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martedì 28 aprile 2020

A FONDO PERDUTO


(Fonte: qui)



Ho trasformato le tue lacrime in perle.
Ne ho fatto una collana che tu potessi indossare.
Che brillasse tra il tuo collo
e il tuo petto.
Come risplende ogni tuo sorriso nella mia mente.
Ho chiuso le finestre alle tue paure,
aprendo le porte ai tuoi sogni.
L’ho fatto per condurti a comprendere che
gli unici ospiti della tua anima
devono essere i tuoi desideri.
Ho fatto tutto questo
con un amore a fondo perduto.
E ora che affondo,
ora che torno a fondo,
mi ritrovo perduto.
E mentre io ti adornavo di ricchezze,
pagando questo amore con tutti i miei averi,
tu vedevi in me solo un pezzente e non un donatore.
E mi scansavi allora.
E mi dimentichi adesso.
Ora che sei ricca d’amore
e piena di te.
Mentre io vado a fondo,
Perduto.

giovedì 23 aprile 2020

PENSIERI D'APRILE

(fonte: qui)


Ti ho dato delle regole.
Le hai infrante tutte.
E questo ti fa donna,
poiché solo le donne hanno
il coraggio per cambiare la vita.

Mi hai fatto delle promesse.
Non le hai mai mantenute.
E questo fa di te 
una persona che non ama.
Perché le promesse non mantenute
sono chiodi 
sui polsi dell'amore.

domenica 19 aprile 2020

DOMUS - pt. 2

(fonte: qui)

(continua di pt. 1)

Rumore di vetri rotti.
Incubo.
Spalancare gli occhi e svegliarsi nel cuore della notte tentando di fare meno rumore possibile, perché nessuno sappia. Nemmeno la persona che l'amava di più al mondo e che divideva con lei il letto, oltre che tutte le fatiche del mondo.
Rumore di vetri rotti.
Così ricordava suo padre. Quel rumore nitido, rapido. Un rumore che, dopo il colpo che frantumava il vetro, sembrava non esserci più. Invece era lì, sempre lì. Perché mettendo i piedi sopra i pezzi, questi si rompono di nuovo, e ancora e ancora. Finendo per diventare un eco, leggero, sibillino, quasi costante.
Alla stessa stregua era il suo cuore. Si frantumava in pezzi sempre più piccoli, tutte le volte che babbo ci camminava sopra comportandosi come si comportava. Senza una misura. Perché, da che mondo è mondo, è sempre stato più facile spaventare che educare. Perché l'imperativo affascina sempre di più del condizionale. Perché un indice puntato è un'arma molto più suadente di un pollice all'insù.
Scese dal letto e si diresse verso il balcone. Si affacciò e guardò un po' il cielo e un po' il panorama.
Ma se una persona smette di lottare per non mettere in pericolo le persone che ama, può considerarsi sconfitta? 
Si domandò questo. Con l'innocenza di chi vorrebbe soltanto ammettere di non farcela da sola.
Se Ines, la sua gemella, fosse stata lì, si sarebbero prese per mano e avrebbero canticchiato la canzone che a loro piaceva tanto. Ma Ines non c'era. Perciò, congiunse le sue stesse mani e si sforzò di pensare a quando l'estate, con i nonni, si andava al mare.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti le diceva la nonna.
Ma il tempo i ricordi te li toglie ad uno ad uno come petali di margherita.
- E' successo di nuovo vero?
La domanda di  Umberto le arrivò alle spalle come una spada.
- Da quanto lo sai? - chiese lei senza voltarsi.
- Da quando stiamo insieme. Sono tuo marito. Sono stato il tuo fidanzato e prima ancora il tuo amico. Potresti non voltarti mai, eppure saprei leggere lo spartito del tuo cuore basandomi solo sulle tue pause.
- Hai mai pensato a come sarebbe se io non ci fossi?
- Ogni giorno. Da quando mi sono innamorato di te, ogni giorno.
- E cosa fai?
- Do il meglio di me per non far sì che tu vada via.
- E se morissi?
- Do il meglio di me per far sì che tu vada via con la consapevolezza che in questo mondo hai avuto tutto quello che c'è.
- Se il tutto non bastasse a sanare le ferite?
- C'è l'amore che guarisce sempre tutto. Bisogna soltanto decidersi a guarire quelle ferite. Perché alle volte ci culliamo di averle. Sono una scusa valida per restare lì dove siamo e non prenderci la responsabilità di lavorare per essere felici.
- La fai facile tu.
- E tu la fai difficile.
Umberto sospirò, poi disse - Sai cosa diceva mio zio? Che l'amore e l'odio sono come il mare e la neve. Sono fatti entrambi della stessa sostanza, ma la neve, quando arriva la bella stagione, si scioglie e rivela i paesaggi più belli. Il mare invece resta lì. E' vittima delle correnti, diventa piatto o ondoso, ma è sempre lì. Eppure pensiamo sempre che l'inverno sia lunghissimo, senza fine. Come i dolori. Ci focalizziamo troppo sul dolore per non vedere che abbiamo l'amore a portata di mano.
- Queste cose sono smancerie da film.
- Vuoi che te lo dimostri?
Fabiana si voltò e lo guardò con un atteggiamento quasi di sfida.
Vide il ragazzo entrare in casa. Lo attese. Sentì qualche rumore provenire, probabilmente, dalla cucina. Dopo un po' lo vide ricomparire con una bottiglia di birra da 33cl.
- Mi vuoi convincere facendomi ubriacare?
- No. Molto peggio.
Come ebbe finito di dire quella frase, Umberto scaraventò la bottiglia a terra. Il vetro si frantumò in molteplici pezzi.
- A cosa stai pensando ora Fabiana? -  domandò concitato il ragazzo, mentre lei impietrita fissava il pavimento del balcone pietro di vetri.
- Su cosa ti stai fissando ora?
Nessuna risposta.
Con un tono di voce ancora più alto - A cosa stai prestando attenzione? A quei dannati vetri o a me che ti amo e che sto facendo di tutto per salvarti da anni?
- Perché mi fai questo? - domandò disperata.
- Perché voglio farti capire che un dolore si può vincere, che dall'ora più buia può sempre uscire ciò che ci fa risplendere. Nella camera oscura i più grandi fotografi fanno uscire i migliori scatti. Ma da un'anima buia può uscire solo un risultato: l'oblio. E l'oblio è peggio della morte. Perché la morte ci serve per poter dire che abbiamo avuto una vita. L'oblio è tutto quello che sta nell'ombra. E all'ombra della vita, nemmeno l'universo ha posto le proprie stelle.
Detto questo il ragazzo andò in cucina lasciando Fabiana lì dov'era.
Restò così qualche minuto, immobile come una statua.
Un ricordo bello uccide mille pensieri brutti pensò di nuovo.
La ragazza si voltò, guardò il cielo e disse sottovoce - E quanto amore serve per recuperare una vita brutta?
Vide due braccia che la cingevano e quella voce, che c'era sempre stata, risponderle - Uno. Quello vero.


(continua)

giovedì 16 aprile 2020

PAINT - pt. 2

(fonte: qui)



(segue...)
A quella risposta, Lorenzo attese un attimo prima di replicare.
Ci furono alcuni minuti di sospensione, poi sotto al suo nome nello schermo comparve la scritta sta scrivendo...
Il messaggio arrivò come un pugno allo stomaco - Non dirmi niente adesso -
Sara restò un po' interdetta. Non era esattamente l'atteggiamento che si attendeva. Si risentì un po', e per tutta risposta, scrisse un freddissimo - Ok -.
Buttò il cellulare sul letto e continuò a guardare il televisore che, come sempre, era qualcosa di davvero inutile nella sua vita.
Mezz'ora dopo, il cellulare cominciò a vibrare più volte. Sara, quasi vicina ad addormentarsi, si destò da quel torpore e diede uno sguardo allo schermo. Era Lorenzo.

- Scendi - 
- Ma sei scemo? E' l'una e mezza di notte! -
- Appunto -
- Appunto cosa? -
- Le tragedie cominciano tutte a mezzanotte. Essendo abbondantemente passata, possiamo programmare il futuro -
- Tu sei pazzo -
- Muoviti -

Sara portò le labbra in avanti, continuando a guardare lo schermo. Era stata mesi a seppellirsi sotto la terra arida dei rimorsi. Una pazzia, a questo punto, non avrebbe cambiato nulla. O forse sì?
Non ebbe il tempo di realizzare la risposta, che si trovò di fronte al ragazzo che le sorrideva.
- Andiamo.
- Dove? 
- Mamma mia come sei pesante! 
- Non mi piace brancolare nel buio. 
- Ma se è una vita che lo fai!
Sara riportò nuovamente le labbra in avanti e replicò un secco - Sei uno stronzo.
I due risero.
Si fermarono in un piccolo bar ancora aperto e presero due birre. Si accomodarono ad un tavolino all'area aperta.
- Sai Lorenzo. Non so come ci sei riuscito, ma hai fatto partire qualcosa dentro di me. Non dico di averla superata, molto probabilmente ci sono dentro fino al collo ancora. Ma quello che sento ora è di non essere destinata a tutto questo. E' sbocciata dentro di me l'idea che, infondo, tutto quello che ho me lo hanno appioppato gli altri e che di mio in questa vita non ci sia un bel niente. Quindi, se perdo tutto, non perdo nulla. Anzi: ci guadagno me stessa. C'è solo un piccolo aspetto.
- Quale?
- Non so fare nulla. Nel senso: non mi sento capace di fare alcunché. L'unica cosa che so fare è questa - Sara prese un fazzolettino di carta e cominciò ad arrotolarlo intorno all'indice e il medio. Armeggiò un altro po' facendo altri movimenti con le mani. Creò un origami a forma di rosa.
- Interessante - disse ridendo Lorenzo.
Si guardarono un po'. Il ragazzo prese l'origami dopo aver bevuto un sorso di birra - Sai cosa mi fa ridere? La gente che crede al fatto che il non saper fare nulla sia uno svantaggio. Per il mio modo di vedere è una grande fortuna. E sai perché? Perché puoi imparare qualsiasi cosa tu voglia. Siamo sempre schiavizzati da un genitore, un amico, un compagno che ci dice cosa dobbiamo fare, cosa è meglio per noi, che strada dobbiamo percorrere. Il non sapere niente di te stesso è la più alta forma di libertà. Ti permette di conoscere tutto e non solo la parte che ti hanno imposto. E poi, secondo me, quando una persona non sa fare nulla è perché la sua anima sa esattamente quale è la sua strada. E non vuole più perdere tempo. Come le bussole: indicano sempre il nord, qualsiasi direzione tu prenda.
- Vuoi dire che sono piccola e tonda?
Lorenzo la scrutò un po' - Se continui a poltrire dentro casa al tonda ci arrivi sicuro.
- Ti ho già detto che sei uno stronzo?
I due risero.
Finita la serata, arrivarono sotto casa di Sara. Si guardarono.
- Perché tutto questo Lorenzo?
- Ti ho visto sorridere tante volte. Volevo vedere quanto si sarebbe allargato il tuo sorriso se fossi stata realmente felice. Gli occhi delle donne sono tutti belli, ma gli sguardi di quelle felici lo sono ancora di più.
Sara sentì quella frase entrarle dentro e decise di andare via.
- Buonanotte.
- Buonanotte.
Trascorse un mese. Il giorno della discussione arrivò e Sara lo affrontò con uno spirito nuovo. Qualcosa di davvero diverso. Andò benissimo e fu l'orgoglio di tutti. Ma quello che più la colpì fu che era orgogliosa di sé stessa.
Uscita dall'Aula Magna con la corona d'alloro in testa, salutava e ringraziava tutti. Cercò Lorenzo, che le aveva promesso che sarebbe stato presente.
Lo vide sbucare da dietro un gruppo di ragazzi che bevevano prosecco.
- Da te non me lo aspettavo - disse Sara.
- Mi sono solo allontanato un attimo. Ho sentito la discussione. Volevo solo non presentarmi a mani vuote davanti ad una dottoressa.
Il ragazzo tese a Sara la mano che fino a quel momento aveva tenuto dietro alla schiena. C'erano dieci rose fatte di carta, identiche a quelle che aveva creato lei quella sera al bar.
Sara sorrise, pensando che quello fosse il dono più bello che avesse ricevuto.
- Ovviamente non è questo il mio regalo.
Lei lo guardò negli occhi - Non sarà mai bello come questo.
Quella sera, la festa di laurea fu un successo.
Ormai alla fine dei festeggiamenti, Sara era seduta ad un tavolo con Lucilla. Si avvicinò Lorenzo.
- Posso?
- Certo - disse Sara.
- Io credo di andare a casa - aggiunse Lucilla.
- Ok. Grazie per essere venuta.
- Buonanotte ragazzi.
I due videro la loro amica andare via.
- E' tempo del mio regalo, vero?
- Credo di si. Ormai sei rimasto solo tu.
Lorenzo porse il pacco alla fresca laureata. Vi trovò un bellissimo bracciale.
- Ah! Dimenticavo - Il ragazzo mise la mano nella tasca destra della giacca e ne estrasse un altro origami a forma di rosa.
Sara sorrise, lo prese e ringraziò. Guardò il tavolino e vide che c'era un portafazzoletti d'acciaio. Prese un fazzoletto e cominciò a piegarlo. Dopo un po', consegnò la sua creazione a Lorenzo.
Era anch'esso un bellissimo origami a forma di rosa. Solo il colore differenziava i due origami: il fazzolettino usato da Sara era rosso.
I due si guardarono con tutta la dolcezza del mondo.
- Devi dirmi qualcosa? - domandò lui.
Lei gli sorrise con quel sorriso che lui aveva sperato tante volte di vedere. Poi, una semplice risposta.
- Sì.

martedì 14 aprile 2020

PAINT - pt. 1


(fonte: qui)



Nel buio della camera, il volto di Sara era illuminato solo dalla luce della tv.
Il televisore, da più di un'ora e mezza, stava proiettando una serie che non era riuscita a seguire per nemmeno un minuto.
Era una di quelle solite notti dove pensava di non avere la Luna storta, ma tutti i pianeti contro.
E a quelli si aggiungeva la sua mente che non finiva mai di macinare chilometri in quella lunga strada che si chiama memoria. La conosceva bene Sara. E sapeva ancora meglio che era asfaltata solo da ricordi che fanno male, che feriscono, che ti rubano prima il sorriso e poi il cuore.
Perché il sorriso è il cuore del tuo stesso cuore.
Pensava a come era stato possibile ritrovarsi lì, con un televisore senza colori e con una serata senza emozioni. A come si era arrivati a tutta quella solitudine, quando tutta la vita del mondo le era tra le mani e dentro gli abbracci che costantemente regalava.
E si domandava perché i suoi occhi dovessero ancora continuare a piangere, quando poi di tutte quelle lacrime, nessuna aveva prodotto rumore nella vita di qualcuno.
Nel turbinio di tutti questi pensieri, non si accorse che per il quinto giorno il suo telefono vibrò per un messaggio su Whatsapp. Sempre lo stesso messaggio, sempre alla stessa ora. "Buonanotte". Né di più né di meno.
A che diavolo serve mandarmi questo messaggio se non ti rispondo?! pensò seccata Sara.
Lasciò il telefono lì dov'era e continuò a far finta di vedere la tv.
La sera dopo, era nella vasca da bagno come sempre immersa nella schiuma, e ascoltava la sua playlist su Spotify.
Mentre, rilassata e con gli occhi chiusi, si lasciava andare sulle note di "Fields of gold" magistralmente interpretata da Eva Cassidy, sentì il suono del messaggio. 
Si seccò tanto. Talmente tanto da rispondere un freddissimo "Devi dirmi qualcosa?"
Sara vide le spunte del messaggio diventare blu. Poi, il nulla.
L'evento si replicò per ulteriori venti giorni, finché una sera qualcosa cambiò.
Sara in quei giorni era più triste che mai. Il periodo non le era favorevole. A breve si sarebbe dovuta laureare, e questo la costringeva a pensare a cosa voleva fare da grande; in quei giorni cadeva quello che avrebbe dovuto essere il suo settimo anniversario con Ferdinando, che però l'aveva lasciata proprio in periodo di tesi; i problemi con sua madre che continuava a rimproverarla di essere arrivata alla soglia dei trent'anni senza una stabilità economica.
Era profondamente a terra. Ma quella sera, stranamente, quella "buonanotte" non arrivò. E nemmeno la sera successiva.
Alla terza notte, verso le due, Sara guardava quella chat ferma al suo "Devi dirmi qualcosa?". Vide in quel messaggio tutto il brutto di ciò che stava passando. Si pentì un po'. Senza pensare alle conseguenze scrisse "buonanotte" e premette invio, per poi pentirsi un secondo dopo.
Il messaggio fu letto subito e la risposta fu "Devi dirmi qualcosa?" con annessa emoticons con la linguaccia. Sara rispose di no.
"Correggo la domanda: devi dirTi qualcosa?"
Lei si stranì della domanda, poi, ancora senza pensarci, "Forse sì, ma non ho le risposte"
"Evidentemente non ci sono ancora le domande."
"Già"
"Vuoi fare un gioco?"
"Sentiamo"
"Ci vediamo fra tre giorni al mio laboratorio."
"Per fare cosa?"
"Per giocare"
La conversazione finì lì.
Dopo tre giorni, Sara si presentò dove Lorenzo le aveva detto. Il suo laboratorio di teatro, dove costruiva le scenografie per la sua compagnia. Lorenzo era alto e atletico e gli sembrò migliorato dall'ultima volta che lo aveva visto. Vestiva casual e aveva uno zainetto che portava solo sulla spalla destra. Sara, di contro, si sentiva un catorcio.
- Vieni con me - disse il ragazzo.
Aveva il tono di chi sapeva esattamente cosa fare. Si lasciò trasportare.
Dopo essere entrati nel laboratorio, parlando del più e del meno, i due si diressero in un atrio alle spalle dello stesso. Si fermarono di fronte ad un muro di cartongesso dell'altezza di due metri e lungo un metro e ottanta, posto sopra una base con quattro ruote.
Lorenzo armeggiò alcuni secondi dentro lo zaino, poi prese una bomboletta spray e la diede a Sara.
- Facciamo un murales? Guarda che io non so disegnare.
- Vai dietro il muro. Con la bomboletta scrivi tutto quello che vuoi. Tutto. Dalla prima all'ultima cosa. Dalla migliore cosa che hai, alla peggiore persona che conosci. Appena avrai finito torna qua.
- Perché dovrei fare una cosa simile?
- Non è ancora il tempo dei perché?
- E per quale motivo?
- Perché a te servono domande. E il "perché" è la parola che precede le risposte.
- Non mi va.
- E' proprio quello il motivo per cui tu devi fare quello che ti dico.
Sara guardò Lorenzo negli occhi e capì che non sarebbe stato facile vincere contro una persona che per trenta giorni di fila ti aveva mandato una buonanotte senza aver mai avuto una risposta.
Fece quello che gli aveva chiesto. Andò dietro al muro e vide questa enorme facciata bianca. Sembrò davvero essere una linea della vita. Cominciò a scrivere di tutto. In orizzontale, in verticale, diagonale. Scrisse ogni cosa, mentre Lorenzo intanto si allontanava.
Dopo aver finito, si sentì quasi soddisfatta. Ritornò da Lorenzo e lo trovò con un enorme martello in mano.
- Che diavolo ci fai con quel coso?
- E' per te.
- Cioè?
- Ora prendilo e distruggi il muro. Ma lo distruggerai da questa parte. Dalla parte in cui è ancora tutto bianco.
- Non sarebbe più logico farlo dalla parte scritta?
- No.
- Perché?
- Distruggilo e te lo dirò.
Sara guardò il muro e cominciò a dare colpi fortissimi col martello. Lo demolì tutto e lo vide cadere sotto i suoi colpi. Come ebbe finito, Lorenzo si avvicinò e prese un pezzo di muro.
- Solo distruggendo la parte pulita di una persona, scopri che dentro ha tutto un mondo di frasi e domande mai lette - e le porse il pezzo di muro dove si intravedevano alcune scritte.
Sara guardò l'oggetto che aveva tra le mani, poi disse sarcasticamente - Quindi io sono il muro e tu sei il martello, giusto?
- No. Il martello e il muro sei sempre tu. Sono le due facce della stessa medaglia. Io sono le ruote che sono sotto al muro, lo zaino che conteneva la bomboletta, il custode del martello. La gente crede sempre di essere il motivo per cui gli altri cambino. Niente di più sbagliato. Le persone cambiano perché hanno trovato la forza di farlo. Noi possiamo solo accompagnarle e aiutarle a trovare gli strumenti per farlo.
- E ora che succede?
- Semplice. Come tutti i muri abbattuti o puoi alzarne un altro ancora più robusto e più alto oppure puoi andare dall'altra parte e scoprire cosa c'è.
Sara ci pensò un attimo, mentre il silenzio prese il sopravvento.
- Ora puoi andare - disse Lorenzo.
- Ma tu fai sempre così?
Il ragazzo sorrise, poi rispose - Solo quando ne vale la pena -
- E tu cosa ci guadagni?
- Un motivo per distruggere il mio di muro.
Detto questo il ragazzo guardò in un punto imprecisato, poi disse - Ora devo ripulire. Grazie per essere venuta -
Sara capì che doveva andare. Aveva toccato qualcosa nell'animo del ragazzo e quel momento, stranamente, la fece sentire vicinissima a lui.
La sera, indecisa se scrivere o no, Sara continuava a tenere fissi gli occhi sulla chat.
Mentre pensava a cosa scrivere sentì il suono del messaggio che compariva.
- Devi dirmi qualcosa? - domandò Lorenzo.
Sara sorrise, poi rispose - Sì - 


sabato 11 aprile 2020

DOMUS - pt. 1


(fonte: qui)




Quando Fabiana mise il piede fuori, dopo più di tre mesi che non usciva di casa, le sembrò di essere tornata da un'altra dimensione.
La sensazione di paura mista ad emozione la disorientò tantissimo. E, pur conoscendo la risposta, si domandò comunque il perché.
Nella sua vita era sempre andata oltre. Era uscita di testa, uscita fuori dagli schemi, uscita di senno. Ma accedere di nuovo all'esterno di quel palazzo, le sembrò qualcosa di mai fatto prima.
Vivere pensò, con una intensità talmente grande da farla quasi commuovere.
Girò a destra e si diresse verso la piazza del paese popolata come sempre la domenica mattina da ragazzini e famiglie.
Il sole quel giorno era accecante, quasi volesse aiutare Fabiana a vedere ogni piccolo essere, vivente o inanimato, presente sulla sua strada.
Entrò nel bar e ordinò un succo al mirtillo.
Enzo, il barman storico, fu entusiasta nel vederla e, contentissimo, le preparò quanto aveva richiesto.
Salutava tutti Fabiana con la sua tipica allegria che, dall'esterno, non sembrava essere stata intaccata. Mentre attendeva il succo, sentì una voce provenire dalla sua destra.
- Quindi è vero che niente ti spezza!?
Fabiana riconobbe quel timbro e sorridendo disse - Deve ancora nascere chi può farlo.
- O è già morto - replicò lui.
Bruno era un ex collega licenziato qualche anno prima e che, adesso, si ritrovava a tirare avanti con lavori saltuari e senza inquadramento.
Erano rimasti amici anche dopo la parentesi lavorativa e si erano confidati un po' delle loro disavventure perché, avevano capito, che solo Atlante può portare il Mondo sulle spalle. Tutto il resto è più facile risolverlo se lo dividi.
- A quanto pare stavolta è morto lui - disse ridendo Fabiana.
Bruno ordinò un caffè, sottolineando ad Enzo che l'avrebbe pagato la sua amica. 
- Credi che mi possa offendere per un caffè? Te ne pago pure due.
I due risero e, dopo aver consumato, uscirono fuori dal bar.
- Ti va una passeggiata? - domandò Bruno.
- Ora come ora mi va qualsiasi cosa.
- Anche parlare?
- Pure quello.
Passeggiarono per un po' raccontandosi qualsiasi tipo di cosa. Senza schemi, senza freni. Come sempre. Sei mesi di silenzio sono tanti per chi si sa ascoltare.
- Sai Bruno, sapere che c'è qualcuno nel mondo a cui puoi affidare ogni tua parola in totale libertà è una delle fortune più grandi che si possano avere. Dopotutto le gesta dei grandi eroi del passato erano tramandate oralmente.
- Ammazza, non sapevo di avere Ulisse come amica!
- Al posto suo, io non sarei tornato a casa. Avrei girato tutto il mondo.
- Per quanto grande sia, nessun posto colma il vuoto di casa tua.
Fabiana sorrise con un po' di amarezza. - Secondo te dov'è casa? - domandò lei.
- Dove ti mandano le cartelle esattoriali - rispose scherzosamente lui.
- Seriamente Bruno. Dov'è casa?
Bruno guardò per un attimo i ragazzi che giocavano nella piazza del parco dove si erano fermati a parlare. Seduto su quella panchina fissava davanti a sé.
- Pensiamo sempre che casa sia un luogo, una posizione. Molto spesso casa per me è stata una situazione, un particolare momento, una parola, un gesto. Qualcosa che mi fa sentire protetto da ciò che arriva da fuori, ma soprattutto un "dove" in cui io posso mettere tutto il fascio dei miei sentimenti.
Fabiana rifletté un attimo su quelle parole. - E come la trovi questa "casa"?
- Non la trovi. Semplicemente ti ci senti dentro. Come quando cerchi davvero un immobile e poi trovi quello che ti fa scattare qualcosa.
- E se nessun posto lo senti casa?
- Vuol dire che devi ancora costruirla. Come l'amore Fabiana.
- E l'amore può essere casa?
- E' questa la domanda Fabiana, è questa.
Il pomeriggio, sdraiata sul letto a fissare il soffitto, la ragazza pensava a quello che aveva. Lavoro, matrimonio, alti e bassi. Pensava a come la vita potesse modificare il suo equilibrio non dandoti nemmeno il tempo di capirne i cambiamenti. Una enorme roulette russa dove a cambiare non è il posizionamento del tamburo, ma l'arma direttamente.  E quando si modifica l'arma, cambia il peso, il proiettile, il rumore, l'impugnatura, i danni, gli effetti. E tu devi giocare, sapendo che prima o poi un colpo partirà. 
Sentì la porta aprirsi e vide Umberto, suo marito. 
Lui la baciò sulle labbra - Sei stata tutto il giorno a casa?
Lei lo guardò dolcemente e, dopo avergli accarezzato il volto, gli rispose - No, ma ci sono appena entrata.