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sabato 29 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 18

L’ennesimo atto vandalico nei confronti della Italiana Ferri e Derivati SpA oltre a spazientire Amanda, rese nervoso tutto il Consiglio di Amministrazione.
Il discorso fatto da Don Carmelo lo aveva per un attimo rassicurato, ma dopo l’ennesimo atto lesivo della struttura e dell’immagine dell’azienda, molti volevano passare alle vie legali.
Ovviamente Don Carmelo non aveva minimamente preso in considerazione l’ipotesi di coinvolgere le Forze dell’Ordine. Capì dunque che doveva fare alla vecchia maniera.
Rivide le registrazioni di sicurezza e osservò il solito uomo magro, incappucciato e con un giubbotto di pelle nera cospargere di benzina tutta la portineria, dare fuoco alla stessa e poi rivolgersi verso la telecamera mostrando il dito medio. Infine, sparire tra il fumo e le fiamme.
Don Carmelo, arrivato nella sua dimora e parcheggiata l’auto nell’atrio della villa, compose il numero sul telefono presente nella stessa.
Il telefono squillò tre volte, poi il vecchio chiuse la chiamata.
Attese finché non fu il suo apparecchio telefonico a squillare.
Alzò la cornetta, la portò all’orecchio destro e sentì la voce dall’altro capo chiedere – Di cosa ha bisogno Don Carmelo? -.
- Ho bisogno che vieni qui Mauro -.
- Arrivo -.
Detto questo, chiuse la conversazione ed entrò nella villa, mentre le sentinelle facevano il loro lavoro come di consueto.
Dentro casa, Don Carmelo spiegò il piano a Mauro Di Stani.
- Fabio Salamida deve morire. E dev’essere una cosa eclatante e soprattutto fatta in un determinato modo ed insieme ad un’altra azione. Dobbiamo spostare la palla nell’altro campo. Bisogna saper attendere, ma bisogna anche saper colpire nell’attimo giusto. Anche la vita mostra il fianco alle volte e capire quell’attimo è la vera fortuna dell’uomo -.
- Ok Don Carmelo, ho già in mente delle persone fidate a cui commissionare la cosa -.
- Ottimo. Tu andrai con loro? -.
- Sì. Sono sicuramente persone fidate, ma come lei ben sa la fiducia è una merce che si baratta facilmente con la paura -.
- Questa è davvero bella – disse in tono ironico Don Carmelo – se non ti conoscessi penserei che l’hai letta nei cioccolatini -.
- Se fosse così capirei la ragione della mia cultura e del mio diabete – rispose nello stesso tono Mauro Di Stani.
I due risero e dopo questo momento di leggerezza, Don Carmelo riprese le redini della discussione e riportò la stessa nei binari più consoni.
- Diamoci da fare Mauro -.
- Non si preoccupi Don Carmelo -.
- Puoi andare -.
- Buona serata -.
- A te -.

Lo Strike&Pull ormai viaggiava col suo mood usuale.
Vito Battaglia aveva finalmente ripristinato il suo equilibrio e, oltre a far tornare tutto all’origine, era riuscito anche a recuperare la vecchia clientela che dopo la sua fuga all’estero aveva abbandonato il locale in cerca di altri luoghi di ritrovo.
Intento a bere birra vicino al bancone, quella sera Black Jack non si accorse che all’interno del locale aveva fatto il suo ingresso un Fabio Salamida tutto trafelato.
Quest’ultimo corse verso di lui.
- Vì’ ti devo parlare -.
- Non è il momento, ci sono persone nel mio locale. Inoltre sto da solo. Quell’imbecille del ragazzo che ho assunto si è licenziato e devo controllare la sala, oltre a fare tutto da me -.
- E’ urgente Vì’ -.
- Forse non ti è chiaro. Devi sparire. Torna fra un’oretta che chiudo il locale e parliamo -.
Fabio fece un cenno nervoso col capo e sparì.
- Cacasotto – chiosò Vito Battaglia dando l’ultimo sorso alla birra che stava bevendo.
Quasi fosse un orologio svizzero, Fabio Salamida si ripresentò precisamente un’ora dopo allo Strike&Pull.
Il locale ormai vuoto vista la tarda ora notturna sembrava ancor di più spettrale. Fabio trovò Black Jack intento a spazzare il pavimento.
- Vì’ - esordì sempre più impaurito Fabio.
- Ancora tu? Ma si può sapere che vuoi? -.
- Mi dovete aiutare. Qua la cosa sta diventando troppo grossa -.
- Mi dovete chi? Non è con me che hai preso accordi, quindi rivolgiti alla persona giusta -.
Mentre disse queste parole, fuori al locale si sentirono stridere dei pneumatici. I due però intenti nella discussione non ci fecero caso.
- Vito forse non avete capito. Qua la situazione è pericolosa. Io non me la sento più -.
A quella frase Vito perse la pazienza.
- Non te la senti più? Ora ascolta brutto pezzo di merda. Adesso te ne vai e porti a termine il lavoro che hai deciso di concludere con De Angelis e non vieni più a rompere il cazzo a me ok? - e detto questo prese il pover’uomo da un braccio e lo portò fino alla porta d’ingresso.
Arrivati all’esterno del locale, Black Jack scaraventò sul marciapiede Fabio e andò per dirgli qualcosa.
Ma, alzati gli occhi, vide un SUV che ben conosceva e due macchine. Vide di colpo scendere una squadra di persone armate di tutto punto che puntati i fucili cominciarono a sparare verso la sua direzione.
Immediatamente Black Jack si lanciò all’interno del locale e tentò di chiudere la porta, senza riuscirci del tutto.
Il fragore degli spari e dei vetri che si rompevano lo convincevano sempre di più che doveva scappare prima di ritrovarsi ad uscire da quel luogo coperto da un lenzuolo bianco.
Si diresse verso lo studio e scaraventata con forza la sedia al lato, spostò un tappeto e tirò verso l'alto,  tramite una maniglia,  una specie di portellone che dava ad un sottoscala. Scese in fretta quelle scale dopo aver chiuso il portellone sopra di sé.
Due sicari, intanto, entrarono con circospezione nel locale per controllare e dopo aver fatto un cenno d’assenso fecero entrare altri due uomini armati di mitra.
Cercarono con foga Vito Battaglia che non riuscirono a trovare. D’un tratto, il rumore dei vetri rotti fece da sottofondo all’ingresso di Mauro Di Stani.
- E’ andato via. Allontaniamoci in fretta da qui anche noi – e detto questo l’uomo uscì dal locale.
Vito Battaglia sbucato dall’altra parte dell’isolato, assetato di rabbia e vendetta ritornò a spiare cosa stesse accadendo davanti al suo locale.
Vide i quattro uomini uscire e un quinto parlare con un signore col cappotto. Riconobbe in quell’uomo Mauro Di Stani e provò una rabbia ancora più sorda.
Lo osservò mentre dava indicazioni a quel soldato.
Poi ciò che non avrebbe mai sperato di vedere. Uno dei quattro si avvicinò alla porta di ingresso mentre le macchine messe in moto e piene dei passeggeri si preparavano a partire.
Il sicario davanti alla porta prese dalla tasca un ordigno e dopo averne estratto la sicura lo lanciò nel locale, si allontanò immediatamente dalla porta e con una velocità spaventosa ripeté quel gesto lanciando così un altro ordigno nel locale, per poi salire nell’auto e correre via insieme alle altre vetture.
L’esplosione fu fortissima e lo Strike&Pull fu letteralmente raso al suolo.
Vito Battaglia vide le fiamme avvolgere il suo locale, i pezzi di vetro e i detriti sparsi sul pavimento, il corpo senza vita di Fabio Salamida riverso per terra.
Sentì le sirene in lontananza avvicinarsi sempre di più e decise di andare via benché stordito.
Correndo verso un posto imprecisato si fece una promessa.
Qualcuno di lì a poco sarebbe morto.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

mercoledì 26 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 17

Come Francesco fu arrivato in ospedale, trovò Aria tutta scossa e ancora piangente.
La vide nei suoi abiti di casa e con le scarpe da ginnastica. Vederla in quello stato gli fece stringere il cuore nel petto.
Immediatamente, il ragazzo corse da lei e l'abbracciò forte. Lei immersa nel suo abbraccio, riprese a piangere con tutte le lacrime che aveva negli occhi e nel cuore. Si sentì quasi senza forze.
- Sediamoci qui Aria su - disse Francesco.
Lei non rispose nulla, seguì semplicemente il consiglio del compagno.
Seduti, il ragazzo continuava ad abbracciarla e a darle dei baci sulla testa cercando di rincuorarla.
- Vedrai andrà tutto bene - disse Francesco tentando di prendere in mano la situazione.
- E' stato bruttissimo - esordì lei - davvero Francesco credimi -.
- Cosa è successo? Spiegami -.
- Eravamo a casa e ci stavamo preparando per uscire. Stefania aveva detto di non voler andare a scuola oggi e, dato che non ha mai fatto assenze in quest'anno e visto che si comporta sempre bene a scuola, ho deciso di non farla andare. Mi sono diretta un secondo in bagno ed appena sono entrata ho sentito la sua voce dire "mamma". A quel punto ho sporto la testa fuori nel corridoio e le ho chiesto cosa volesse. Lì ho visto la scena peggiore del mondo: lei era bianca, aveva gli occhi vitrei ed ha semplicemente detto "Aiuto", poi le si son girati gli occhi ed è caduta per terra violentemente. - e detto questo la ragazza riprese a piangere con tutto il dolore che può provare una madre per una situazione simile.
- Shh! Tranquilla Aria, tranquilla. Vedrai che andrà bene. Non fasciamoci la testa prima di rompercela - disse Francesco cercando di convincere più se stesso che la sua compagna. 
D'un tratto sbucò il dottor Lanzafame, amico di famiglia di Aria. L'uomo non aveva un'espressione rassicurante, ma Francesco cercò di non lasciarsi vincere dalla paura.
- Dottore allora? -
- Salve Francesco - disse in prima battuta il medico che, dopo un piccolo sbuffo, riprese a parlare - Le condizioni non sono per nulla tranquille. Ci sono dei valori che non mi convincono. Occorrerà fare degli esami più specifici. Con tutto il bene che vi voglio non vi dico di fare questi esami qui e vi consiglio di rivolgervi ad una clinica specializzata. In questa città ne conosco solo una che è all'avanguardia -.
- Sarebbe? - chiese Aria in maniera ansiosa.
- La clinica Villaggio dei Ciliegi -.
- Mi sembra di averla già sentita - rispose Francesco.
- E' la migliore in zona. Ho un mio amico, che è anche un collega, che lavora lì. Vi lascio il suo numero così vi dirà cosa fare -.
- Grazie dottore - disse Francesco mentre Aria, con gli occhi gonfi, restò in silenzio incapace di dire qualsiasi cosa.
- Forza Aria, mettiamoci in contatto con questa struttura -.
I due ragazzi si attivarono nella convinzione che nella vita l'unica cosa da fare è lottare e che nessun uomo si può immaginare senza la propria croce.

Il verdetto degli specialisti della clinica Villaggio dei Ciliegi arrivò freddo e inesorabile: tumore.
I due ragazzi rimasero abbracciati tentando disperatamente di reggersi in piedi facendosi forza l'uno con l'altro.
Quella "cosa" così presente in città eppure considerata stupidamente lontana. Quel male che sapeva di uomo adulto e non di bambino.
I medici parlavano di chemioterapia, di trapianto. Ma tutte le informazioni non venivano percepite dalle orecchie dei ragazzi, quasi fossero immersi in una specie di bolla di sapone.
In piedi davanti alla scrivania del medico a cui era stata assegnata la vita di Stefania, Francesco e Aria avevano profonde difficoltà a capire cosa stesse succedendo nelle loro esistenze.
Diedero un cenno di assenso con un piccolo movimento del capo alla domanda del medico e dopo uscirono in silenzio da quello studio così bello e moderno.
Usciti, Aria chiuse la porta alle sue spalle. I due ragazzi restarono in silenzio per alcuni minuti e immobili dinnanzi a quella porta. 
Francesco fu urtato da un uomo che gli chiese scusa, ma lui non ci fece neppure caso e dopo aver detto alla compagna - Usciamo, ho bisogno di prendere ossigeno - si mosse in direzione dell'uscita.
Quell'uomo, però, prestò molta attenzione al volto di Francesco, tanto che chiese scusa alle persone con cui si stava intrattenendo e, con fare deciso, entrò nella stanza davanti al quale i due ragazzi avevano sostato.
Entrato, vide il medico intento a scrivere al suo computer. Il dottore, invece, non ebbe il tempo di voltarsi che trovò l'uomo a frugare nel fascicolo che aveva sulla scrivania.
- Questa documentazione medica si riferisce ai ragazzi che sono appena usciti vero? - domandò secco l'uomo.
- Sì - disse titubante il dottore mentre si toglieva gli occhiali da vista.
- Di che si tratta? -
- In realtà si parla della loro figlia. Ha un tumore alla ... -
- Figlia? - domandò l'ospite interrompendo il medico.
- Sì figlia -.
- Molto interessante! - esclamò quello sorridendo di un sorriso maligno.
Il dottore deglutì nella totale consapevolezza di essere impotente.
- Questo fascicolo viene con me per ora. Lo riavrà a breve. Ci sono obiezioni? -.
- No, no, assolutamente -.
- Benissimo. Buon lavoro Dottor Leserri -.
- Buon lavoro a lei Direttore De Angelis -. 

 Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

sabato 22 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 16

Finalmente le cose fra Aria e Francesco si erano sistemate. C’era voluto del tempo, ma con l’amore e i sacrifici i due ragazzi avevano recuperato il loro equilibrio e la loro voglia di stare insieme.
Non si erano lasciati abbattere dalle avversità, aggrappandosi all’idea che l’amore vince ogni cosa e che il tempo e il dialogo sono la panacea contro ogni male.
Toccato il fondo, si poteva solo salire se si voleva lavorare sul serio. E loro avevano fatto proprio questo.
Come sempre, però, il sole che sorge porta con se anche le sue ombre.
Quella mattina, Francesco si svegliò come al suo solito alle sei meno un quarto e si preparò per andare a lavoro. Stranamente trovò sveglia anche Aria.
- Come mai sei già sveglia? -.
- Non riesco a dormire -.
- Ti turba qualcosa? -.
- Non lo so. Ho un brutto presentimento -.
- Calmati dai – disse Francesco che abbracciò la ragazza con tutta la dolcezza del mondo. Poi riprese – Prova a farti una tisana o una doccia calda, magari ti rilassa -.
- Sì, credo farò così – e detto questo Aria diede un bacio a Francesco e si diresse verso il bagno.
Il ragazzo, intanto, prese il suo giubbotto e andò verso la porta d’ingresso. Fece per aprirla e sentì il rumore dell’acqua che scendeva dalla doccia. Sorrise contento del fatto che Aria avesse seguito il suo consiglio. Uscì e chiuse piano la porta dietro le sue spalle, poi andò via.
Mentre percorreva la strada per andare a lavoro, Francesco pensava allo strano stato emotivo di Aria di quella mattina. Era una ragazza forte e molto concreta, i presentimenti non erano per niente una cosa che la contraddistinguevano.
Forse c’era qualcosa che non gli aveva detto? Forse doveva dargli una notizia? O una decisione?
Tutti questi dubbi fecero crescere nell’animo del ragazzo un senso di timore.
Arrivato al parcheggio, Francesco trovò un posto e vi lascio l’auto. Scese e si diresse verso la portineria. Appoggiò il suo badge al sensore del tornello. Questo, dopo aver emesso un segnale acustico e aver attivato la luce verde, gli diede la possibilità di accedere.
Come ogni mattina salutò Gianfranco, la guardia presente all’ingresso e si diresse verso il parcheggio interno dello stabilimento dove erano collocate le auto autorizzate a transitare all’interno della Italiana Ferri e Derivati SpA.
Intento a chattare con Aria tramite il suo smartphone mentre si dirigeva verso la vettura aziendale, non si accorse di quello che gli stava accadendo intorno.
Ma non ebbe nemmeno il tempo di realizzarlo, perché il suo destino gli venne incontro come un’onda contro le rocce.

Quella mattina Don Carmelo decise di andare con Amanda alla Direzione della Italiana Ferri e Derivati SpA.
Tutto quello che stava accadendo, e tutto quello che sarebbe accaduto da quel giorno in poi, avrebbe avuto un impatto notevole sull’azienda e sul suo futuro, nonché sul fatturato.
Il consiglio di amministrazione doveva essere avvisato ed informato. E doveva essere proprio lui a farlo.
I due si accomodarono sui sedili posteriori della bellissima Mercedes-Benz nera.
- Hai preso tutto? - domandò Don Carmelo.
- Sì. Tu hai portato la calma Carmè? -.
- Sto portando la mia parola. E quella basta - rispose secco lui.
Detto questo, fece un cenno con la mano al conducente che accese il motore e partì alla volta dell’azienda.
Durante tutto il percorso i due non si parlarono, ognuno immerso nei suoi pensieri e nei suoi dubbi. Amanda, ormai da tempo, aveva imparato a sopportare i silenzi di Carmelo che volevano dire tutto e niente.
Arrivati all’ingresso principale, l’autista azionò per tre volte i fari abbaglianti dell’auto e la guardia immediatamente azionò il meccanismo per far alzare la sbarra.
L’auto scivolò cupa verso l’interno dell’azienda. I suoi vetri oscurati, la sua blindatura, il suo colore davano il senso di quello che portava all’interno.
Tutti i dipendenti sapevano che quell’auto apparteneva a Don Carmelo e che quando lui faceva visita in Direzione, qualcosa stava per cambiare o, peggio ancora, finire.
Mentre l’auto continuava il suo percorso, Don Carmelo guardava fuori dal finestrino. D'un tratto qualcosa lo destò.
- Rallenta – disse imperioso il boss al conducente.
Don Carmelo fissò un ragazzo che camminava verso le auto parcheggiate. Lo osservò con tutta l’attenzione del mondo, finché non lo riconobbe.
Gli vennero in mente le parole del Maresciallo De Cosmo: “un omicidio di qualche anno fa in una pineta e che coinvolge due persone”. Due persone di cui una era lui.
Si ricordò di quell'uomo: il ragazzo in tuta che correva via dalla pineta.
- Fermati! - disse immediatamente al conducente.
Non attese nemmeno che la macchina si fermasse del tutto per scendere dal veicolo.
Quel ragazzo che intanto leggeva i messaggi sullo schermo del cellulare, sentì una frenata brusca di un automobile vicino a lui e, destatosi dai suoi pensieri, alzò la testa per capire cosa stesse succedendo.
Ma non ebbe il tempo di capirlo, perché dinnanzi a lui si stagliava nel suo elegantissimo abito e nel suo carisma l’uomo più potente della città.
- Tu! - disse in tono grave e rabbioso Don Carmelo che prese dal collo il ragazzo, realizzando che lui era la chiave di volta di tutta quella situazione.
- Che succede? - domandò spaesato il ragazzo con gli occhi azzurri.
- Tu! - ripeté Don Carmelo.
- Fermo Carmè! - urlò Amanda che, vista la scena, uscì immediatamente dall’autovettura.
- Leva le mani di dosso a quel ragazzo – continuò la donna.
Don Carmelo guardò Amanda con un sguardo intriso di rabbia mentre continuava a tenere per il collo il ragazzo.
- Ti ho detto di lasciarlo andare Carmè. Questa è la mia azienda e tu non farai casini, è chiaro? -.
- Mi spiegate cosa volete da me? - chiese terrorizzato il ragazzo.
Don Carmelo fece un lungo sospiro e lasciò la presa. - Non ti azzardare mai più – disse avvicinandosi all’orecchio di Amanda, per poi andare verso l’auto.
La donna a quella frase provò un senso di gelo. Rarissime volte Carmelo si era arrabbiato con lei, ma mai così.
Amanda deglutì, poi guardò il ragazzo e disse semplicemente – Vada Francesco, vada. Non si preoccupi. E’ stato solo un malinteso -.
Francesco, che sapeva benissimo chi fosse quella donna, disse semplicemente – Grazie signora – e si allontanò da quel luogo mentre la donna risalì sull’auto.
Francesco arrivato alla macchina aziendale, scosso ancora da quanto era accaduto, rifletté.
- Ma come faceva Amanda Lacava a sapere il mio nome? E quell’uomo che voleva da me?-.
Il telefono squillò improvvisamente. Francesco lesse sul display Amore mio.
- Dimmi -.
- Stefania sta male, stiamo correndo in Ospedale. Sbrigati a venire! - rispose piangendo Aria.
- Corro – disse concitato Francesco che cominciò a correre verso la portineria.
Mio Dio, ma che cosa sta succedendo alla mia vita?” pensò mentre correva verso sua figlia.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

giovedì 20 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 15

La sera dopo Don Carmelo dovette presentarsi davanti ad Amanda.
Per un uomo come lui, avere un qualsivoglia dovere nei confronti di qualcuno era cosa davvero strana. Sapeva, però, che quella donna meritava tutto il suo rispetto per due semplici motivi: l’amava ed era ricambiato; Amanda, a livello legale, era pur sempre a capo della Italiana Ferri e Derivati SpA.
Arrivato nel giardino della villa, parcheggiò l’auto al suo solito posto ed entrò in casa.
Trovò Amanda ancora vestita con gli abiti della mattina. Intenta com’era a cercare di capire cosa stesse succedendo, aveva passato tutta la giornata ad informarsi attraverso i suoi collaboratori, a leggere giornali, a rimuginare su quanto fosse accaduto.
- Dovresti riposare – disse lui dandole un bacio sulla testa.
- Sei tu – rispose lei saltando dalla sedia. - Mi hai spaventata Carmé -.
- Scusami, non volevo -.
- Questa cosa mi irrita da morire. E mi irrita ancor di più sapere che tu conosci ogni aspetto di questa storia e non me ne hai mai parlato -.
- Non volevo creare inutili allarmismi -.
- Un’autobomba davanti alla portineria è un motivo sufficiente per parlarmene Carmelo? -.
- Credo di sì -.
- Avanti, sono tutta orecchi -.
Carmelo cominciò a raccontare ad Amanda tutta la storia. Le parlò della voglia di Giuseppe De Angelis di acquisire la società, delle continue visite dell’Avvocato Franciacorta che tentava in più modi di convincerlo a cedere. Le raccontò della sua tenacia nel non voler abbandonare la sua industria ad un uomo troppo votato al male.
- Tu non sei votato al male Carmè? -.
- No, non lo sono Amanda -.
- Ah no? E che vita facciamo DON Carmelo? -.
- Una vita che tutti ti invidiano Amanda -.
- Ma davvero? Una vita dove ogni giorno sei a rischio di morire, dove ogni sirena che senti pensi sia un presagio di ergastolo, dove ogni rumore è sinonimo di paura. Questa è una vita da invidiare Carmelo? Ti ho accettato perché ti amo, ma essere innamorati non significa essere stupidi -.
Don Carmelo, visibilmente contrariato, alzò il sopracciglio destro e poi disse semplicemente – Essere impauriti non significa poter dire cose senza senso e fuori luogo -.
Detto questo, Don Carmelo si voltò ed andò verso la porta d’ingresso. Girò il pomello della porta e prima di andare via disse – Inoltre, non ti ho mai costretto a stare con me come non ti ho mai costretto a fare quello che fai. Tutti scegliamo e tu hai scelto. Sei abbastanza donna per prenderti le responsabilità di quello che fai. E se non lo sei, puoi essere abbastanza codarda da poter andare via -.
Fece un passo verso l’esterno della villa e Amanda lo bloccò.
- Ti ho appena detto che ti amo e tu mi fai una paternale? Sei incredibile Carmelo -.
Lui la guardò e mosse ancora un altro passo. Amanda lo fermò ancora.
- Dimmi che mi ami Carmelo -.
Lui abbassò il capo e disse semplicemente – Lo sai -.
Si diresse verso la macchina, chiuse la portiera e guardò la porta d’ingresso.
- Ti amo più di me stesso Amanda -.
L'eco di quella frase restò celato nell’abitacolo di una Mercedes-Benz.

Nella sua casa Don Carmelo pensò di trovare tranquillità. Niente di più sbagliato.
Come fu seduto sul suo divano, senti il campanello squillare. Entrò nel salone una delle guardie che gli disse che il Maresciallo De Cosmo voleva urgentemente parlare con lui.
Don Carmelo disse di farlo accomodare nel suo studio.
La guardia fece un cenno con il capo e andò via.
Dopo alcuni minuti Don Carmelo entrò nel suo studio e vide seduto sulla poltrona il Maresciallo Michele De Cosmo.
Era un uomo molto legato a Don Carmelo. Da giovane quell’uomo, che all’inizi della sua carriera seguiva le prime indagini contro lo stesso don, fu da quest’ultimo proprio aiutato.
Il Carabiniere si alzò e tese la mano a Carmelo salutandolo con rispetto.
- Accomodati Michele -.
- Grazie Don Carmelo -.
Il vecchio sorrise a quell’appellativo. Essere chiamato DON da un militare dell’Arma era davvero buffo.
- Sei troppo preoccupato per i miei gusti Michele – cominciò Don Carmelo – Vuoi qualcosa da bere? -.
- Un bicchiere d’acqua, grazie -.
Don Carmelo andò verso l’angolo bar che aveva nel suo studio, prese la bottiglia d’acqua e un bicchiere e, poggiato quest’ultimo davanti al Maresciallo, lo riempì.
Michele bevve tutto di un fiato poi prese a parlare.
- Lo sa don Carmelo che io sono sempre a stretto contatto col Comandante Pasculli -. Don Carmelo fece un cenno d’assenso col capo e lo invitò a continuare. - Bene. Ieri mi arriva una chiamata da Fabio Salamida, l’Artigiane per essere più chiari. Mi chiede di incontrarlo. Io vado all’appuntamento e ci troviamo nei pressi dei Magazzini Armenia, il cementificio in disuso. Gli chiedo cosa vuole e mi dice che ha bisogno di protezione perché deve denunciare un omicidio -.
Don Carmelo portò le labbra in avanti, ma restò in silenzio in attesa della fine del racconto. Michele continuò.
- Gli chiedo di che si tratta e lui mi dice di un omicidio di qualche anno fa in una pineta e che questa cosa coinvolge due persone di cui una siete voi Don Carmelo -.
Don Carmelo strinse il pugno, e ritornò con la mente alla morte di Santanastasia. Poi domandò – E l’altra chi sarebbe? -.
- Non ne ho idea, abbiamo interrotto la conversazione perché sono arrivate delle persone e Salamida preso dalla paura è voluto andare via. Lei sa cosa significa se quell’uomo parla Don Carmelo? -.
- Sì, l’arresto -.
- Bhe sì, anche se dovremmo anche tenere conto dell’attendibilità del soggetto. Dopotutto Fabio Salamida è una persona molto conosciuta da noi, visti i suoi svariati precedenti penali -.
- L’attendibilità – disse sorridendo Don Carmelo. Poi domandò – E cos’è l’attendibilità Michele? -.
Michele restò spiazzato dalla domanda, mentre Don Carmelo dava da solo la risposta.
- E’ la capacità di far combaciare le azioni con le parole dette, mio caro -.
- Cosa vuole che faccia Don Carmè? - chiese preoccupato il Carabiniere.
- Non fare nulla. Accertati solo che quell’uomo parli con te, se proprio deve parlare e se riuscirà a farlo eventualmente -.
Don Carmelo si alzò, andò verso Michele e gli diede una pacca sulla spalla. - Vai a casa e goditi la tua famiglia -.
Detto questo Don Carmelo uscì dallo studio per andare a riflettere.
Michele De Cosmo tornò a casa facendosi la solita domanda: nel mondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi?


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lunedì 10 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 14

2014.
Il rumore dei cocci di creta che cadevano e si sparpagliavano per terra in mille pezzi non si percepì all'esterno del negozio.
Giuseppe Il Bianco aveva abbassato la saracinesca del negozio di Fabio Salamida. 
Era un piccolo artigiano che produceva articoli con la creta come vasi, salvadanai e dei piccoli Carabinieri con un simpatico fischietto posto in direzione del deretano.
Fabio ricevette un pugno da Vito Battaglia che intanto lo picchiava e lo sbatteva da una parte all'altra del locale provocandogli ferite nonché danni al locale.
- Non sono venuto a perdere tempo Fabio - disse Giuseppe.
- Che vuoi da me Bianco? Che diavolo ti ho fatto? - chiese supplicante Fabio, a cui Black Jack aveva dato un po' di respiro per rispondere.
- Ti ho detto cosa voglio -.
- Non posso farlo Pe', sono fuori da tutto ormai -.
Giuseppe portò le labbra in avanti, poi guardò Vito e gli fece un cenno. Black Jack capì e si allontanò da Fabio. Come fu abbastanza distante, vide De Angelis scaraventarsi contro Fabio, prendergli la testa, sbattergliela contro il tavolo e invitare a guardarlo.
- Sono io che decido chi entra e chi esce coglione! E il tuo turno ancora non è arrivato - urlò Giuseppe - Inoltre mi devi un favore se non erro, vero? Ricordi quando hai mandato via Michelino Treruote e lui voleva farti sparare? Chi ha sparato lui invece? Chi Fabio?- .
- Vito Battaglia - rispose l'uomo a stento.
- Non ho sentito! - incalzò De Angelis.
- Vito Battaglia - urlò l'altro.
- E chi lo ha mandato Vito Battaglia? -
- Tu - rispose sempre urlando Fabio.
- Ora tu farai come ti ho detto oppure... - e con un braccio indicò Vito Battaglia.
Fabio, obbligato da De Angelis, guardò in direzione di Black Jack e vide lo stesso estrarre da uno zaino una bottiglia del suo fedele whiskey.
L'artigiano, alla vista di quel superalcolico, sbarrò gli occhi e preso dalla paura disse - No, no, ti prego Pe' ti prego -.
- Ti prego un cazzo Fabio bello, il signore qui presente ha sete e se tu non prendi la decisione corretta lui comincerà a dissetarsi a spese di qualcuno -.
Ormai con le spalle al muro, Fabio acconsentì al ricatto del Bianco.
- Ok, ok, farò quello che mi hai detto -.
A quelle parole Giuseppe guardò Battaglia, gli fece un cenno col capo e questi ripose la bottiglia nello zaino. Poi lasciò la presa e disse - Quanto mi piace quando usi il cervello Fabio. Sei sempre stato una persona lungimirante -.
Detto questo andò dritto verso la saracinesca che intanto Vito Battaglia aveva provveduto ad aprire. Prima di uscire si voltò e guardò il povero artigiano. Mise una mano nella tasca della sua giacca e prese il portafoglio. Estrasse due banconote da € 100 e le gettò in direzione del povero uomo accasciato al suolo.
- Vedi di rimettere tutto in ordine, la sporcizia proprio non la sopporto -.
Detto questo, i due si allontanarono dal locale lasciando il povero Fabio in compagnia dei suoi lividi e dei suoi tanti rimorsi.


Quando nella notte il campanello della sua villa cominciò a suonare, Don Carmelo capì che c'era qualcosa che non andava.
L'esperienza gli aveva insegnato che le notizie date di notte erano oscure come il cielo che le ospitava.
Don Carmelo prese la pistola da sotto al cuscino posto al suo fianco e si diresse in maniera circospetta alla grande finestra che dava sull'ingresso della villa. Vide davanti al suo cancello il SUV di Mauro Di Stani e capì che c'era davvero una questione molto importante di cui parlare se quell'uomo si era scomodato a quell'ora per andarlo a trovare.
Andò verso il suo comodino e pigiò una combinazione di tasti sul telefono fisso che fece aprire il cancello. Mauro vide aprirsi la cancellata, si rimise in macchina ed entrò nel giardino. Spense la macchina, scese e aspettò che il cancello fosse completamente chiuso prima di dirigersi verso la porta d'ingresso dell'abitazione.
Arrivato, trovò Don Carmelo sulla porta, in pigiama e avvolto nella sua vestaglia, che lo attendeva.
- Mi dispiace importunarla a quest'ora Don Carmelo -.
- Accomodati Mauro -.
Carmelo fece entrare Mauro nel suo studio e prima di cominciare a parlare, gli offrì un bicchiere di whiskey con un cubetto di ghiaccio
- Grazie - rispose Di Stani con un timbro di voce preoccupato.
Don Carmelo si sedette sulla sua poltrona di fronte a Mauro, prese un sigaro e lo accese. Poi con il palmo della mano rivolto verso l'alto fece un gesto e disse semplicemente - Prego -.
Di Stani pose il bicchiere sulla scrivania e cominciò il suo racconto.
- E' esplosa una bomba davanti all'ingresso dedicato alle ditte appaltatrici. A quanto sembra era una Fiat Uno piena di esplosivo. Abbiamo chiesto in giro, ai dipendenti, agli addetti alla sicurezza, ma ovviamente nessuno sa nulla. Soltanto uno delle nostre vedette, che lei mi ha fatto collocare dentro lo stabilimento dopo i colloqui con Franciacorta, ha riferito di aver visto un uomo pelato e magro parcheggiare un auto e allontanarsi. Di più per il momento non sappiamo -.
Don Carmelo scosse la testa, poi disse - Black Jack -.
Restò in silenzio, poi riprese - Com'è la situazione ora lì? -.
- Ci sono i Vigili del Fuoco e la Polizia. Fortunatamente non c'era nessuno in quel momento, perciò nessun morto e nessun ferito -.
- Logico, non miravano a quello -.
Detto questo Don Carmelo si alzò e guardò dalla finestra. Fece un lungo respiro e poi disse - E' cominciata -.
- Cosa? - domandò Mauro.
- Amanda dov'è ora? -.
- Penso a casa a dormire. Appena saputa la notizia sono corso immediatamente qui da lei Don Carmelo -.
- Chiamatela, dopotutto lei è a tutti gli effetti la proprietaria dell'azienda. A meno che non l'abbia fatto già la polizia -.
Finito di dire quella frase, il citofono prese a suonare in maniera assillante.
Don Carmelo guardò verso la cancellata e vide Amanda.
Andò celermente verso il telefono e rifece il codice che aveva fatto prima.
Dopo pochi minuti fece la sua comparsa nello studio Amanda preoccupata.
Don Carmelo la guardò.
- Che diavolo succede Carmè? -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

sabato 1 aprile 2017

A ferro e fuoco - pt. 13

Era ormai passato troppo tempo e Giuseppe il Bianco stava cominciando a spazientirsi.
I vari tentativi dell'avvocato Franciacorta si erano infranti contro l'ostinazione e l'infessibilità di Don Carmelo.
Per molti mesi il legale aveva cercato di rendere sempre più appetitosa la proposta al vecchio uomo di potere, sfiorando alle volte anche l'illegalità.
Ma Don Carmelo non si era mai fatto attrarre dalle sirene lanciategli addosso da Franciacorta.
Quella mattina, all'ennesima notizia negativa da parte del suo avvocato, De Angelis lanciò il cellulare contro il muro.
- Maledetto avvocato di merda! - sbottò - Tutti io li trovo gli incapaci! Che diavolo ci vuole a convincere quel vecchio? -.
Giuseppe si portò la mano agli occhi e premette sugli stessi per cercare di alleviare il mal di testa dovuto alla rabbia che ormai lo pervadeva in tutto il corpo.
Chiamò la segretaria dal telefono fisso che aveva sulla scrivania.
La signora Gilda, una distinta signora bionda e un po' corpulenta di sessantasette anni prossima alla pensione, era da molti anni la segretaria di Giuseppe De Angelis. Lui l'aveva voluta per la sua grande discrezione e per la sua amicizia con la madre. Quando il Bianco si trovò in guai molto seri, la signora Gilda seppe come aiutarlo.
Di questo De Angelis non si dimenticò mai, tanto che appena ebbe l'occasione si sdebitò assumendola nella sua clinica.
Entrata col solito garbo, la signora Gilda chiese cosa volesse.
- Signora Gilda gentilmente mi porti un ginseng grazie -.
- Giornata difficile dottore? -.
- Lei non sa quanto -.
- L'incapacità è un brutto male -.
Giuseppe sorrise a quella frase. Si stupiva ogni volta di come Gilda fosse capace di centrare gli argomenti, quasi avesse l'abilità di leggere nella mente delle persone.
- E' vero, è una piaga da debellare -.
La signora Gilda fece un cenno d'assenso col capo poi disse - Vado a prepararle il ginseng - e detto questo uscì dallo studio.
Giuseppe si alzò dalla sua poltrona e andato verso l'enorme vetrata fissò la struttura dell'azienda che voleva a tutti i costi.
- Ognuno ha il suo punto debole Carme'. E pure tu ne hai uno - e detto questo sospirò. Restò a fissare le ciminiere, mentre rimuginava su quello che avrebbe dovuto fare per far cedere Carmelo Loperfido.
Fu distolto solo dalla voce di Gilda che si era ripresentata nello studio con il ginseng pronto.
- Grazie Gilda, può andare -.
- Con permesso - rispose lei e detto questo uscì.
Giuseppe De Angelis prese la tazzina e se la portò alle labbra mentre continuava a guardare l'azienda. Guardo tutto quel metallo, tutte quelle polveri, i fumi. Sentì l'odore della paura che suscitava quell'enorme pachiderma di ferro: quella di perdere il lavoro, di perdere la salute, di perdere la vita.
- Sei vecchio Carmè. E come tutti i vecchi sai usare il tempo a tuo favore - disse lui quasi rivolgendosi all'azienda che aveva davanti. 
L'ultimo sorso di ginseng, poi pose la tazzina sul piattino posizionato sopra la scrivania. Infine, riprese il suo monologo.
- E cosa soffrono i vecchi? Te lo dico io Carmè: la velocità. E io questo farò: troverò quello che mi serve e lo metterò in atto in maniera fulminea. Ma che dico fulminea, sarò un lampo -.
A quella parola, Giuseppe spalancò gli occhi. "Eureka" pensò.
Si voltò di scatto, si diresse verso la cassaforte nascosta dietro un quadro regalatogli da qualche dottore amico per l'inaugurazione della clinica. Aprì la cassaforte e prese un cofanetto. Con quello tra le mani, si diresse verso la porta del suo studio e chiuse a chiave. Si accertò che la porta non si aprisse.
Andò quindi verso il tavolo in legno presente nel suo enorme studio che serviva per ospitare le persone durante meeting o incontri d'affari. Poggiò il cofanetto sul tavolo e con delicatezza lo aprì.
Guardò il contenuto all'interno di questo e cominciò a ridere di un riso sadico.
Chiuse il cofanetto, si diresse verso la sua scrivania. Pigiò sul telefono fisso il tasto raffigurante una cassa. Dopo pochi attimi si sentì la voce di Gilda.
- Mi dica dottore -.
- Gilda mi chiami Black Jack -.
- Come scusi? -.
Giuseppe guardò di nuovo il cofanetto, sorrise, poi rispose alla segretaria.
- Mi chiami Vito Battaglia -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.