscire dalla stanza.
- Non mi liquiderai così questa volta Carmé - sbottò Amanda.
- Ah no? E per quale motivo? -.
- Quel ragazzo non lo toccherai, chiaro? -.
- Altrimenti? -.
- Te la vedrai con me? -.
Don Carmelo si avvicinò ad Amanda e guardandola negli occhi disse - Stai tirando troppo la corda Amanda -.
- Non toccare quel ragazzo - ribatté la donna.
- Allora vediamo che sai fare - rispose lui a mo' di minaccia.
Detto questo Don Carmelo uscì dalla stanza e, dirigendosi verso il giardino della villa, prese l'automobile e andò via.
Amanda prese la cornetta del telefono fisso e compose un numero.
Dall'altra parte, un uomo alzò la cornetta in attesa di istruzioni.
- Non credevo di arrivare a tanto, ma è tempo che tu ti metta in azione -.
E detto questo, la donna riattaccò.


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sabato 6 maggio 2017

A ferro e fuoco - pt. 20

Mauro finì la sua tisana al finocchio.
Guardò il suo monolocale e si sentì soddisfatto del modo in cui lo aveva arredato.
Da quando lavorava per Don Carmelo Loperfido, aveva deciso di non abitare più con la sua famiglia. Era un modo come un altro per proteggerli, anche se era conscio del fatto che in quel mondo la protezione era davvero un concetto troppo labile.
Ovviamente, Don Carmelo gli aveva garantito che la sua famiglia avrebbe avuto la massima copertura e che nessuno avrebbe torto un solo capello alla moglie e ai suoi due bambini.
Prese il cordless e chiamò la moglie. Parlarono come ogni sera del più e del meno. La donna abitava a 450 km di distanza dalla città e, ogni volta che poteva, Mauro Di Stani partiva per passare un week end con lei.
Finita la chiamata, l'uomo si sedette sul piccolo tavolo che in quell'immobile ricopriva più ruoli: tavolo da pranzo, scrivania etc.
Prese il fascicolo con gli appunti che aveva preso in merito alla questione Italiana Ferri e Derivati SpA. Non potendo comparire personalmente nelle riunioni del Consiglio di Amministrazione, Don Carmelo aveva fatto in modo che Mauro Di Stani ne diventasse uno dei membri.
Attraverso di lui, Don Carmelo sapeva tutto quanto quello che accadeva nel Consiglio. C'era anche Amanda, ma il vecchio boss sapeva che una donna con i sentimenti non sempre era una buona messaggera e non sempre una campana che suona la verità.
Rilesse quanto aveva scritto cercando di farsi una propria idea. Non aveva mai amato essere un pappagallo. Mauro aveva sempre cercato di conoscere ed imparare tutto quello che gli capitava a tiro. Fin da quando si era laureato in Economia e Commercio, in ogni esperienza che aveva vissuto, aveva cercato di trarne il massimo profitto. La conoscenza poi con Don Carmelo gli cambiò totalmente la vita. 
Quell'incontro avvenne per caso.

Fresco laureato, quel giorno Mauro Di Stani portò il suo curriculum alla Italiana Ferri e Derivati SpA per proporre la sua candidatura alla posizione ricercata dall'azienda. Una segretaria fascinosa e molto a modo, annotò l'appuntamento del giovane Di Stani e lo invitò a presentarsi nel pomeriggio della stessa giornata.
Di Stani quel giorno mangiò qualcosa fuori e, in maniera svizzera, si presentò puntualissimo alla sede dell'azienda. La stessa segretaria fascinosa lo invitò a prendere l'ascensore e di salire al quarto piano e di entrare nella seconda porta a destra, dove ad attenderlo vi era il Responsabile alle Risorse Umane.
Entrò nell'ascensore, ma non ebbe il tempo di pigiare il tasto con il numero 4 che le porte si chiusero e l'ascensore scese al piano -1.
Quando lo stesso si riaprì, Mauro si trovò di fronte un uomo sulla quarantina vestito di tutto punto con a fianco due guardie del corpo. I due body-guard immediatamente si scaraventarono su di lui e lo immobilizzarono chiedendogli in maniera concitata come si trovasse lì.
Il ragazzo terrorizzato e spiazzato disse che non era colpa sua e che doveva andare semplicemente al quarto piano per sostenere un colloquio.
- Fermi - tuonò l'uomo in doppiopetto che in tutto quel frangente non si era mai scomposto. - Non vedete che il dottore potrebbe essere un collega? Lasciatelo stare - e detto questo gli uomini lasciarono la presa.
- Mi scusi dottore, purtroppo il servizio di sicurezza ha i suoi metodi -.
- Non si preoccupi, capisco - disse il ragazzo.
- Permette? - domandò l'uomo che si avvicinò a Mauro e gli aggiustò il nodo della cravatta. - Ora va meglio. Bel completo, lei ha gusto - disse l'uomo sorridendo.
- Grazie - disse Mauro.
- Quarto piano - ordinò l'elegante signore.
Una delle guardie pigiò il tasto numero quattro, le porte si chiusero e l'ascensore prese a salire.
- Quindi lei è qui per il colloquio? - domandò l'uomo.
- Si - rispose Mauro.
- E su cosa punterà per convincere il selezionatore? -.
- Semplicemente su quello che sono -.
- E se non bastasse? -.
- Sul 100% di quello che sono -.
L'uomo sorrise, le porte si aprirono e lo stesso uscì. Fece alcuni passi, poi si voltò e disse al ragazzo - In bocca al lupo allora -.
- Viva il lupo - rispose Mauro.
Il ragazzo vide l'uomo andare via nel silenzio dell'azienda e fra i saluti ossequiosi di qualcuno. Non capì e si diresse verso la porta indicatagli dalla segretaria.
Entrò e sostenne il colloquio con un signore distinto. Durante la selezione, il responsabile ricevette una chiamata. Rispose, e Mauro vide subito il cambio di atteggiamento di quest'ultimo che appena mise giù disse - Lei ha dei Santi in paradiso Di Stani - e accompagnandolo alla porta lo salutò dicendogli - Ci vediamo domani, lei è assunto -. 
Mauro restò di sasso a quella notizia. Non sapeva che fare. Vide l'uomo salutare l'elegante signore che era stato ospite con lui nell'ascensore, che intanto passava per il corridoio.
Curioso, Mauro domandò - Ma quell'uomo chi è? -.
Il responsabile rise e disse - Il tuo Santo in Paradiso -.

Quel lungo flashback fu interrotto dal suono del telefono. Mauro scosse la testa e andò a rispondere nella convinzione che fosse la moglie. 
- Pronto? -.
Dall'altro capo del telefono non provenì nessun suono. 
Mauro ripeté quella frase altre due volte, poi seccato mise giù.
Si diresse verso il tavolo ma in quell'istante suonò il campanello della porta. Mauro cominciò ad insospettirsi e prese la pistola che aveva incastrata alle sue spalle, nei pantaloni.
Senza far rumore si diresse verso la porta e osservò dallo spioncino. Vide la foto della sua famiglia sul muro di fronte alla porta d'ingresso della sua casa e sotto una piccola busta per lettere. Un brivido di freddo corse lungo tutta la schiena dell'uomo. Attese ancora qualche secondo e sentì l'ascensore emettere un rumore e scendere. 
Attese alcuni minuti ancora, poi con fare lento, aprì la porta e si diresse verso la foto.
Prese la busta dove c'era scritto con una calligrafia pessima Dott. Di Stani. Aprì e prese il bigliettino che c'era all'interno. Lo lesse e vide che su di esso c'era scritto semplicemente "Colpisci e tira!". D'un tratto un colpo fortissimo al cranio.
Il buio lo avvolse prima di sentire il suo corpo franare al suolo.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

mercoledì 3 maggio 2017

A ferro e fuoco - pt. 19

Quando l'Avvocato Livio Leopoldi chiamò Francesco, era del tutto ignaro del dramma che si stava vivendo in quella casa.
Contento della notizia che avrebbe dovuto dare al ragazzo, non aveva minimamente preso in considerazione l'ipotesi che il giovane potesse avere qualcosa di più grave a cui pensare.
Il telefono fisso squillò nella casa di Francesco e Aria rimbombando per tutti i vani.
Come sentì quel suono metallico, Aria provò una stretta allo stomaco. Da quanto avevano appreso delle condizioni della figlia e avevano cominciato il percorso difficile ma obbligatorio, ogni rumore, discorso o scena, suscitava in lei preoccupazione e terrore.
Si diresse a passi svelti verso il telefono. Arrivata vicino all'apparecchio deglutì, si fece forza e prese la cornetta e, dopo essersela portata all'orecchio, disse - Pronto? -.
- Il tempo è sempre galantuomo! - rispose una voce squillante dall'altro capo dell'apparecchio.
- Chi è lei, mi scusi - domandò Aria, ancora rintronata dalla paura.
- Aria sono l'Avvocato Leopoldi, non mi riconosci? -.
-Ah! Avvocato. Scusi, ero indaffarata ed ho risposto in maniera distratta. Mi dica: cosa è successo? -.
- Tranquilla. Con un lavoro, una figlia da crescere e soprattutto un marito come Francesco è normale che la testa giri - e detto questo scoppiò a ridere. Aria sentendo quella risata avrebbe voluto riagganciare, ma sapeva bene che quell'uomo non conosceva la difficile situazione in cui la sua famiglia si ritrovava.
Dopo la risata, l'avvocato riprese a parlare - Francesco è lì con te? -.
- Sì. Ora glielo vado a chiamare -.
Aria pose la cornetta sul tavolino e andò in salone dove trovò Francesco intento a giocare con Stefania. Vedendo la scena, non riuscì a non commuoversi. Il ragazzo, vedendola, con una scusa si staccò dalla bambina e si diresse verso di lei abbracciandola.
- Dai Aria, non puoi fare così ogni volta. Dobbiamo essere forti anche e soprattutto per lei. Forza. Io sono convinto che le cose si sistemeranno -.
La ragazza, fece un cenno con la testa mentre con la mano si asciugava gli occhi.
- E' per te al telefono. E' l'Avvocato Leopoldi - disse dopo essersi un po' ripresa.
Il ragazzo andò verso il telefono.
- Pronto Avvocato -.
- Come dicevo ad Aria il tempo è galantuomo amico mio -.
Francesco rifletté su quella frase: forse il tumore della figlia era il dazio che doveva pagare per il modo in cui si era comportato nella sua vita?
Leopoldi non avendo alcuna risposta, continuò a parlare. - Non so se hai saputo di quanto è successo ieri -.
- No, non mi sono informato sinceramente -.
- Ieri sera qualcuno ha fatto saltare in aria lo Strike&Pull di Vito Battaglia. Hanno trovato un cadavere, ma non è il suo -.
Francesco sentì quella notizia entrargli dentro. In un altro momento avrebbe gioito di questa cosa. Sapere che qualcuno aveva eliminato Vito Black Jack Battaglia o qualsiasi cosa lo riguardasse, era per lui motivo di grande gioia. Ma in quel momento proprio no.
- Ma si può sapere che hai Francesco? - domandò Leopoldi che aveva ormai capito ci fosse qualcosa di importante alle spalle del silenzio del ragazzo.
- Mia figlia ha un tumore Livio - disse secco Francesco.
- Mio Dio! - rispose semplicemente l'Avvocato.
- Quello a cui sto rivolgendo le mie preghiere -.


Quando la sua fidata segretaria si presentò nella Direzione per informarlo di quanto fosse accaduto in città e, nello specifico, al locale di Vito Battaglia, Giuseppe De Angelis era seduto dietro alla sua scrivania a portare avanti la sua più grande attività di facciata.
- Dottore buongiorno - disse in prima battuta la signora Gilda.
- Mia cara signora, venga -.
- Mi scusi se la interrompo, ma mi hanno pregata di riferirle questa notizia -.
- Si accomodi signora. Se è entrata evidentemente è una cosa di grande importanza -.
Gilda si accomodò sulla poltrona posta di fronte a De Angelis e con un tono di voce basso disse - Mi hanno chiesto di avvisarla che ieri notte qualcuno ha fatto esplodere il locale di un certo Vito Battaglia. Mi hanno anche detto di riferirle che hanno trovato un cadavere sul luogo, ma che dai rilevamenti non risulta essere di questo Battaglia -.
De Angelis poggiò la sua schiena sul sostegno della poltrona in pelle nera, mentre con la mano destra si grattò per un attimo il mento.
- Grazie signora Gilda. Può andare - disse risoluto Il Bianco.
- Con permesso - rispose semplicemente la donna che si alzò e abbandonò l'ufficio.
De Angelis prese il suo smartphone e compose un numero. Il telefono squillò due volte, poi una voce rauca - Dimmi -.
- Ti voglio nel mio ufficio in cinque minuti - e detto questo De Angelis agganciò.
Il proprietario di quella voce rauca all'altro capo del telefono non tardò a fare il suo ingresso nell'ufficio. Era basso con dei capelli lunghi e neri. Portava una enorme collana d'oro con un crocifisso altrettanto pesante e dello stessa materiale. Vestito con un jeans scolorito e una camicia bianca non abbottonata in modo da far vedere il suo possente collier e una robusta quantità di peli sul petto, rappresentava in modo impeccabile l'icona di anni ormai passati.
- Che cazzo vi tengo a fare se la mattina mi sveglio e scopro che un locale me lo hanno fatto saltare in aria? -.
- Ma non è territorio nostro quello Bianco - rispose senza scomporsi Gargiulo detto Vipera.
De Angelis batté il pugno sulla scrivania e gridò - Questa fottuta città è tutta territorio mio idiota! - e finito di dire queste cose, si aggiustò il nodo della cravatta e il ciuffo.
Diede un colpo di tosse, si alzò e si diresse verso la vetrata e, mentre guardava fuori, chiese - Si sa almeno chi è stato? -.
- Mauro Di Stani. Vito Battaglia ha fatto passi davvero falsi se per tentare di eliminarlo è sceso addirittura il braccio destro di Don Carmelo - e detto questo scoppiò a ridere emettendo il tipico suono con la sua voce rauca, motivo per cui gli era stato dato quel soprannome.
A quella risata, e soprattutto a quel nome, De Angelis non ci vide più. Si voltò di colpo, prese il tagliacarte, si scaraventò contro Gargiulo e buttatolo sulla poltrona dopo averlo preso dalla gola gli disse - Un'altra volta devi ridere Vipera e ti giuro che prendo questo tagliacarte, te lo ficco nelle palle e ci faccio un spiedino che ti farò mangiare, è chiaro? Non ti ho fatto venire qui per i tuoi commentini del cazzo! Devi dirmi solo quello che sai ok? -. Disse tutto questo tenendo salda la presa sul collo dell'uomo che, intanto, annaspava in cerca di ossigeno.
Dopo un po', De Angelis lasciò la presa e Vipera poté riprendere a respirare.
Con una voce ancora più rauca rispetto a quella che già aveva, Gargiulo disse - Io so solo che erano tre quattro macchine e che il lavoro lo ha portato a termine Mauro Di Stani. Questo so -.
- Vattene! - concluse De Angelis dando le spalle a Gargiulo.
Come fu solo, Il Bianco sbottò in un moto d'ira gridando davanti alla vetrata che dava sulla Italiana Ferri e Derivati SpA - Dannato vecchio di merda! Con chi credi che hai a che fare? Con uno che ha l'anello al naso? Con uno che non sa che due più due fa quattro? - e, finito di dire questo, cominciò a girare per l'ufficio. 
Girando girando, il suo sguardo si pose sul quadro che proteggeva la cassaforte.
Si bloccò di colpo. Fissò il quadro e poi rivolse i suoi occhi sulla scrivania. Fece questa operazione due volte.
- Già! Due più due fa sempre quattro! -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale