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La vedeva tutti i giorni nel treno.
La solita identica vita di tutti i pendolari. Fra sogni di una vita migliore e la certezza di una esistenza fatta di sacrifici.
Lui si posizionava sempre in modo da poterla osservare.
Adorava i suoi piccoli gesti, quel modo convulso di mordicchiare il tappo della Staedler nera, mentre faceva i quiz per il prossimo concorso per un posto statale. Mordeva quella plastica come se avesse l'illusione che le avrebbe garantito la conoscenza.
Arturo osservava Rita (così l'aveva ribattezzata non sapendo il suo reale nome) come si osservano i monumenti delle grandi città.
Rita le sembrava davvero una città. Di quelle che decidi di visitare durante una vacanza estiva. Di quelle piene di fascino, storia, persone, colori, profumi.
Era la sua personale capitale europea. Era la sua intima città d'oltreoceano.
Rita era tutto questo, non sapendolo tanto quanto quelle risposte nei test.
Un giorno Arturo non la vide e si agitò. Forse lei aveva intuito il suo guardare e si era infastidita. Come avrebbe potuto recuperare? Dirle che non era un seccatore, ma semplicemente il risultato di qualcosa che ormai si faceva fatica a credere fosse ancora esistente: un colpo di fulmine?
Si alzò e cominciò a camminare per tutto il vagone in cerca di lei. Arrivato alla porta che delimitava la fine, fece un sospiro rammaricato. Uno di quelli che fai quando ogni speranza è persa. Tutto, finché non sentì una voce.
- Sono qui, mi stai cercando vero?
Si voltò e vide Rita. Ora aveva anche una voce.
Ma il dramma adesso era interagire. Arturo aveva fondato tutto quel rapporto sugli sguardi e i dialoghi che immaginava sotto la doccia. E, in quei dialoghi, aveva sempre la risposta pronta ed efficace.
- Sì - disse Arturo, per poi rettificare - No! Non stavo cercando... cioé... - e di nuovo silenzio.
Rita allora lo guardò come si guarda un pazzo o semplicemente una persona buona.
- Visto che non vuoi nulla, mi lasci in pace? - domandò lei con dolcezza.
- Scusami, non volevo importunarti. Ma non riuscivo a smettere di guardarti e di pensare che avrei voluto un'occasione per parlare con te.
- L'hai avuta.
Il treno si fermò. Rita doveva scendere.
- Non avrai più questo problema comunque - disse la ragazza - Non prenderò più questo treno. Da domani mi trasferisco.
Arturo sentì come una pugnalata in pieno petto. Doveva davvero finire così?
- E tutto ciò che avrei voluto dirti? - domandò lui.
- Evidentemente lo dirai a qualcun'altra ragazza.
- Qualcun'altra ragazza avrà qualche altra parole che non siano queste che ho per te ora.
Rita sorrise ed esclamò andandosene - Che avrai di così importante da dirmi!
Lui restò in silenzio e la vide scendere dal treno.
Rita fece qualche passo per poi sentire la voce del ragazzo esplodere.
- Che sei bella! Ma non come si dice ad ogni ragazza che si incontra. Per me sei bella come... come... come Napoli sì. Sei affascinante come Londra, sei poliedrica come New York. Sai di casa come la mia Taranto. Sei bella come le città del mondo che spingono ad andare via e avere la voglia di ripartire. Di cambiare. Ecco: sei bella come le cose della vita che ti cambiano.
- Ma tu non mi conosci nemmeno!
- Come un turista non conosce una città, eppure decide di trasferircisi solo per averci passato un weekend.
Rita sorrise e, vedendo il treno che intanto lasciava la stazione, domandò al ragazzo - E ora che farai?
Arturo, stavolta, aveva la risposta pronta - Posso aspettare un altro treno, oppure posso conoscere questa città.
Rita rise ancora e domandò - E adesso che città sono?
Arturo fece una espressione divertita e rispose - Non lo so di preciso. Ma vorrei che per me tu ora fossi eterna come Roma.
Quella sera Arturo scoprì che Rita in realtà si chiamava Alessandra.
Alessandra, invece, scoprì che mordere i tappi delle penne non le dava le risposte a tutto. Come alla domanda "che città sono?".
Ma, a quella domanda, forse, i due, pur avendo la soluzione, non avrebbero mai risposto.

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