- Allora? Si può sapere che ci fai a quest'ora fuori di casa? - domandò Aria in un misto fra preoccupazione e sospetto.
- Ero andato a correre - fu la risposta titubante di Francesco.
- Entra dai! - replicò secca la ragazza che lo prese per un braccio.
Francesco sapeva bene che non poteva entrare in casa, soprattutto con quello che era successo.
La sua arma non era con lui e, cosa ancor più grave, era dispersa in qualche punto della pineta. Il fortissimo rumore dello sparo aveva sicuramente allarmato qualcuno. E quel qualcuno certamente aveva chiamato le forze dell'ordine. E se proprio queste avessero trovato l'arma? Non poteva permetterselo.
Doveva inventarsi qualcosa, e al più presto.
La sua arma non era con lui e, cosa ancor più grave, era dispersa in qualche punto della pineta. Il fortissimo rumore dello sparo aveva sicuramente allarmato qualcuno. E quel qualcuno certamente aveva chiamato le forze dell'ordine. E se proprio queste avessero trovato l'arma? Non poteva permetterselo.
Doveva inventarsi qualcosa, e al più presto.
Aria, come Francesco fu dentro, fece per chiudere la porta blindata del loro appartamento. Immediatamente, però, vide il ragazzo voltarsi e con un gesto veloce e nervoso fermarla.
- Aspetta! - disse concitato Francesco.
- Fra' si può sapere che ti prende? - domandò contrariata Aria.
- Ho dimenticato le chiavi di casa sulla panchina. Devo andarle a riprendere, altrimenti dobbiamo cambiare la serratura. Ed è una bella seccatura! -.
- E nel portone come sei entrato scusa? -.
- Era già aperto -.
- Aperto? - ripetè Aria.
- Sì. Ora vado, torno subito - e detto questo il ragazzo scese le scale in maniera repentina.
Come fu giù, aprì il portone e cominciò a correre con tutta la forza che aveva. Non si curò delle macchine, delle persone, dei semafori.
Correva, come se non ci fosse un domani. Come se ogni secondo perso lo avrebbe avvicinato alla disfatta e alla fine della sua vita.
Pensava alle conseguenze, ai problemi, ad Aria, a sua figlia. A tutto.
Cosa fare? Cosa inventarsi?
Arrivò nella pineta ancora avvolta dall'oscurità. Disperatamente cercò un segno che gli potesse dare la certezza di essere nel luogo che aveva abbandonato qualche attimo prima. In quella situazione di buio totale, ogni posto sembrava quello giusto e quello sbagliato.
Cominciò a guardare per terra, poi si maledì ricordandosi di non avere con sé il cellulare per fare un po' di luce.
Si inginocchiò e iniziò a sondare il terreno con le mani. Cercò in ogni punto, poi si rialzò, avanzò per alcuni metri, si ripiegò e ripeté l'operazione.
Attuò questa pratica per una decina di volte, senza alcun risultato.
Preso dall'angoscia e dalla disperazione, ebbe comunque la lucidità di capire che doveva immediatamente ritornare a casa. E capì anche che, nel tragitto per tornare, avrebbe dovuto inventare una storia molto convincente per Aria.
Lei era una ragazza intelligente e sicuramente la storia delle chiavi non l'aveva certo bevuta.
Lei era una ragazza intelligente e sicuramente la storia delle chiavi non l'aveva certo bevuta.
Inspirò profondamente e cercò di calmarsi. Nel tragitto, qualcosa gli sarebbe venuto in mente.
Gli venne in mente il suo professore di diritto penale durante l'esame all'università.
"Ragioni come se fosse un criminale" gli disse.
"Ragioni come se fosse un criminale" gli disse.
Questo doveva fare ora: ragionare come un colpevole. Perché, visti gli accadimenti di quella notte, in un modo o nell'altro lo era.
Fece la strada di ritorno camminando e inspirando profondamente. Si guardava attorno come se ogni persona sappesse quanto fosse accaduto nella pineta o avesse visto la scena. Il mondo attorno gli sembrò completamente estraneo. Lui era totalmente estraneo anche al suo corpo stesso. La paura che gli camminava accanto, lo rendeva debole, senza forze, quasi paralizzato. Camminare verso casa gli sembrò la cosa più brutta del mondo, quando invece fino a quella sera era stata la cosa più bella della sua vita.
Immobile davanti al citofono ripete più volte "Mio Dio!" e, purtroppo per lui, Dio non si fece sentire in quel frangente. Si voltò e guardò tutto attorno a lui, avendo paura di vedere una persona qualsiasi o un agente o altro. Si sentiva segnato, come se avesse una lettera marchiata addosso che lo contraddistingueva dagli altri.
Arrivato davanti alla porta di casa, fece per suonare il campanello, ma la porta si aprì in quel momento. Si vide Aria pararsi dinnanzi a lui con in mano il suo mazzo di chiavi.
- Come la mettiamo ora Francé? - domandò lei.
Francesco sbarrò gli occhi. Aveva dimenticato il particolare di non aver mai avuto addosso le chiavi. Pensò velocissimo ad una scusa e gli venne in mente quella più plausibile.
- Che fortuna! Allora non erano quelle di casa che ho perso. Sono quelle dello studio legale -. Francesco ricordò che le chiavi dello studio le aveva sempre nel cruscotto della macchina e che per velocità e per necessità non le portava mai a casa con sé.
- Ma tu prima mi hai detto che erano quelle di casa che avevi smarrito Francesco? - replicò Aria.
Il ragazzo non riuscì più a trattenere quello stato di calma apparente che fino a quel momento aveva portato avanti, e sbottò in un moto di stizza.
- E vabbè Aria, mi sarò confuso. Dopotutto è notte! Posso entrare a casa mia ora e farmi una doccia? - e detto questo entrò nell'appartamento spostando in maniera brusca la ragazza e andando dritto in bagno.
Chiuse la porta, e si spogliò in maniera veloce. Poi si guardò allo specchio. Vide il suo corpo atletico e magro, i suoi capelli neri, gli occhi azzurri. Tutto gli sembrò stravolto, marcio, pessimo. Si sentì estraneo a quella immagine che lo specchio gli rifletteva.
Fece la doccia e, appena fu fuori dal bagno, si andò a sdraiare sul letto.
Aria era girata su di un fianco e sembrava stesse dormendo.
Lui le si avvicinò e disse - Scusami amore mio. Non dovevo trattarti così. Mi sono innervosito per la storia delle chiavi. Tutto qui. Ti chiedo scusa. Non voglio arrabbiarmi con te. Tu e Stefania siete le cose più preziose che ho -.
La ragazza si voltò, lo guardò negli occhi e disse - Le cose più preziose che hai -.
- Sì -.
- Da tenere in cassaforte - replicò lei, girandosi di nuovo sul fianco e lasciando Francesco nella sua tragedia.
Nessun uomo è davvero solo fin quando non incontra la delusione negli occhi di chi ama.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
Fece la strada di ritorno camminando e inspirando profondamente. Si guardava attorno come se ogni persona sappesse quanto fosse accaduto nella pineta o avesse visto la scena. Il mondo attorno gli sembrò completamente estraneo. Lui era totalmente estraneo anche al suo corpo stesso. La paura che gli camminava accanto, lo rendeva debole, senza forze, quasi paralizzato. Camminare verso casa gli sembrò la cosa più brutta del mondo, quando invece fino a quella sera era stata la cosa più bella della sua vita.
Immobile davanti al citofono ripete più volte "Mio Dio!" e, purtroppo per lui, Dio non si fece sentire in quel frangente. Si voltò e guardò tutto attorno a lui, avendo paura di vedere una persona qualsiasi o un agente o altro. Si sentiva segnato, come se avesse una lettera marchiata addosso che lo contraddistingueva dagli altri.
Arrivato davanti alla porta di casa, fece per suonare il campanello, ma la porta si aprì in quel momento. Si vide Aria pararsi dinnanzi a lui con in mano il suo mazzo di chiavi.
- Come la mettiamo ora Francé? - domandò lei.
Francesco sbarrò gli occhi. Aveva dimenticato il particolare di non aver mai avuto addosso le chiavi. Pensò velocissimo ad una scusa e gli venne in mente quella più plausibile.
- Che fortuna! Allora non erano quelle di casa che ho perso. Sono quelle dello studio legale -. Francesco ricordò che le chiavi dello studio le aveva sempre nel cruscotto della macchina e che per velocità e per necessità non le portava mai a casa con sé.
- Ma tu prima mi hai detto che erano quelle di casa che avevi smarrito Francesco? - replicò Aria.
Il ragazzo non riuscì più a trattenere quello stato di calma apparente che fino a quel momento aveva portato avanti, e sbottò in un moto di stizza.
- E vabbè Aria, mi sarò confuso. Dopotutto è notte! Posso entrare a casa mia ora e farmi una doccia? - e detto questo entrò nell'appartamento spostando in maniera brusca la ragazza e andando dritto in bagno.
Chiuse la porta, e si spogliò in maniera veloce. Poi si guardò allo specchio. Vide il suo corpo atletico e magro, i suoi capelli neri, gli occhi azzurri. Tutto gli sembrò stravolto, marcio, pessimo. Si sentì estraneo a quella immagine che lo specchio gli rifletteva.
Fece la doccia e, appena fu fuori dal bagno, si andò a sdraiare sul letto.
Aria era girata su di un fianco e sembrava stesse dormendo.
Lui le si avvicinò e disse - Scusami amore mio. Non dovevo trattarti così. Mi sono innervosito per la storia delle chiavi. Tutto qui. Ti chiedo scusa. Non voglio arrabbiarmi con te. Tu e Stefania siete le cose più preziose che ho -.
La ragazza si voltò, lo guardò negli occhi e disse - Le cose più preziose che hai -.
- Sì -.
- Da tenere in cassaforte - replicò lei, girandosi di nuovo sul fianco e lasciando Francesco nella sua tragedia.
Nessun uomo è davvero solo fin quando non incontra la delusione negli occhi di chi ama.
Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
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