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venerdì 23 giugno 2017

A ferro e fuoco - pt. 27

Trapianto.
La situazione ormai si era pesantemente complicata per la piccola Stefania e il dottore che sedeva dinnanzi ad Aria e Francesco parlava ormai della necessità e dell'obbligatorietà dell'intervento chirurgico.
Essendo il paziente molto giovane le probabilità di successo erano buone, ma come sempre il tempo non bisognava perderlo e occorreva agire con decisione e velocità.
Aria ascoltava il medico con grande apprensione. Anche Francesco lo faceva, ma con un leggero distacco. Aveva appena scoperto cosa la vita gli aveva messo sull'altro piatto della bilancia: la figlia. Alla morte di un suo nemico, ora la vita come contropartita chiedeva il destino di Stefania.
Il dottore continuava a parlare ignaro del fatto che il giovane davanti a lui stesse riflettendo su altri aspetti della sua esistenza.
Francesco scosse il capo e interruppe il discorso del dottore facendo una domanda.
- Con chi dobbiamo parlare per procedere su questa strada dottore? -.
- Ovviamente io mi attiverò per preparare il tutto, ma conoscendo il Direttore penso che vorrà essere informato sulla vicenda e sulle possibilità vagliate. Sapete: è una persona molto professionale e si interessa davvero di tutti i clienti della clinica -.
- Immagino - rispose Francesco non proprio convinto.
- La bambina comunque per oggi, in via precauzionale, resterà qui pertanto, se uno dei due vuole restare a dormire nella struttura, non ci sono problemi - concluse il dottore.
I due ragazzi ringraziarono e si alzarono dalle rispettive sedie. Optarono per andare a salutare Stefania e, nel frattempo, decisero chi dei due dovesse rimanere.
Arrivati nella stanza in cui si trovava la figlia, i due giovani finsero una certa serenità al fine di non turbare ancora di più Stefania.
Finiti i convenevoli e dopo aver parlato un po' con lei, Aria e Francesco uscirono per confermare la decisione precedentemente presa.
- Resto io Aria, non voglio che stai qui. Sei molto turbata e hai bisogno di riposare. E poi sicuramente in casa sai fare più cose tu. Io sono un disastro nel fare le faccende domestiche - disse Francesco sorridendo.
Aria, non del tutto convinta, accettò di ritornare a casa con la promessa che in caso di bisogno Francesco non avrebbe esitato un minuto a chiamarla.
Il ragazzo diede la sua parola e, dopo aver consegnato le chiavi dell'automobile alla compagna, la scortò fino all'uscita della struttura.
- Passo nel pomeriggio durante l'orario di visita ok? - disse Aria.
- Certo! Noi saremo qui ad aspettarti - rispose Francesco.
I due si salutarono e il ragazzo rientrò nella Clinica. 
Prima di salire al piano in cui era ricoverata la figlia, decise di andare a prendere un caffè al bar della clinica. 
Arrivato fece dapprima lo scontrino e poi si mise in fila al bancone per chiedere quanto aveva pagato.
Giunto davanti al barista porse il documento fiscale e chiese un caffè. L'uomo prese lo scontrino e dopo averlo controllato, lo strappò leggermente e lo riconsegnò nelle mani del ragazzo. Mentre il barista procedeva nel preparare il caffè, Francesco si guardò per un attimo attorno. 
Al suo fianco notò un uomo di corporatura possente e dalla faccia non del tutto estranea. Lo guardò per alcuni istanti cercando di capire se lo avesse mai visto o se lo conoscesse. 
Non si accorse che aveva impiegato molto tempo a fissarlo, se non quando lo stesso uomo gli disse - Che hai da guardare? -.
- Scusami, non volevo. Credevo di conoscerti e cercavo di capire dove e quando c'eravamo conosciuti -.
- Non ti conosco. Ora puoi bere il tuo caffè - concluse l'uomo che poggiò la sua tazzina sul piattino e andò via.
Dopo quella risposta, Francesco capì che forse quell'uomo era meglio non conoscerlo affatto.


Giuseppe De Angelis non impiegò molto per comprendere che lo stato d'animo di Gilda e l'uomo robusto e palestrato che era andato via avessero fra di loro un legame.
Ma, in quel momento, lo stato emotivo della sua segretaria poco gli interessava.
Vito Battaglia era morto, il cadavere era stato portato nella sua struttura e molti lo avevano visto e riconosciuto.
La manovra di Don Carmelo era semplice: spostare l'attenzione delle Forze dell'Ordine dalla Italiana Ferri e Derivati SpA alla sua clinica.
Sicuramente sarebbero partite delle indagini e con i Carabinieri addosso, Giuseppe non avrebbe potuto fare più nulla. Inoltre, uno dei suoi migliori sicari era stato appena fatto fuori.
Aveva poco spazio di manovra Giuseppe Il Bianco. Ma sapeva bene che un uomo con le spalle al muro riesce a trovare magicamente delle risorse incredibili.
Ci avrebbe pensato poi.
D'un tratto bussarono alla porta. Era come sempre la signora Gilda che recava in mano un fascicolo.
- Di che si tratta signora? -.
- Riguarda la figlia di quel ragazzo che ci ha chiesto di monitorare -.
- Ah, la ringrazio. Lasci sul tavolo ed esca pure. Ho bisogno di pensare -.
- Immagino. Con permesso - e detto questo la signora uscì.
Giuseppe fece un lungo respiro. Questa vicenda familiare non si stava rivelando una buona pista. Almeno fino a quel momento.
De Angelis prese il fascicolo in mano e lesse con cura quanto c'era scritto, finché non lesse una parola che gli illuminò la giornata: "trapianto".
- Bingo! - disse euforico.
Si alzò di scatto dalla poltrona e si diresse verso la porta e chiuse a chiave. Si fiondò verso il quadro che nascondeva la cassaforte e dopo averlo poggiato per terra, aprì la stessa ed estrasse il bauletto che vi era custodito all'interno.
Aprì velocemente la confezione e vide quanto c'era dentro.
Scoppiò in una risata isterica. Prese il contenuto, il quale era posto in una busta di plastica trasparente con una cerniera a clip, e si diresse verso la vetrata che affacciava sul colosso industriale che voleva a tutti i costi.
- Lo vedi che ho qui maledetto vecchio? Ahhahah! Se questo fine anno hai voluto festeggiare col Jack Daniel's, tranquillo io saprò aspettare la mia Pasqua e la mia resurrezione. E lì avremo i verdetti e lì si abbatterà su di te il mio giudizio -.
Ripose tutto nella confezione e quest'ultima nella cassaforte. Riappese il quadro a copertura della stessa.
Si andò a sedere dietro la scrivania, sulla sua poltrona, e con il telefono fisso contattò la signora Gilda.
- Signora mi faccia salire il Responsabile dell'Economato grazie -.
- Subito Direttore -.
L'uomo agganciò, tutto piano piano si stava raddrizzando, fino a quando non risuonò il telefono fisso.
- De Angelis - disse Giuseppe.
- Signor Direttore, mi scusi se la importuno ancora ma è arrivata una mail per lei. E' molto sospetta -.
- La stampi e me la porti Gilda -.
La donna chiuse la conversazione e dopo pochi istanti si presentò nello studio con un foglio A4 in mano.
De Angelis lo prese e, dopo aver ringraziato la signora, lo lesse e capì che non era ancora tutto raddrizzato.
- Maledetto! Tu, Shakespeare e i tuoi motti! - disse appallottolando il foglio che scaraventò con forza in un punto imprecisato della stanza.
Il monito era sempre quello.
"C'è del marcio in Danimarca!".

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

mercoledì 21 giugno 2017

A ferro e fuoco - pt. 26

Pronto Soccorso Clinica Villaggio dei Ciliegi (h. 08.30)
I medici del Pronto Soccorso si muovevano in maniera frenetica attorno alla barella che sorreggeva un Vito Battaglia ridotto in condizioni gravissime.
Giuseppe De Angelis osservava la scena con la sua solita freddezza.
Gli uomini di Loperfido avevano portato Black Jack in una enorme busta nera di cellophan e lo avevano lasciato all'ingresso del Pronto Soccorso quasi fosse un sacco pieno di immondizia.
In piedi davanti alla barella, Giuseppe De Angelis assistette alla lenta agonia di un Vito Battaglia con il volto pieno di contusioni e con gli occhi gonfi e pieni di sangue, il naso e le labbra rotte e il corpo pieno di lividi.
Ma la cosa che più sorprendeva Il Bianco erano le condizioni del tronco di Vito Battaglia: il busto era stato completamente aperto. Due linee, una verticale e una orizzontale, disegnate sul suo corpo creavano una enorme croce dove sul punto dell'intersezione delle due linee, un po' più in basso dello sterno vi era conficcata il collo di una bottiglia di Jack Daniel's.
I medici lavoravano in maniera concitata al fine di tentare di salvare la vita a quell'uomo che, qualcuno invece, in quella clinica avrebbero voluto veder morire.
Le operazioni durarono alcuni minuti, finché il battito cardiaco di Vito Battaglia si fermò facendo si che il macchinario emettesse quel lugubre lungo suono monotono e continuo.
Alle 09.02 di quella mattina, davanti agli occhi di Giuseppe Il Bianco De Angelis, si spegneva la vita di Vito Battaglia.
- Dannato imbecille - sussurrò il Direttore che prima di andarsene disse ai sanitari che avrebbe dato lui personalmente istruzioni su come gestire quel cadavere.
Giuseppe fece per uscire e si trovò di fronte Francesco che intanto aveva visto tutto e che, data la concitazione del momento, nessuno si era accorto fosse lì.
- Cosa ci fa qui lei? - disse con aria arrabbiata De Angelis.
- Mi scusi Direttore - balbettò Francesco.
- Vada immediatamente via da qui - ordinò Il Bianco.
- Certo - disse con aria impaurita il ragazzo che immediatamente abbandonò quella parte di Pronto Soccorso per raggiungere Aria.
Arrivato vicino alla sua compagna, si sedette vicino a lei con gli occhi sbarrati e senza fiato.
- Che è successo Francesco? Come sta Stefania? - domandò preoccupata Aria.
- Non lo so - rispose il ragazzo tenendo gli occhi fissi sul pavimento.
- Che sta succedendo? Perché hai questo atteggiamento? Mi fai paura -.
Il ragazzo, molto lentamente, volse lo sguardo verso Aria e con una voce senza espressione disse - Qualcuno ha ucciso Vito Battaglia -.
- Mio Dio! Ma che stai dicendo? Chi è stato? -.
- Non lo so, ma credimi Aria lo ringrazierò per tutta la mia vita. E se un giorno lo conoscerò, farò in modo che viva per l'eternità -.
Aria andò per fare un sospiro, ma sentì un dottore gridare il suo cognome.
- Adinolfi? Chi è Adinolfi? -.
- Sono io - disse preoccupata Aria che in quel momento si ricordò di aver dato il suo cognome invece di quello di Francesco.
- Venite con me - disse il dottore.
- Sì - rispose la ragazze che immediatamente si alzò per seguire il dottore.
Lo stesso fece Francesco che seguì le due persone che lo precedevano. 
Si fermò di fronte alla porta scorrevole della stanza che sapeva custodire il cadavere di Vito Battaglia. Era brutto ammetterlo, ma la morte di quell'uomo gli aveva procurato un senso di gioia e libertà.
Ma si ricordò anche che, nella vita, ad ogni gioia corrisponde un'amarezza.
"La vita è una bilancia che non sbaglia mai" pensò. 
Entrò nell'ascensore della clinica domandandosi cosa la vita gli avesse messo sull'altro piatto.

Ultimo piano della clinica Villaggio dei Ciliegi (stessa mattinata)
L'uomo enorme e ben piazzato camminava indisturbato per quei corridoi, con la sicurezza di chi conosce bene la strada che sta percorrendo.
Dopotutto, in quella struttura ci aveva per un breve periodo lavorato e sapeva bene come muoversi.
Arrivò di fronte alla porta a vetri che delimitava l'aria destinata a segreteria e sala d'aspetto prima della porta d'ingresso dell'ufficio del Direttore De Angelis.
L'uomo aprì la porta, sapeva di dover fare in fretta, e si diresse con passo svelto verso la scrivania della segretaria.
- Donna Gilda - disse semplicemente, a mo' di saluto.
La donna sentì quella voce e sussultò. - Fidel! Mio Dio, che ci fai qui? -.
- Sono venuto a parlare con te -.
- Sai bene che non possiamo parlare qui. Ti metterai nei guai -.
- Non mi metterò nei guai e sai meglio di me che fuori di qui non ci vediamo da oltre dieci anni. Non avevo scelta -.
- Lo sai perché l'ho fatto e lo sto facendo Fidel. Sai quanto mi costa -.
- E' costato e costa anche a me - disse l'uomo stringendo il pugno quasi a voler scacciare i brutti ricordi che stavano affiorando. Fidel però era un operatore troppo ben addestrato e non si lasciò fuorviare troppo dalle emozioni.
- Hai la possibilità di azzerare tutto Gilda -.
- Odio quando mi chiami così -.
- Hai l'occasione per cambiare anche questo -.
- Che cosa vuoi che faccia? -.
- Devi aiutarmi a fare qualcosa. Puoi cambiare un destino finalmente. E con questo anche il tuo -.
- Cosa vuoi esattamente? -.
- Mi serve che tu... - Fidel interruppe la frase avendo sentito il segnale acustico dell'ascensore che annunciava l'apertura delle porte. 
- Devo andare - disse Fidel.
- No ti prego, non andare così in fretta. Non ti rivedrò per altro tempo ancora e questa volta non so se ce la farò. Sono troppo vecchia -.
- Dipende da te -.
- Ok Fidel, ti aiuterò. Qualsiasi cosa sia - disse la donna commossa.
- Bene, mi farò vivo io. Addio - e detto questo l'uomo si voltò per andare via.
Gilda lo bloccò pronunciando il suo nome.
- Cosa c'è? - disse Fidel.
- Dimmelo. Lo proviamo entrambi e sono passati vent'anni dall'ultima volta che me lo hai detto durante il funerale -.
Fidel sospirò, deglutì un po' di saliva, e poi con una tenerezza che nessuno mai gli avrebbe attribuito disse - Ti voglio bene mamma -.
E detto questo andò via senza farsi vedere, mentre l'anziana donna restò seduta in uno stato di commozione più che visibile.  


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale

sabato 17 giugno 2017

A ferro e fuoco - pt. 25

La sera precedente (h. 02.00 - 08.00)
Diversamente da quanto potesse credere Vito Battaglia, gli uomini nella macchina non lo incappucciarono.
Di solito, o per lo meno nei film si comportavano in questa maniera pensò, il sequestrato viene bendato o comunque viene coperto in modo da non conoscere la strada e il luogo in cui lo condurranno.
Evidentemente, quella gente voleva proprio che Black Jack capisse bene dove lo stessero portando.
La macchina, che sfrecciava a tutta velocità per le vie della città, rapidamente macinava chilometri per arrivare verso la propria destinazione.
Nell'abitacolo in cinque si stava stretti e la corporatura delle persone che l'erano venuti a prendere, certamente non agevolava la vivibilità in quello spazio.
Dopo venti minuti, la potente auto si fermò davanti ad un palazzo che Vito Battaglia ben conosceva. Come i due personaggi seduti ad entrambi i suoi lati scesero e lo presero con forza per farlo uscire dall'auto, Black Jack vide il portone che aveva scassinato abilmente giorni prima e il corridoio e le rampe di scale che aveva fatto per porre in atto il suo disegno criminoso.
- Che originalità - disse in maniera beffarda.
I "soldati" lo guardano con aria ancora più divertita e uno di loro avvicinando la propria faccia a quella di Battaglia rispose semplicemente - Non sai quanto siamo buffi quando siamo a casa -.
Vito sentì l'odore pesante e forte dell'alito di quell'uomo. Provò a tirargli una testata, ma l'uomo che lo teneva per le braccia intuì la mossa del prigioniero e sferrò un potente calcio sul ginocchio di Black Jack che si piegò per terra.
- Cane rognoso - disse il soldato. Poi guardò gli altri e disse - Saliamo, svelti! -.
Saliti al piano che gli competeva, avvolti in un silenzio spettrale, i soldati gettarono per terra Vito Battaglia e si misero uno a fianco all'altro creando una specie di diga umana. Black Jack capì che l'unica direzione che gli era consentita era quella davanti a sé. 
Si alzò e con passo calmo si diresse verso la porta di ingresso della casa. Guardò per un attimo il muro alla sua sinistra e precisamente la porzione dello stesso che era di fronte alla porta blindata aperta per lui. Trovò una busta per le lettere bianca con su scritto Vito Battaglia.
- Sempre più originali - disse.
Strappò la busta dal muro, l'aprì e lesse il contenuto. "Are you thirsty?".
- Che cazzo vuol dire? - si domandò seccato Battaglia, che di inglese proprio non ne sapeva nulla. Si voltò verso gli uomini che presidiavano il pianerottolo e con aria nervosa ripeté la domanda - Che diavolo significa? -. Quelli però restarono in silenzio.
"Figli di puttana" pensò "sono stanco di queste puttanate". Finito di pensare quelle cose, Vito Battaglia entrò con passo svelto in casa.
- Allora! Vediamo di finire questa buffonata -.
All'interno trovò ad aspettarlo Don Carmelo e alcuni dei suoi, nonché una signora con alcuni ragazzi.
- Che diavolo significa Loperfido? Ti sei portato i parenti? -.
- L'educazione non è mai stato il tuo forte Battaglia -.
- E l'inventiva il tuo. Mi hai copiato le cose, vecchio -.
- Le ho solo prese in prestito. Ma ora ti ridarò tutto -.
- Io quel frocio che ti faceva da assistente non te lo posso più ridare però. E' morto - disse sorridendo Battaglia.
Sentite queste parole, la signora alla destra di Don Carmelo ebbe un moto d'ira. Ma l'anziano boss la fermò dicendole qualcosa nell'orecchio.
- Conosci questa casa vero? - chiese Don Carmelo.
- Certo. E' la casa di Mauro -.
- Questa alla mia destra è la sua famiglia -.
- E ora? Devo passargli gli alimenti -.
- No, non vogliono avere nulla a che fare con un essere immondo come te -.
- Senti vecchio di merda: se mi hai fatto venire qui per farmi fare le condoglianze a quella vedova allora sappi che mi sto davvero rompendo le palle. E poi troppo facile fare lo spavaldo quando hai dieci persone armate affianco -.
- E come la risolveresti la cosa Battaglia? -.
- Io le mie cose le risolvo vecchio stile: con le mani -.
- Se si parla di vecchio stile, trovi un ottimo compagno -.
- Tu contro di me? Ahahaha lascia stare nonno -.
Don Carmelo sospirò, si tolse il Borsalino che aveva sul capo e lo consegnò ad uno dei suoi. Poi tolse la giacca, la cravatta e la camicia. 
- Chiudete la porta - ordinò.
Vito Battaglia guardò meravigliato il fisico di Don Carmelo. Era muscoloso e di una prestanza che per una persona di quasi settant'anni era davvero difficile credere. Lo vide voltarsi per consegnare la collana che indossava nelle mani della moglie di Di Stani e vide l'enorme tatuaggio che gli copriva tutta la schiena: un grande faro acceso indicava la via sopra una scogliera altissima e le onde del mare in tempesta che sbattevano contro le rocce, mentre alla base del disegno campeggiava la scritta "Lux bellatoribus tantum viam monstrat".
Anche in quel momento Vito Battaglia non capì cosa stesse leggendo, ma in fin dei conti non gliene importava nulla.
- Avanti Vito, vecchio stile - disse Don Carmelo.
- Non ho bisogno di spogliarelli o puttanate varie. Io ti uccido e me ne vado da qui - disse Black Jack guardando tutti i presenti.
Detto questo l'uomo si scaraventò contro il vecchio boss in maniera furiosa e cominciò a colpirlo con numerosi pugni in faccia finché il vecchio boss cadde per terra.
- Alzati! - gridò Battaglia.
Carmelo si alzò e provò ad attaccare ma i suoi pugni furono intercettati dal Battaglia che immediatamente piazzò altri colpi che fecero nuovamente franare al suolo Don Carmelo. La scena si ripeté per tre volte finché all'ultima Don Carmelo sembrava non dare cenno alcuno di ripresa.
- Vigliacco! - sussurrò Black Jack che vista l'immobilità del suo avversario che giaceva per terra continuò dicendo - Datemi da bere o me ne vado -.
Guardò tutti i presenti in sala che intanto restavano immobili quasi fossero di cera. Non capì il loro comportamento e ripeté la frase ad alta voce.
D'un tratto Don Carmelo si alzò, quasi non fosse successo nulla.
- Te ne vuoi già andare Vito? - 
- Dannato vecchio - rispose l'uomo che immediatamente si lanciò un'altra volta contro il boss. Quest'ultimo però, al contrario di prima, si mosse con una velocità sorprendente e cominciò a sferrare pugni sul volto e sul corpo di Vito Battaglia con una forza impressionante. Ogni pugno ricevuto rendeva Vito Battaglia sempre più debole. Ogni colpo faceva vibrare le sue ossa come non mai. Vito si alzò più e più volte ma il suo orgoglio smisurato non gli faceva comprendere quanto stesse accadendo. "La campana del tempo arriva sempre per suonare le tue colpe e questa è la tua Battaglia" sussurrava Don Carmelo ad ogni colpo sferrato su Vito.
Completamente a terra e con il volto pieno di sangue e gli occhi chiusi per gli ematomi, Black Jack tentava di tirarsi su cercando qualcosa per aggrapparsi.
Arrivò Don Carmelo che, prendendolo dalla gola, lo tirò su e gli disse - Il vecchio di merda non potrà avere quello che vuole, ma potrà soddisfarsi in altra maniera -.
Finito di dire queste parole, scaraventò Battaglia su una sedia e poi disse - Portatemi da bere -.
Una delle guardie annuì e chiese - Cosa le porto signore? -.
Don Carmelo guardò prima il soldato, poi volse lo sguardo su Vito Battaglia e, fissandolo, rispose - Jack Daniel's -. 


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giovedì 1 giugno 2017

A ferro e fuoco - pt. 24

La sera precedente (h. 22:00 - 01.00).
Vito Battaglia guardò i detriti intorno a lui.
Pensò che era un po' la rappresentazione fedele della sua vita. Lui che si muoveva in mezzo alla polvere e alle macerie.
Aveva fame, voleva una sigaretta e la prestazione con Jasmine, la prostituta del quartiere, non lo aveva per nulla soddisfatto.
Decise di uscire furtivamente da quel covo che a parer suo restava il più sicuro. Mise le mani nelle tasche e ritrovò una banconota da 20€. Poteva tranquillamente comprarsi qualcosa da mangiare, un pacco di sigarette e una birra. Per i suoi istinti sessuali, purtroppo, non poteva che usare una fidata compagna, pensò.
Andare in qualche locale non gli sembrava opportuno, come del resto stare troppo tempo in giro. Mauro Di Stani era morto per mano sua e il corpo lo aveva riportato nella casa dove il defunto viveva.
Sarà se avevano scoperto il cadavere, si domandò.
Decise di optare per i distributori meccanici presenti nelle vie della città. Ce n'era uno proprio a due isolati dall'ex Strike&Pull.
Con fare furtivo, camminò quella sera per le strade della città guardandosi sempre attorno. L'orologio da polso segnava le 22.45 e in giro per il quartiere stranamente non vi era molta gente.
Arrivato al distributore, inserì la banconota e comprò una lattina di birra e una confezione di tramezzini.
Preso quanto gli serviva, coperto dal cappuccio della propria felpa per non farsi inquadrare dalle telecamere del locale, mangiò avidamente i due tramezzini. Finito, andò via bevendo la sua birra in lattina. Non era ancora sazio Battaglia. Qualcosa là giù infondo chiedeva soddisfazione.
- Dannata puttana. Stasera me la deve dare anche senza un euro. Merito soddisfazione dopo quella sua prestazione di merda dell'altra volta -.
Decise di andare a casa di Jasmine. Camminò con le mani in tasca e il cappuccio sempre sopra la testa. Due macchine sfrecciarono a tutta velocità affianco a lui disperdendosi fra i rumori dei pneumatici.
Arrivò dinnanzi al portone della prostituta ed attese pazientemente che qualcuno uscisse. Così fu. Un uomo attempato e grassoccio, uscì dal portone con in mano un sacchetto contenente immondizia. Immediatamente, Vito Battaglia fermò la porta prima che si chiudesse ed entrò. Salì al terzo piano e arrivato all'interno che gli serviva, cominciò a bussare forte.
Ci volle un po' prima che la donna aprisse la porta.
- Che diavolo vuoi tu ora? - domandò Jasmine.
- Devo scopare -.
- Ora ho un cliente. E comunque sono 70 euro lo sai - e detto questo tese la mano per ricevere i soldi.
- Non ne ho -.
- E allora fatti una sega - rispose Jasmine andando per chiudere la porta.
Black Jack innervosito da quella risposta diede una spallata alla porta che si spalancò e afferrò la donna dal collo.
- Ora tu ti metti in ginocchio e fai quello che devi - ordinò nervoso.
Il cliente sentendo il trambusto uscì dalla camera mezzo svestito e disse - Ehi! Che diavolo succede qui? -.
Vito Battaglia lo guardò, lo fulminò con gli occhi e gli disse - Se non vuoi morire vattene -.
Il cliente, vedendo Vito in volto, non se lo fece ripetere due volte e, presi gli altri indumenti dalla camera, corse via.
Come fu uscito l'uomo, Black Jack chiuse la porta col piede tenendo la donna ancora per il collo.
- Ora andiamo a letto e fai quello che devi hai capito? -.
Jasmine capì che non aveva altra scelta che assecondare il nuovo cliente.
Andarono nella camera da letto, Vito scaraventò la donna sul letto e cominciò a spogliarsi in maniera veloce. La donna, invece, cercava in tutte le maniere di trovare un modo per scappare via da lì. Nell'immediato non le venne in mente nulla e stava per soccombere all'ordine di Vito di soddisfarlo. Poi una idea.
- Fammi andare in bagno a sciacquarmi almeno - disse la donna - fammi essere almeno al meglio per te -.
Vito ci pensò un attimo, poi disse - Ok, ma sbrigati! -.
- Faccio subito -.
La ragazza andò in bagno e chiuse la porta. Si ricordò che aveva lasciato lì il suo cellulare che utilizzava per prendere appuntamenti con i clienti.
Aprì l'acqua per coprire la sua voce. Chiamò il numero che da sempre utilizzava per essere aiutata.
- Ti prego vieni, questo qua è pericoloso e ho paura -.
- Che tipo è? - domandò la voce.
- Vito Battaglia -.
A quel nome seguì un attimo di silenzio, poi l'uomo disse - Tienilo lì, stiamo arrivando -.
La donna chiuse e corse da Vito e cominciò ad usare tutta la sua maestria. Black Jack, vista l'acquiescenza della donna, si rilassò a sua volta.
Passarono trenta minuti dalla chiamata e la porta si rispalancò di colpo. Immediatamente, passi veloci di uomini fecero da premessa all'irruzione di persone armate.
- Chi diavolo siete voi? - domandò Vito mentre veniva immobilizzato dagli uomini armati appena entrati.
- Il capo ha detto che hai fatto un bel lavoro e che ora devi venire a festeggiare - disse uno dei tizi incappucciati.
- Ma che cazzo stai dicendo? -.
- Portatelo alla macchina - ordinò sempre quello.
Gli altri tre portano Vito fuori dalla casa.
- Hai fatto un ottimo lavoro Jasmine. A breve avrai quello che vuoi -.
- Mi ridarà mia figlia? - chiese la donna disperata.
- Ha detto di sì - e detto questo l'uomo incappucciato andò via.


Seduto nella sua autovettura, l'uomo guardava tutta la scena che si stava svolgendo dinnanzi al portone dove abitava la prostituta Jasmine.
Vide gli uomini incappucciati portare Vito Battaglia all'interno di una automobile e sfrecciare via il più in fretta possibile.
Guardò attorno per vedere se vi fossero altri testimoni, ma stranamente quella via era deserta quasi la città sapesse cosa stesse accadendo.
Come l'auto fu andata via, l'uomo prese il cellulare e compose un numero.
Tre squilli.
- Dimmi - disse la voce di donna dall'altra parte del telefono.
- L'hanno preso -.
- Ok, grazie mille Coach -.
- A te, Amanda -. 


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