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sabato 25 marzo 2017

A ferro e fuoco - pt. 12

Metà 2013.
Erano passati molti mesi da quella fatidica notte e le cose fra Aria e Francesco non erano migliorate.
Da quel giorno, il rapporto era molto cambiato e in casa si respirava un'aria pesante. Come del resto in tutta la città.
Francesco aveva più volte tentato di parlare con la sua compagna per cercare di risolvere e recuperare. Sapeva che Aria si sentiva ferita e tradita per quella mancanza di rispetto e per quel segreto.
Le aveva confessato di avere una cassaforte dove dentro aveva una pistola e che quell'acquisto era stato dettato dal ritorno di Vito Battaglia in città. Dopo il tragico avvenimento del padre, Francesco aveva deciso di far chiudere il biliardo e di far arrestare Black Jack e aveva cominciato a denunciare tutti i fatti loschi che accadevano in quel locale. I Carabinieri erano così piombati ed erano diventati talmente una presenza costante nei pressi del Strike&Pull che Vito, tramite l'aiuto di una persona che Francesco non conosceva, era sparito senza lasciare tracce. Non, però, senza aver giurato vendetta nei confronti del ragazzo.
Ovviamente di quanto accaduto nella pineta Aria non conosceva nulla. Francesco non sapeva che raccontare di quella sera. Dopotutto, la paura e l'agitazione rendevano i ricordi nebulosi anche a lui.
Il mea culpa adottato dal ragazzo, però, non rese l'effetto sperato. Aria era comunque rimasta sui suoi passi e non aveva reputato sufficiente il gesto di Francesco.
Ad allietare le mura di quella casa ci pensava soltanto la piccola Stefania che, con la sua vivacità e la sua dolcezza, riusciva a mantenere unita la famiglia.
Quel pomeriggio di giugno, Francesco tentò un'altra volta di recuperare un minimo dialogo con la sua compagna.
- Dove vai? - domandò alla ragazza che cercava le chiavi della macchina, mentre lui dalla piccola bottiglia di plastica beveva un sorso d'acqua.
- Esco - rispose lei gelida.
- Con chi? -.
- Esco -.
Francesco, preso ormai dalla disperazione e dall'insostenibilità della situazione, scaraventò la bottiglietta d'acqua che aveva in mano contro il frigorifero.
- Maledizione Aria! Che diavolo pretendi da me? Ti ho chiesto perdono, ti ho detto la verità e sono mesi che cerco in tutti i modi di recuperare. Adesso non credi di stare esagerando?-.
- Sono stata per anni affianco a te cercando sempre di non farti mai mancare nulla. Soprattutto nel lato umano. E tu mi ripaghi con segreti e con un'arma dentro casa? -.
- Te l'ho detto Aria. L'ho fatto per proteggere te e Stefania che siete le cose più importanti che ho -.
- Difenderci? Immischiandoci in un pseudo duello in stile far west contro un criminale? -.
- E che dovevo fare? Stare ad aspettare che facesse qualcosa a te o alla bambina? Andare a denunciarlo per vedere il lassismo delle forze dell'ordine? -.
- Questo fanno le persone civili -.
- Questo fanno i deboli -.
- E da quando chi segue la giustizia è un debole Francesco? Proprio tu dici queste cose? Tu che hai sacrificato anni della tua vita per la giurisprudenza? Tu che volevi essere un magistrato? -.
- Appunto! Se fossi stato magistrato avrei avuto le armi per combattere quelle persone -.
- Non avresti avuto bisogno di quella tipologia di armi però -.
Francesco sospirò. Capì che non gli interessava avere ragione o dimostrare il proprio ragionamento. Gli mancò la sua donna, gli mancò l'amore.
- Ti amo Aria e mi manchi da morire -.
Detto questo, il ragazzo andò verso la compagna e l'abbraccio fortissimo. Le diede un bacio sulle labbra e le ripeté che l'amava.
- Anch'io ti amo Francesco - disse sottovoce Aria.
I due si guardarono negli occhi per alcuni secondi in silenzio.
Poi lei disse - Devo andare -.
- Ti accompagno alla porta -.
Arrivati alla porta d'ingresso, la ragazza prenotò l'ascensore. 
Le porte si aprirono ed Aria fece per entrare.
Lui la fermò e le disse - L'innamoramento viene -.
Lei lo guardò, scosse leggermente il capo, poi disse semplicemente - L'innamoramento viene... -.
Le porte dell'ascensore si chiusero.
Francesco restò a guardare il pavimento.

Don Carmelo attese tranquillamente nello studio della sua villa l'arrivo dell'avvocato Franciacorta. 
Lo conosceva bene e sapeva che da quel professionista non c'era da aspettarsi nulla di buono né qualcosa che esulasse dai soldi.
La cameriera lo annunciò e don Carmelo diede il permesso di farlo entrare. 
Franciacorta entrò e trovò il suo interlocutore seduto sulla poltrona. Non aveva mai avuto a che fare con don Carmelo e trovarselo di fronte gli fece provare un pizzico di timore reverenziale. Gli strinse la mano e si accomodò sulla sedia di fronte al boss. Fece un piccolo sospiro, pensò al suo onorario e la paura sparì.
Don Carmelo squadrò per intero la figura dell'avvocato. Non gli piaceva nulla di lui. Il look semi trasandato, seppur si era presentato in giacca e cravatta; quella faccia inespressiva, quel tono di voce talmente basso da essere quasi difficile da sentire.
Si salutarono e parlarono del più e del meno. Finiti i convenevoli, don Carmelo andò dritto al sodo.
- Allora avvocato Franciacorta, che cosa la spinge a venire a trovarmi con tanta premura? -.
- Ho avuto incarico dal mio cliente di venire a parlare con lei. Sono qui a proporre una trattativa che può dare gioia ad entrambe le parti. E per gioia lei può certamente capire a cosa alludo -.
- Un ambasciatore di liete novelle allora -.
- Una specie -.
- E mi dica: quale sarebbe il corrispettivo della mia gioia? -.
- La Italiana Ferri e Derivati SpA -.
- Mi scusi avvocato, io ormai sono vecchio e forse mi sto instupidendo. Non ho capito bene che ruolo ha l'azienda -.
- Il mio cliente è intenzionato a rilevare la Italiana Ferri e Derivati SpA -.
Don Carmelo sorrise, si toccò il naso con la mano destra e poi disse - Uno strano modo davvero di imbastire una trattativa. Questo modus operandi mi è del tutto nuovo -.
- Don Carmelo, fra galantuomini tanti convenevoli possono essere saltati -.
- Tra galantuomini, appunto -.
Franciacorta, alla frecciatina del don, rimase come al solito impassibile. Poggiò la sua schiena contro il sostegno della sedia, poi riprese a parlare.
- Ascolti Loperfido -.
- Ci vuole rispetto nella vita Franciacorta- sbottò don Carmelo a mo' di rimprovero. - E ce ne vuole soprattutto negli affari -.
L'avvocato capì che doveva cedere su quel fronte se voleva portare avanti un minimo di risultato.
- Mi scusi, ha ragione. Dicevo Don Carmelo, il mio cliente vuole acquisire la sua società. Ormai, con tutto il rispetto, lei ha dato tantissimo a questa città e all'azienda, ma con la sua età e i nuovi mercati che avanzano occorre restare al passo con i tempi. Il mio cliente vuole soltanto tracciare una linea di continuità tra passato e futuro e traghettare questa realtà verso i prossimi anni, tenendo sempre a mente i suoi dettami, ovviamente -.
- Mi sfugge un particolare avvocato. Perché mai io dovrei lasciare la mia azienda in mano ad un'altra persona? -.
Franciacorta fece una smorfia - Mettiamola così don Carmelo. Naturalmente, come le cose dette in precedenza nel corso di questo dialogo, anche questa è confidenziale e non producibile in giudizio - e detto questo l'avvocato fece una piccola risata, alla quale don Carmelo non diede seguito. L'avvocato riprese a parlare.
- Le varie attività esterne, che sappiamo la coinvolgono, potrebbero essere un boomerang sull'azienda e su di lei. Mi dispiacerebbe se un uomo di così elevata caratura e una realtà economica così florida crollassero sotto le parole o le confessioni di alcuni personaggi e, quindi, sotto la macchina della magistratura -.
- Mi sta per caso minacciando avvocato? - domandò seccato il boss.
- No, assolutamente. Le sto solo prospettando uno scenario -.
- Quindi, se ora le dicessi di farsi una polizza vita appena avrà messo piede fuori da qui perché potrebbe succederle qualcosa ad un'altra mancanza di rispetto, le sto solo prospettando uno scenario? -.
- Non proprio. In quel caso staremmo parlando del bene primario: la vita -.
- Anche lei ha parlato del bene primario con me. Quell'azienda è la mia vita e in quella azienda c'è tutta la mia vita -.
- Tutte le cose devono avere un epilogo don Carmelo -.
- Questo vale anche per lei avvocato -.
Franciacorta capì che il dialogo era finito, perciò si alzò e andò per salutare il boss.
- Ci pensi su Loperfido - disse l'avvocato volutamente.
- Si riguardi Franciacorta - rispose l'altro, stringendogli comunque la mano.
L'avvocato uscì dallo studio portando con sé i suoi avvertimenti e le sue proposte economiche.
Don Carmelo pensò al mondo moderno. 
Se tutto nella vita ha un prezzo, allora il tempo è solo una merce di scambio.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

mercoledì 22 marzo 2017

LIQUIDO, BASICO, BIS

Un salve sospirato
ha sapore di addio.
E un bacio dato
con le labbra salate dalle lacrime
ha all'interno l'eco di un
finalmente.
A dadi gioco col mio tempo,
tirando un giorno buono
e un altro meno brutto.
E se del tutto non mi sono
mai sentito parte,
di chi va via mi sono
sempre sentito la causa.
L'onore delle armi si dà
sempre a chi combatte davvero.
Una degna sepoltura, invece,
a chi di tanto tempo della vita
non l'ha vissuto per intero.

                                                                                    


sabato 18 marzo 2017

A ferro e fuoco - pt. 11

La saracinesca chiusa non era un segnale positivo per gli avventori dello Strike&Pull.
Giuseppe Il Bianco la osservò come si osservano le cose che si sa accadranno, anche se non si conosce quando. 
Seduto nella sua vettura, prese il cellulare e compose il numero del circolo. Sentì squillare, ma dall'altro capo del telefono non rispose nessuno.
Decise allora di far visita a Vito Battaglia di persona.
Questa volta, però, sapeva che non doveva essere notato. La situazione stava diventando calda e gli addetti ai lavori, come simpaticamente soleva chiamare le forze dell'ordine, stavano cominciando a girare intorno a Black Jack.
Con l'idea di acquisire la quota di maggioranza della Italiana Ferri e Derivati SpA, farsi trovare in compagnia di un pregiudicato ancora alle prese con i guai con la giustizia, non era certamente una mossa da furbi.
Parcheggiò l'autovettura abbastanza distante dal punto di interesse, poi svoltato un angolo, andò a bussare alla porta di sicurezza del locale stesso.
Dovette battere più volte il pugno prima di vederla aprire. Sapeva che Vito era un tipo orgoglioso e dover dare spiegazioni su come mai un suo uomo fosse scomparso sicuramente lo innervosiva molto.
La porta si aprì e Giuseppe De Angelis entrò senza nemmeno salutare. Nel buio del retro del locale, il Bianco non si accorse delle condizioni di Battaglia.
Senza nemmeno dire una parola i due andarono nello studio.
Solo lì Giuseppe si accorse delle condizioni di Black Jack.
- Ma che diavolo ti è successo? -.
- Che cosa vuoi Bianco? -.
- Nell'ambiente sono anche conosciuto come ottimo dottore. Posso darti una mano se vuoi -.
- Risparmiami queste puttanate -.
- Che fine ha fatto Giovanni Santanastasia? -.
- E' morto - rispose Vito tra i denti.
- Mio Dio. E come è successo? - rispose ironico Giuseppe.
- Non lo so - replicò vago l'altro.
- Non lo sai? Fammi capire: ti ammazzano il braccio destro e tu non ne sai un cazzo? -
- Senti non mi va di...-
- Senti un cazzo Black Jack. Questi anni in Svizzera ti hanno fatto diventare più idiota di quanto eri? -
- Non parlami così Pe' -.
- Perché che cosa vuoi fare? Picchiarmi? Ahahahah Black Jack, come sei ridotto oggi, non riusciresti a menare nemmeno un anziano -.
Vito Battaglia sapeva che quell'uomo aveva ragione. Era troppo mal ridotto per fare qualcosa.
Dopo i pugni di Don Carmelo, i suoi seguaci lo avevano pestato a dovere per l'errore di aver colpito Mauro Di Stani.
- Fatti un bicchierino, poi parliamo - disse Giuseppe.
Vito mosse il capo in un gesto di assenso. Bevve e poi attese che l'ospite parlasse.
- Che devo fare con te Black Jack? Io vengo a proporti un'alleanza fruttuosa e ti ritrovo con dei lividi in più e un uomo in meno. Devi aspettare che quel vecchio e Mauro Di Stani ti ammazzino perché ti decida a collaborare con me? -.
- Quel vecchio è affare mio e per quanto riguarda l'altro ho già comprato la bottiglia di whiskey -.
- Quel vecchio serve a me, idiota che non sei altro. E tu mi aiuterai. A Mauro Di Stani, invece, non torcerai un capello fin quando non te lo dirò io intensi? Io avrò l'azienda, tu avrai la tua vendetta - e detto questo Giuseppe fece un enorme sorriso di compiacimento.
- Non prendo ordini da te Bianco -.
- Qual è la mano con cui scrivi Vito? Sempre che tu sappia scrivere -.
- La sinistra, lo sai che sono mancino. Ma che cazzo di domand... -.
Vito Battaglia non ebbe il tempo di finire la frase. Giuseppe gli prese la mano destra e, dopo avergliela aperta e bloccata sul tavolo, la inchiodò col bisturi che aveva sempre con sé.
- Da ora tu prendi ordini da me. Ora ti blocco la mano Battaglia. Un'altra risposta negativa e ti blocco il respiro -.
Detto questo, Giuseppe andò via lasciando Vito nello stato in cui era.
- Ricordati di pulirlo, disinfettarlo e ridarmelo ok? - disse il Bianco sbattendo la porta del piccolo studio dietro alle sue spalle.

Alcune settimane dopo, Giuseppe il Bianco seduto sulla scrivania della presidenza della sua clinica Villaggio dei Ciliegi, firmava le ultime pratiche burocratiche.
Sulla sua scrivania di vetro in design ultra moderno, tutto era ben ordinato come piaceva a lui. Odiava tremendamente la confusione, in tutto e in ogni luogo.
L'attività della clinica andava più che bene. Era uno dei poli migliori della regione per i malati di tumore. Ma a poco a poco, stava prendendo piede in tutta la nazione divenendo un punto importante anche di informazione. I suoi numerosi allacci e la sua bravura nell'intrattenere rapporti con cliniche italiane ed estere, lo avevano portato anche a creare meeting sulla medicina che avevano acquisito prestigio e valenza nel campo della chirurgia volta alla lotta e alla prevenzione dei tumori.
Ma il Bianco sapeva anche che credere che le cose vadano bene è il primo passo per la disfatta totale. Inoltre, per lui andare bene era una frase che non dava nessuna gratificazione. Le cose per lui dovevano essere perfette. E, ovviamente, tutte sotto il suo controllo.
Giuseppe si stese sullo schienale della poltrona bianca con i poggia braccia in metallo. Si portò la penna Montblanc in bocca e sorrise all'idea di essere padrone della clinica e della Italiana Ferri e Derivati SpA. Mentre rideva a quel pensiero, sentì bussare alla porta.
- Avanti - disse con tono gentile, mentre riprendeva una posizione più professionale.
- Buongiorno De Angelis - disse l'ospite.
- Avvocato Franciacorta, che piacere -.
Il legale si avvicinò alla scrivania e salutò Giuseppe tendendogli la mano.
- Prego, si accomodi - disse il Bianco indicando la bella poltroncina bianca posizionata di fronte a lui.
- Grazie - rispose Franciacorta, accettando l'invito.
Mario Franciacorta era l'avvocato storico di Giuseppe De Angelis. Divenuto avvocato in giovane età, insignito della toga d'onore, era subito entrato nel mondo dell'avvocatura che conta. Aveva per qualche anno tentanto anche il concorso per diventare notaio, sfiorando il conseguimento del titolo.
Aveva i capelli rasati, magro e con occhi color ghiaccio, era conosciuto per non dare una buona impressione ai clienti e non solo. Risultava glaciale, inespressivo e totalmente distaccato e insensibile. Per lui contava solo il risultato e gli onorari. L'avvocato giusto per un tipo come Giuseppe De Angelis.
- Allora dottore, come mai questa premura nel volermi vedere? - domandò Franciacorta arrivando subito al sodo.
- Sarò diretto come lei avvocato. La questione è questa: voglio rilevare delle quote societarie -.
- Quote societarie - ripeté il legale scuotendo un po' il capo in avanti e indietro.
- Sì -.
- E di che quote staremmo parlando? -.
- Una aziendina che sicuramente conoscerà: la Italiana Ferri e Derivati SpA -.
- Ah però! - replicò Franciacorta in tono ironico.
- Ha qualche problema avvocato? -.
- Lo avrò se non sarà in grado di pagare il mio lavoro. E vista l'eccezionalità della cosa, il compenso sarà robusto -.
- Non si preoccupi avvocato. Come ben sa, sono anni che collaboriamo insieme, sin dai tempi della nascita di questa struttura. E non credo lei abbia mai avuto problemi nel fare la spesa -.
- Mi sono sempre guadagnato sul campo il mio tozzo di pane -.
- Che condiamo col caviale a quanto pare -.
I due sorrisero.
L'avvocato poggiò il braccio sinistro sulla scrivania e, avvicinandosi quasi come se non si volesse far sentire, disse - Lo sa che il proprietario della Italiana è Carmelo Loperfido? -.
Giuseppe, al suono di quel nome, contrasse la mascella in un moto di ira. Il suo sguardo si spostò sul tagliacarte. Avrebbe voluto uccidere quel legale e chiunque avesse pronunciato ancora quel nome. Fece un respiro poi, guardando nuovamente l'ospite, rispose - E' semplicemente il nome della persona a cui farò una offerta - e finita quella frase si lanciò in un sorriso di facciata.
- Va bene. Allora la contatterò io nei prossimi giorni, ci vedremo nel mio studio e in tranquillità vedremo la strategia da adottare -.
- Come vuole lei - rispose Giuseppe De Angelis, mentre dalla tasca interna estraeva una busta per raccomandate che pose sulla scrivania.
- Vada a comprare il pane avvocato - aggiunse il Bianco.
Il legale prese la busta, la mise nella sua The Bridge color testa di moro e, dopo aver salutato, uscì dallo studio.
De Angelis si alzò e guardò dall'enorme vetrata del suo studio la città e, in lontananza, l'enorme struttura della Italiana Ferri e Derivati SpA.
I medici che curano le malattie, sono quelli che sanno anche come crearle pensò.
Guardò le ciminiere e tra i denti disse - E io Carmé sarò il tuo male -.


Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

sabato 11 marzo 2017

A ferro e fuoco - pt. 10

Il telefono fisso dello Strike&Pull cominciò a suonare nel cuore della notte.
Sicuramente, chi stava chiamando sapeva bene che Vito fosse lì dentro anche nella tarda serata.
"Forse è Giovanni per dirmi che ha concluso la questione" pensò Vito mentre guardava il telefono squillare.
La cosa, però, non lo convinse molto. In tanti anni, Giovanni solo rarissime volte aveva chiamato per avvisare.
Gli venne in mente che il giorno prima quell'uomo a lavoro non si era proprio presentato. Perciò la sua mente cominciò a prepararsi al peggio. Capì dunque che doveva rispondere.
Alzò la cornetta e non disse una parola. Attese di sentire la voce dall'altra parte.
- Abbiamo qualcosa che ti appartiene - disse gelido l'interlocutore sconosciuto.
- E chi ti dice che sia mia? -.
- E' tua -.
- Dove sta? -.
- Ai cantieri navali. Vieni ora e portati qualcuno, questa cosa è molto pesante -. Detto questo, l'uomo dall'altra parte chiuse la conversazione.
Vito ripose la cornetta al proprio posto, prese la bottiglia di Jack sulla scrivania e, svitato il tappo, bevve un sorso di whiskey.
Si vestì in fretta e uscì dal circolo.
Non aveva una macchina, perciò decise di rubarne una. 
Si appostò al semaforo e attese che qualche autovettura arrivasse. In poco tempo giunse una piccola utilitaria blu. A bordo un ragazzo ed una ragazza evidentemente di ritorno dalla discoteca. Attorno nessun'altra auto.
Vito capì che quella era l'occasione giusta. Andò senza indugio verso la portiera del guidatore, l'aprì e sferrò un pugno micidiale al ragazzo. La giovane passeggera lanciò un gridò che Vito spense con una mano sulla bocca di questa. 
- Zitta troia! - e detto questo, slacciò la cintura del ragazzo per farlo scendere. 
Il giovane, ancora intontito, fu sbattuto di spalle contro la portiera posteriore sinistra.
- Ora ascoltami. Io sto prendendo la tua macchina e domani te la lascio vicino al centro commerciale, perché sono un signore. Adesso tu e la tua puttanella ve ne andate a casa e non rompete i coglioni. Dentro ci sono i documenti dell'auto e posso risalire a te o a qualcuno della tua famiglia. Perciò, azzardati a chiamare polizia o carabinieri o a raccontare qualcosa a qualcuno e nei prossimi giorni tutti ti verranno a salutare al cimitero. Intesi? - disse Battaglia.
Il giovane, atterrito, mosse solo il capo. Vito a quel punto avvicinò la sua bocca all'orecchio del ragazzo e gli sussurrò - Il whiskey si può bere anche col ghiaccio. Il Jack deve andare sempre liscio ok? - e detto questo lasciò la presa per entrare nella vettura.
La ragazza, che per la paura era rimasta immobile seduta sul sedile, continuava a guardarlo.
- Scendi cazzo! - urlò Vito.
La giovane mora immediatamente si slacciò la cintura di sicurezza e si catapultò fuori dall'auto. Non ebbe il tempo di richiudere la portiera che l'auto, dove fino a pochi istanti prima stava vivendo momenti felici, sfrecciò a tutta velocità.
Alla guida dell'auto, Vito pensò all'itinerario più comodo e più anonimo. Svoltò a sinistra e poi, dopo alcuni metri, a destra per ritrovarsi su un cavalcavia. Seguì la strada che costeggiava una zona della Marina Militare e fatte alcune centinaia di metri, virò nuovamente a destra per procedere su una strada sterrata che conduceva ai cantieri navali.
Arrivato davanti al cancello, utilizzò gli abbaglianti dell'auto per tre volte per farsi riconoscere. Immediatamente, la barriera si aprì consentendogli di entrare. Vito entrò sicuro nei cantieri e appena fu dentro vide due auto: un enorme SUV e una Mercedes-Benz nera.
Scese dall'auto, mentre alle sue spalle il grosso cancello si richiudeva, e nello stesso istante vide scendere qualcuno dall'enorme fuoristrada. L'uomo gli si avvicinò e gli tese la mano. Vito guardò prima l'arto e poi la faccia della persona che aveva davanti.
Lo riconobbe: era Mauro Di Stani.
- Dammi quello che devi e sparisci - disse secco Vito.
Mauro ritirò la mano e rispose - Ok, seguimi -.
Andarono verso il SUV dove Mauro aprì il bagagliaio. Dentro vi era una grossa sacca nera con una cerniera. 
- E ora che cazzo è sto coso? - domandò Black Jack.
- Te l'ho detto, è di tua proprietà - rispose Mauro.
Vito aprì la cerniera e vide il corpo senza vita di Giovanni Santanastasia.
- Brutto figlio di puttana! - sbottò il pelato che prese per la gola Mauro col braccio sinistro e gli sferrò un pugno sulla mascella con l'altro braccio.
Vito preso dalla rabbia sfoderò una serie di colpi, mentre Mauro tentava di difendersi.
Da sempre Mauro Di Stani era stato, ed era, un uomo di affari lontano dalle logiche aggressive e animalesche della criminalità. Difendersi dall'impeto di Black Jack era cosa per lui tremendamente difficile.
Subito, gli altri passeggeri seduti dentro il SUV, scesero per difendere il loro capo. Vito, senza pensarci due volte si scagliò contro di loro con una furia incredibile. Solo il rumore di una portiera che si apriva fermò Vito Battaglia e gli altri. Black Jack si voltò e alle sue spalle vide Don Carmelo.
A quel punto, accecato dalla rabbia, Vito si scagliò contro il boss. Tentò di sferrargli un pugno, ma quello, con un'abilità sorprendente, schivò il colpo e ne sferrò uno a sua volta contro lo sterno di Black Jack, che si accasciò al suolo senza fiato.
Vito aveva dimenticato, o semplicemente non conosceva, il passato da pugile di incontri clandestini di Carmelo. 
- Che ti credi Black Jack? Sei convinto di essere il più forte? Sei convinto che sia tu a dettare legge qui? - e detto questo Don Carmelo sorrise a Vito quasi a volerlo schernire. Poi riprese - Ora ascoltami bene: ti ho fatto un favore, un favore che non ero tenuto a fare. E tu ora mi ringrazi così? -. Don Carmelo si inginocchiò e prese con la mano destra il volto di Vito, che ancora tentava di riprendere fiato, tenendolo dalla mascella.
- Adesso mi ringrazi, prendi il corpo del tuo galoppino e fai quello che devi nei confronti della sua famiglia e della società. E quando dico società, sai a cosa alludo - concluse Don Carmelo.
Vito lo guardò e gli sputò in faccia.
- Cane bastardo - disse il boss rialzandosi e dandogli un calcio in viso.
Don Carmelo prese un fazzoletto e si pulì il volto. Poi entrò nell'auto.
- Mettete il cadavere nel bagagliaio di quell'auto e portate fuori questo idiota. Poi fate curare Mauro. Non voglio vederlo con ematomi o altro -. disse il boss alla sua guardia del corpo.
- Certo don Carmelo - disse il ragazzo che, immediatamente, scese dall'auto e diede gli ordini agli altri presenti che erano scesi dal SUV.
- Ah dimenticavo - aggiunse don Carmelo - Insegnate a quell'imbecille l'educazione -.
- Sarà fatto don Carmelo -.
L'autista si voltò verso i ragazzi che erano seduti nel SUV e fece un cenno col capo indicando Vito Battaglia.
Gli uomini presero Black Jack e cominciarono ad insegnargli le buone maniere.
Don Carmelo, seduto nella sua vettura, guardava la scena del pestaggio di Vito Black Jack.
"C'è del marcio in Danimarca" pensò.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.
  

giovedì 9 marzo 2017

UN GIORNO QUALCUNO TE LO VERRÀ A DIRE

Ciao,
dove sei? Che cosa stai facendo? Tutto bene a lavoro? Mi auguro di sì. Sono sicuro di sì.
Hai il sorriso di chi sa fare tutto e tutti la amano.
E la vita come va? Bene? Sono contento anche di questo.
La mia chiedi? Te la sei presa tu, ma tranquilla era già tua perciò va bene così.
Sai che ieri ho sentito quella canzone che a te piaceva tanto e a me no!? Ora la trovo stupenda.
Mi raccomando dimenticati di me. Non ricordare nulla. Dissolvi la mia persona tra i ricordi del passato e l'odio. Distruggi talmente tanto quello che sono che anche fra trecento vite tu possa odiarmi ed essere felice.
Ciao,
Sei ancora lì? Sembrava avessi chiuso.
I telefoni allontanano le persone vicine e separano quelle lontane. Che strana tecnologia! Un po' come la nostra anima. Ventuno grammi di essenza per un infinito di mistero.
Ciao,
Mi senti ancora? Sicuramente si. Tu sentivi tutto, anche ciò che era dietro ai miei pensieri e prima delle mie paure. E stavi lì a dirmi proprio quello che dovevo sentirmi dire.
Ciao,
Non ci sei più?
Qualcuno te lo verrà a dire.
A te qualcuno lo verrà a dire che per ogni giorno della tua nuova vita ci sarà ad aspettarmi, tra i desideri e i pianti, un fantasma per ogni ricordo che avrò.
Ciao,
Sto chiudendo, sei stata zitta fino ad ora.
Avresti dovuto rispondere, avresti sentito meglio.
Spengo il telefono, ora non c'è più bisogno.
Ciao.
Click.

mercoledì 8 marzo 2017

L'AMORE È UN TALENTO

L'amore è un talento.
Come il cantare, il recitare, l'insegnare.
L'amore è una capacità che ci è stata donata all'atto della nascita. 
Ma non a tutti.
E non c'è nulla di male a non avere tale capacità. Ne avrai altre. Ma quella no.
Puoi essere una brava persona e non saper ballare. Questo non cambierebbe l'opinione che il mondo ha di te.
Stessa cosa dicasi per l'amore: puoi essere divertente e simpatico, puoi anche saper ballare. Nessuno ti condannerà se non hai il talento dell'amore.
Ma bada a non far sì che la tua incapacità ricada sugli altri. Saresti vigliacco e colpevole.
Per chi non ha il talento dell'amore, il più grande gesto d'amore è lasciare che il mondo si ami da solo. Quello è ciò che di più grande puoi fare.
Non obbligarti a provare, non tentare rapporti, non fare centinaia di amicizie.
Semplicemente fare spazio all'amore e godere di quel sentimento nel mondo, non sentendoti colpevole di averlo intralciato.
Perché l'amore, come le arti nobili, viene fatto non da tutti, ma solo da chi ha questo dono.
Perché l'amore è un talento.
Il resto viene spazzato via da un fil di vento.

lunedì 6 marzo 2017

IL TEMPO DEI VIGLIACCHI

I vigliacchi, alla nascita,
barattarono il loro coraggio
con un minuto in più
della loro esistenza.

I vigliacchi, durante la crescita,
rimandano al mittente
le responsabilità del caso
e delle cose.

I vigliacchi, alla loro morte,
si affannano, inutilmente,
a cercare una loro orma
nel tempo.
Proprio in quel tempo che,
per vigliaccheria,
hanno barattato
per un po'
di ignavia in più.

sabato 4 marzo 2017

A ferro e fuoco - pt. 9

- Allora? Si può sapere che ci fai a quest'ora fuori di casa? - domandò Aria in un misto fra preoccupazione e sospetto.
- Ero andato a correre - fu la risposta titubante di Francesco.
- Entra dai! - replicò secca la ragazza che lo prese per un braccio.
Francesco sapeva bene che non poteva entrare in casa, soprattutto con quello che era successo.
La sua arma non era con lui e, cosa ancor più grave, era dispersa in qualche punto della pineta. Il fortissimo rumore dello sparo aveva sicuramente allarmato qualcuno. E quel qualcuno certamente aveva chiamato le forze dell'ordine. E se proprio queste avessero trovato l'arma? Non poteva permetterselo.
Doveva inventarsi qualcosa, e al più presto.
Aria, come Francesco fu dentro, fece per chiudere la porta blindata del loro appartamento. Immediatamente, però, vide il ragazzo voltarsi e con un gesto veloce e nervoso fermarla.
- Aspetta! - disse concitato Francesco.
- Fra' si può sapere che ti prende? - domandò contrariata Aria.
- Ho dimenticato le chiavi di casa sulla panchina. Devo andarle a riprendere, altrimenti dobbiamo cambiare la serratura. Ed è una bella seccatura! -.
- E nel portone come sei entrato scusa? -.
- Era già aperto -.
- Aperto? - ripetè Aria.
- Sì. Ora vado, torno subito - e detto questo il ragazzo scese le scale in maniera repentina.
Come fu giù, aprì il portone e cominciò a correre con tutta la forza che aveva. Non si curò delle macchine, delle persone, dei semafori. 
Correva, come se non ci fosse un domani. Come se ogni secondo perso lo avrebbe avvicinato alla disfatta e alla fine della sua vita.
Pensava alle conseguenze, ai problemi, ad Aria, a sua figlia. A tutto. 
Cosa fare? Cosa inventarsi?
Arrivò nella pineta ancora avvolta dall'oscurità. Disperatamente cercò un segno che gli potesse dare la certezza di essere nel luogo che aveva abbandonato qualche attimo prima. In quella situazione di buio totale, ogni posto sembrava quello giusto e quello sbagliato.
Cominciò a guardare per terra, poi si maledì ricordandosi di non avere con sé il cellulare per fare un po' di luce.
Si inginocchiò e iniziò a sondare il terreno con le mani. Cercò in ogni punto, poi si rialzò, avanzò per alcuni metri, si ripiegò e ripeté l'operazione.
Attuò questa pratica per una decina di volte, senza alcun risultato.
Preso dall'angoscia e dalla disperazione, ebbe comunque la lucidità di capire che doveva immediatamente ritornare a casa. E capì anche che, nel tragitto per tornare, avrebbe dovuto inventare una storia molto convincente per Aria.
Lei era una ragazza intelligente e sicuramente la storia delle chiavi non l'aveva certo bevuta.
Inspirò profondamente e cercò di calmarsi. Nel tragitto, qualcosa gli sarebbe venuto in mente.
Gli venne in mente il suo professore di diritto penale durante l'esame all'università.
"Ragioni come se fosse un criminale" gli disse.
Questo doveva fare ora: ragionare come un colpevole. Perché, visti gli accadimenti di quella notte, in un modo o nell'altro lo era.
Fece la strada di ritorno camminando e inspirando profondamente. Si guardava attorno come se ogni persona sappesse quanto fosse accaduto nella pineta o avesse visto la scena. Il mondo attorno gli sembrò completamente estraneo. Lui era totalmente estraneo anche al suo corpo stesso. La paura che gli camminava accanto, lo rendeva debole, senza forze, quasi paralizzato. Camminare verso casa gli sembrò la cosa più brutta del mondo, quando invece fino a quella sera era stata la cosa più bella della sua vita.
Immobile davanti al citofono ripete più volte "Mio Dio!" e, purtroppo per lui, Dio non si fece sentire in quel frangente. Si voltò e guardò tutto attorno a lui, avendo paura di vedere una persona qualsiasi o un agente o altro. Si sentiva segnato, come se avesse una lettera marchiata addosso che lo contraddistingueva dagli altri.
Arrivato davanti alla porta di casa, fece per suonare il campanello, ma la porta si aprì in quel momento. Si vide Aria pararsi dinnanzi a lui con in mano il suo mazzo di chiavi.
- Come la mettiamo ora Francé? - domandò lei.
Francesco sbarrò gli occhi. Aveva dimenticato il particolare di non aver mai avuto addosso le chiavi. Pensò velocissimo ad una scusa e gli venne in mente quella più plausibile.
- Che fortuna! Allora non erano quelle di casa che ho perso. Sono quelle dello studio legale -. Francesco ricordò che le chiavi dello studio le aveva sempre nel cruscotto della macchina e che per velocità e per necessità non le portava mai a casa con sé.
- Ma tu prima mi hai detto che erano quelle di casa che avevi smarrito Francesco? - replicò Aria.
Il ragazzo non riuscì più a trattenere quello stato di calma apparente che fino a quel momento aveva portato avanti, e sbottò in un moto di stizza.
- E vabbè Aria, mi sarò confuso. Dopotutto è notte! Posso entrare a casa mia ora e farmi una doccia? - e detto questo entrò nell'appartamento spostando in maniera brusca la ragazza e andando dritto in bagno.
Chiuse la porta, e si spogliò in maniera veloce. Poi si guardò allo specchio. Vide il suo corpo atletico e magro, i suoi capelli neri, gli occhi azzurri. Tutto gli sembrò stravolto, marcio, pessimo. Si sentì estraneo a quella immagine che lo specchio gli rifletteva.
Fece la doccia e, appena fu fuori dal bagno, si andò a sdraiare sul letto.
Aria era girata su di un fianco e sembrava stesse dormendo.
Lui le si avvicinò e disse - Scusami amore mio. Non dovevo trattarti così. Mi sono innervosito per la storia delle chiavi. Tutto qui. Ti chiedo scusa. Non voglio arrabbiarmi con te. Tu e Stefania siete le cose più preziose che ho -.
La ragazza si voltò, lo guardò negli occhi e disse - Le cose più preziose che hai -.
- Sì -.
- Da tenere in cassaforte - replicò lei, girandosi di nuovo sul fianco e lasciando Francesco nella sua tragedia.
Nessun uomo è davvero solo fin quando non incontra la delusione negli occhi di chi ama.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.