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martedì 12 dicembre 2023

UN ATTIMO E UNA ETERNITA'

 
Fonte: qui







Mirko andò a prenderla sotto casa.
Lei aveva terminato la serata con le amiche e, in preda a voglie troppo spesso sopite, decise di inviargli un messaggio.
Vienimi a prendere. Tutto qui. Né di più né di meno.
Mirko aveva ipotizzato il motivo, ma Deborah non era mai stata così diretta.
Arrivato sotto casa della ragazza, scrisse un messaggio su Whatsapp. Lei visualizzò soltanto.
Dopo pochi minuti, il giovane vide Deborah uscire dal portone.
Era bellissima come sempre, ma con una luce diversa negli occhi. Sensazione che Mirko ebbe ancora di più quando, entrata nel veicolo, poté guardarla da vicino.
- Andiamo vicino alla gravina - disse semplicemente la ragazza.
Lui, senza dire altro, accese la vettura e partì.
Quei pochi minuti di strada li percorsero in silenzio, mentre lo stereo riproduceva Bury a friend di Billie Eilish.
Deborah guardava fuori dal finestrino cercando risposte ai suoi pensieri. Mirko, invece, guidava cercando un luogo più per la sua anima che per il suo corpo.
Arrivati nel punto prestabilito, il giovane spense la macchina.
Guardò Deborah, stupenda ed ammaliante, avvolta da un meraviglioso tubino nero. Profumava di buono, di donna, di pericolo, di redenzione.
Restò in silenzio, credendo che la ragazza avrebbe dovuto fare un discorso. Nulla di più sbagliato. Deborah scede dall'auto e chiuse la portiera alle sue spalle. Si diresse verso un muretto a secco vi si sedette sopra. Cominciò a fissare il ragazzo che, intanto, aveva compreso che doveva raggiungerla. Sceso dalla macchina, si diresse verso di lei e le si parò dinnanzi.
- Dobbiamo stare tutta la notte in silenzio o ti decidi a dirmi qualcosa?
Deborah continuò a fissarlo restando ancora in silenzio. Poi rispose - Allontanati un po'.
Il ragazzo, nella semioscurità del posto, fece un passo indietro.
- Ancora un po'.
Fatti altri due passi, Mirko sentì Deborah dirgli - Basta -.
Il giovane aprì le braccia con a voler indicare "Allora?".
Deborah, a quel punto, tirò leggermente su il tubino permettendo così alle sue gambe di potersi divaricare. Mirko vide tutto il mondo di Deborah e sentì tutto quanto nel suo corpo prendere vita.
- Stasera voglio solo che mi scopi.
Così, gelida e voluttuosa, la ragazza emanò il suo ordine e il suo desiderio.
Mirko si avvicinò a lei, si inginocchiò e, poggiate le gambe della ragazza sulle sue spalle, cominciò ad usare la lingua. Deborah si distese leggermente indietro e lo lasciò fare. Lui continuò ad usare la lingua, sentendo il sapore della ragazza. Sentì la voglia crescere e cominciò ad usare anche le dita. Deborah percepì la mano di Mirko dentro di lei e, come fosse un riflesso incondizionato, mise la sua mano sulla testa del ragazzo.
I gemiti della giovane cominciarono ad espandersi per tutto il luogo oscuro che avevano scelto. Il corpo di Deborah cominciò a rilasciare il piacere sotto forma di liquidi, finché arrivò a dirgli di nuovo - Scopami -.
Al culmine del desiderio, allora, Mirko si alzò e, presa la ragazza da un braccio, la voltò per poi piegarla sul muretto. Le alzò ancora di più il vestito e, con una mano, spostò l'intimo della ragazza.
In quella posizione, Deborah sentì il ragazzo entrargli dentro con decisione e passione. Sentì le sue mani forti prenderla dai fianchi e dominarla.  Mirko continuò a spingere senza un ritmo preciso, ma con tanta foga. Foga che portò a gemere Deborah più del dovuto.
Si fece prendere in quella posizione per molto tempo, continuando a ripetergli - Scopami -.
Il ragazzo tirò giù la parte superiore del tubino, facendo fuoriuscire il seno. E, mentre una mano continuava a dettare legge sul fianco, l'altra si accaparrava il seno. 
I gemiti continuavano a riempire il silenzio del posto, intervallati ogni tanto dal suono di uno schiaffo sul gluteo. La mano di Mirko, ora, teneva salda la presa sui capelli della ragazza che, vogliosa, si lasciava vincere. Ma Deborah non voleva solo ricevere. Voleva anche dare.
Si staccò, quindi, da quella posizione, mise il ragazzo seduto sul muretto e, piegandosi, cominciò ad usare la bocca per restituire il piacere.
Lo fece con foga, la stessa che aveva messo Mirko.
- Non voglio finire così - sussurrò lei ancora non doma. Il ragazzo, quindi, senza pensarci si sdraiò per terra. Deborah si mise sopra di lui. Con le sue stesse mani prese il membro di Mirko e lo fece entrare dentro di sé. Un respiro, lungo. Prese le mani del ragazzo  e le mise sul suo seno, mentre il suo bacino insaziabile cominciò a fare su e giù.
- Stasera mi prendo tutto - sussurrò ancora all'orecchio del ragazzo che, intanto, godeva di quel momento. L'amplesso durò ancora venti minuti.
Niente gli persuase dallo sciogliersi, nemmeno l'esplosione di piacere finale. Solo in quel momento e durante quel momento, Deborah si lasciò andare ad un bacio caldo e appassionato. 
Terminato il tutto, i due si rivestirono e la ragazza ripiombò nel silenzio dell'andata.
Arrivati sotto casa, prima di farla scendere, Mirko le domandò - Perché facciamo questo? -.
Lei lo guardò e semplicemente rispose - Perché solo negli attimi possiamo essere eterni -.
Lo baciò di nuovo sulla bocca e andò via.
Andarono a dormire con la consapevolezza che li avrebbe attesi un altro attimo.
Un'altra eternità.

martedì 24 ottobre 2023

GAIA E IL VIOLINO

Fonte: qui

 



I lividi non sono tutti uguali.
Questo pensava Gaia mentre, in piedi sul palco, riceveva l'applauso del pubblico.
Il concerto era andato bene. Meglio di quanto si aspettassero tutti.
In piedi davanti alla gente, Gaia si godeva quel momento di gloria professionale ed umana.
Ma, quella gloria purtroppo, non cancellava le scelte, i segni, il quotidiano di una vita tremenda.
Passò in rassegna il volto di tutte le persone che componevano il suo pubblico, mentre la sua mente si ricordava tutte le zone del suo corpo che avevano ospitato un livido. Un segno non voluto, ma procurato. Con le mani. Di un altro. Con la stessa capacità con cui le sue, invece, producevano musica.
Il corpo di una donna è strutturato per sopportare il dolore. Come quello del parto, per intenderci. Ma, alle volte, quel dolore muta di significato. Diventa totale. Alcune donne diventano persino convinte di poter sopportare ogni dolore. Anche quello proveniente da un amore. Se amore si può chiamare.
La mano che teneva il violino strinse ancora di più la presa sullo strumento. Lo guardò per un attimo. Lucido e bellissimo. L'unico amico che l'aveva accompagnata nella sua vita dopo la morte di papà Aldo.
Le venne in mente l'unico livido che sapeva d'amore: quello sulla scapola destra. Quello dei primi momenti con il violino.
Aldo le diceva sempre che il violino fa male: al corpo (di chi suona) e alle orecchie (di chi ascolta).
Quante volte aveva messo il proprio volto da bimba spaventata sotto il collo del papà per trovare rifugio. E quante volte aveva poggiato il mento sul violino per ricordare quel rifugio, dopo aver sentito le pesanti mani di Giulio abbattersi sulla sua faccia, sulla schiena, sulle braccia.
Denunciare era stato il gesto più sensato. Ma il vuoto, il dolore, lo spacco del proprio corpo, come si recuperano? Si può ricomporre un cuore con la giustizia?
L'amore genera amore. Papà Aldo glielo diceva sempre. Come le consigliava ogni giorno di non farsi sopprimere nel corpo e nei desideri. Eppure, lo aveva dimenticato. In forza di un pensiero più nobile. L'amore per un'altra persona. E, al pensiero di quell'uomo, il suono incessante degli applausi si trasformò nell'eco di tanti schiaffi presi e rinchiusi nel cassetto dell'abiezione. I lividi passano, la vergogna no. Quella resta, si nasconde. E torna.
Sentì le corde del violino scavarle un solco sul palmo della mano a causa della stretta troppo forte. Ripensò a papà Aldo, suo papà. Il primo violinista della sua vita. Il primo maestro, il primo abbraccio, il primo uomo.
Il primo ad andarsene. Troppo presto. Così presto da non vederla mai suonare nei più grandi palchi del mondo. Quante volte avrebbe voluto mettere la sua faccia nell'incavo fra il collo e la spalla di suo papà Gaia. E, quando a soli 14 anni, lo vide esalare l'ultimo respiro come l'ultima nota dello spartito, decise di sublimare quel momento con l'abbraccio del violino. Con quel gesto aveva avuto la forza di tenere duro. Con quel piccolo gesto aveva trovato il coraggio di denunciare. Con quel piccolo rituale aveva sopportato tutto quello che ne era derivato.
Il sipario si chiuse, come si chiudono le cose belle: con la malinconia sottobraccio e un sorriso sul volto. Uscita dal camerino, trovò la folla di gente a farle mille domande. Tutte banali.
D'un tratto una ragazza, da lontano, le chiese - Come si fa a resistere?
Gaia la guardò negli occhi e, come se stesse parlando in una lingua conosciuta solo a loro due, rispose - Non bisogna resistere. Bisogna combattere.
La ragazza annuì e con la mano destra si portò una ciocca di capelli dietro alle orecchie. Gaia notò un livido sull'avambraccio della giovane e, con il dito indice, glielo indicò. 
Le sorrise timida e disse - E' il prezzo da pagare per resistere.
- Già - rispose Gaia mentre, avvicinandosi a lei, l'abbracciò.
- Sai cosa mi consola? - sussurrò la giovane.
- Cosa?
- Che i lividi non sono tutti uguali.
Gaia guardò negli occhi la ragazza e con la testa annuì. - E' vero. Ed è il prezzo da pagare per combattere.
La violinista tornò a casa convinta che nel mondo ci fosse speranza. Non vide più quella ragazza. Non vide più lividi sulla sua pelle. Sentì il peso della libertà delle proprie scelte. Prese il violino, si avvicinò allo specchio e si guardò. Era nuda.
Non si vide bella, non si vide brutta. Si vide donna. Guardò quella parte del corpo dove, i primi tempi, c'era quel livido d'amore per la musica. I lividi non sono tutti uguali ripensò. Nemmeno l'amore, nemmeno gli spartiti.
Tutto può e deve cambiare. 
Solo una cosa non cambia. Solo una. 
Ciò che decidiamo di essere e che saremo per sempre.

venerdì 23 giugno 2023

VERDE PETROLIO

 



- Quanto dista Dublino da qui?
- Sinceramente non me lo sono mai domandata.
- Dovrei saperlo, almeno io intendo.

I due ragazzi risero, mentre al telefono si scambiavano gli ultimi aggiornamenti sulle loro vite.
Quando Luigi chiuse la conversazione con Giada, ebbe uno strano momento di riflessione. Perché proprio ora sentiva maggiormente il bisogno di quella ragazza? Perché la sua assenza gli pesava di più? Perché Dublino ora si rivelava essere una meta sbagliata quando, mesi prima, proprio lui aveva spinto Giada nell'intraprendere l'esperienza all'estero?
Gli venne in mente nonno Elio che gli diceva sempre che, quando si hanno troppe domande per una sola questione, vuol dire che la risposta la sai già ed è anche la più semplice.
Era innamorato. O meglio, si era innamorato di Giada.
Ma perché proprio così? A che serviva, poi, innamorarsi di lei? 
In quel momento avrebbe voluto potersi strappare il cuore dal petto, metterlo su un tavolo e chiedergli spiegazioni. Giada proprio no! Non poteva essere, non doveva essere.
Gli venne istintivamente voglia di chiamarla, ma non lo fece. Per tutta la notte, però, desiderò di ricevere un suo messaggio.
Quale vento avrebbe potuto spingere i suoi sospiri da casa sua fino alle orecchie di Giada nel suo letto a Rathmines Road.
Restò a pensare alle varie complicanze, alle modifiche comportamentali che ne sarebbero potute seguire. Alle notti insonni che avrebbe passato, mentre lei invece dormiva serenamente dentro quattro mura vicino al fiume Liffey. Al contorcersi dello stomaco nel non avere più un suo messaggio.
Lasciare il mondo girare con il suo copione.
Altro consiglio di nonno Elio. Efficace se non hai qualcosa da perdere, pensò Luigi. Ma, infondo, lui da perdere cosa aveva? Un amore che nemmeno esisteva?
Riprese il telefono e non vi trovò nulla, come non trovò nulla nella sua mente.
Quante paure servono per fare una motivazione?
Lasciare che il mondo giri con il suo copione.
Sì. Doveva fare così.
Si mise nel letto e, per un attimo, gli sembrò di sentire il movimento del globo terrestre. Quella cosa lo rasserenò.
Alle volte l'impotenza è più confortante della possibilità di cambiare le cose.
Dette un ultimo sguardo alla finestra e pensò che le stelle sembrano ferme anche se la Terra sai che sta girando.
Restare immobile. Mentre Giada avrebbe continuato a girare.
Sicuramente, lei lo avrebbe dato per scontato come si danno per scontate le stelle nel cielo.
Quanto dista Dublino da qui? si domandò.
Molto probabilmente la stessa distanza che c'è fra noi e le stelle quando vuoi credere in qualcosa.

martedì 13 giugno 2023

LA CORAZZA


Scegli la corazza, sceglila bene.
Forte abbastanza per reggere la vita,
flessibile il giusto da permetterti di muoverti in essa.
Scegli bene la tua corazza,
con cura.
La stessa che usi per proporre il tuo sorriso migliore
quando, seduta sul ciglio della mezzaluna nera,
baratti la serenità per un bacio.
Scegli bene la tua corazza,
studiala.
Difendi ogni parte del tuo corpo
come difendi i tuoi sogni,
tra la pioggia e il marciapiede.
Scegli la tua armatura
e corri a combattere.
Che non c'è cosa
dove non vi è la voglia feroce
di arrendersi.

lunedì 5 giugno 2023

ROSSO VINO


Fonte: qui







"Per quanto acceso, il tuo cuore sarà sempre più rosso di questo vino che ti tolgo dalle labbra. E per quanto forte tu possa essere, sarò sempre un grado in meno della tua dolcezza."

Non erano soltanto i postumi del vino, della serata. 
Quella frase le era rimasta addosso, come il nero del vino sulle labbra.
Tutto le ricordava quel momento di passione. Perché era passione, non poteva essere altrimenti. Loro non potevano solo scopare. O, forse, lei non poteva. Massimo ci poteva riuscire benissimo.
Sarò sempre più rosso di un vino... continuava a pensare. Ma anche i vini invecchiano, come le persone. E come loro, anche i vini evolvendosi cambiano sapore, colore. Ogni vino ha le sue lacrime, come gli uomini e le donne che amano. E le loro lacrime, scivolano sulle pareti di bicchieri troppo trasparenti per dare loro risonanza.
Francesca sentì qualcosa nella borsa suonare, mentre il bus la riportava lenta lenta verso casa sua.
Era troppo tardi per essere la mamma, ma era abbastanza presto per un messaggio di Flavia, la sua migliore amica.
Prese il telefono dalla borsetta, aggiustò una ciocca di meravigliosi ricci che aveva per capelli e lesse il classico Dove sei? dell'amica.
Rispose che stava tornando a casa.

Ti sei vista con Massimo?
No. Alla fine sono uscita con Jeremy
Non ti credo
Invece sì. E ci sono anche stata.
Addirittura!
Ma me ne pento.
Era così scarso il ragazzo?
Non per quello. Ma per Massimo
Ancora!!!!
Lo devi dimenticare
Già..
Il problema è solo mio, mi sa!
Purtroppo sì
Ma non vorresti qualcosa di diverso per te stessa ora?
Ad essere sincera, in questo momento vorrei che 
questo bus mi portasse in un posto diverso.
Non tanto per il posto in sé, quanto per la persona che vorrei trovare. 
Ma non lo faccio. La paura di essere rifiutata nuovamente 
è più forte di quella di fare una pazzia.
Sei ubriaca vero?
Mi sto riprendendo dai.
Avvisa quando sei a casa
ok, tanto non manca molto.

Nel letto, Francesca decise di infilarsi nuda.
Non voleva niente addosso. Aveva già avuto un corpo diverso che l'aveva saziata per un po'. Ma non aveva acquietato del tutto la sua anima.
Ripensò all'ultima serata con Massimo, a quell'asciugamano bianco che la copriva. Che scivolava giù scoprendo il suo corpo.  A quelle gocce di vino che il ragazzo succhiava dalle sue labbra.
Al suo essere sopra di lui nell'illusione di dominarlo quando sapeva bene che la preda infondo era lei.
Quante volte aveva scambiato il sesso per amore, l'eros per trasporto, la vicinanza dei corpi con la fusione di due anime.
Massimo le aveva sempre regalato delle repliche, che lei aveva sempre trattato come originali.
Il suo cellulare vibrò ancora. La sua mente non del tutto lucida, si ricordò di Flavia e di quella richiesta fatta e non esaudita.
Aveva già in mente una scusa buona per l'amica quando sul display lesse il nome di Massimo.
Non ci voleva pensò. Quel messaggio aveva un impatto troppo forte in quel momento. Odorava ancora di un altro ragazzo, la sua mente risorgeva piano piano dall'alcol e il cuore... bhe il cuore non sapeva nemmeno lei dove fosse di casa.
Lesse che Massimo quella sera aveva capito di sentirsi solo senza di lei. Francesca lo aveva capito facendo sesso con Jeremy. Due modi diversi, un risultato simile.
Non è la solitudine che muove i cuori si limitò a rispondere lei per poi abbandonare il telefono sul materasso.
Francesca sentì ancora la vibrazione del cellulare, ma non fece nulla. Pianse. Semplicemente. Pianse come chi è da solo, non solo. Da sola con un dolore da gestire, un fallimento da assorbire, una pagina da voltare.
Si sentì sciocca tanto quanto le decisioni che aveva preso: al rifiuto che aveva dato a quel ragazzo che l'amava semplicemente perché si era arresa alle prime voci su di lui raccontate da un'amica; al sesso con Jeremy; al voler continuare con Massimo.
Ora capiva perché non aveva avvisato Flavia: lei a casa non era arrivata, non ci si sentiva ancora.
Si alzò dal letto e, nuda, si diresse verso al finestra. Guardò la città che sembrava essere una fotografia di sé stessa. Sentì ancora una vibrazione del cellulare e ne assorbì tutte le onde.
Buttò fuori con un sospiro.
Guardò un gatto sul marciapiede osservarsi intorno prima di muoversi.
Dovrei fare così pensò Francesca dovrei guardarmi attorno prima di muovermi. Continuò ad osservare il gatto e vide che l'animale, pur guardandosi sempre attorno, aveva come precisa destinazione l'altra parte della strada dove ad attenderlo c'era un altro gatto.
Sorrise Francesca. Anche nel mondo animale, ciò che direziona i movimenti sono sempre le persone che ci amano e ci sanno aspettare.
Sospirò ancora, ma più dolcemente. 
Tornò a letto e, tornando, vide le foto appese in camera: Flavia, i genitori, sua sorella Claudia, gli amici della palestra. 
Si sedette sul materasso e prese il cellulare.
Andò dritta dritta nella chat di Flavia, diede un ultimo sguardo alle foto e, dopo aver sentito la pace che sono il sentirsi amata concede, scrisse all'amica Ora sono a casa.
A Massimo avrebbe dato un posto nel suo cuore, a Jeremy ne aveva dato uno nel suo letto per pochi istanti.
A sé stessa, invece, adesso aveva dato la libertà che solo il vivere i sentimenti concede.


mercoledì 31 maggio 2023

AETERNA

 
Fonte: qui







La vedeva tutti i giorni nel treno.
La solita identica vita di tutti i pendolari. Fra sogni di una vita migliore e la certezza di una esistenza fatta di sacrifici.
Lui si posizionava sempre in modo da poterla osservare.
Adorava i suoi piccoli gesti, quel modo convulso di mordicchiare il tappo della Staedler nera, mentre faceva i quiz per il prossimo concorso per un posto statale. Mordeva quella plastica come se avesse l'illusione che le avrebbe garantito la conoscenza.
Arturo osservava Rita (così l'aveva ribattezzata non sapendo il suo reale nome) come si osservano i monumenti delle grandi città.
Rita le sembrava davvero una città. Di quelle che decidi di visitare durante una vacanza estiva. Di quelle piene di fascino, storia, persone, colori, profumi.
Era la sua personale capitale europea. Era la sua intima città d'oltreoceano. 
Rita era tutto questo, non sapendolo tanto quanto quelle risposte nei test.
Un giorno Arturo non la vide e si agitò. Forse lei aveva intuito il suo guardare e si era infastidita. Come avrebbe potuto recuperare? Dirle che non era un seccatore, ma semplicemente il risultato di qualcosa che ormai si faceva fatica a credere fosse ancora esistente: un colpo di fulmine?
Si alzò e cominciò a camminare per tutto il vagone in cerca di lei. Arrivato alla porta che delimitava la fine, fece un sospiro rammaricato. Uno di quelli che fai quando ogni speranza è persa. Tutto, finché non sentì una voce.
- Sono qui, mi stai cercando vero?
Si voltò e vide Rita. Ora aveva anche una voce.
Ma il dramma adesso era interagire. Arturo aveva fondato tutto quel rapporto sugli sguardi e i dialoghi che immaginava sotto la doccia. E, in quei dialoghi, aveva sempre la risposta pronta ed efficace.
- Sì - disse Arturo, per poi rettificare - No! Non stavo cercando... cioé... - e di nuovo silenzio.
Rita allora lo guardò come si guarda un pazzo o semplicemente una persona buona.
- Visto che non vuoi nulla, mi lasci in pace? - domandò lei con dolcezza.
- Scusami, non volevo importunarti. Ma non riuscivo a smettere di guardarti e di pensare che avrei voluto un'occasione per parlare con te.
- L'hai avuta.
Il treno si fermò. Rita doveva scendere.
- Non avrai più questo problema comunque - disse la ragazza - Non prenderò più questo treno. Da domani mi trasferisco.
Arturo sentì come una pugnalata in pieno petto. Doveva davvero finire così?
- E tutto ciò che avrei voluto dirti? - domandò lui.
- Evidentemente lo dirai a qualcun'altra ragazza.
- Qualcun'altra ragazza avrà qualche altra parole che non siano queste che ho per te ora.
Rita sorrise ed esclamò andandosene - Che avrai di così importante da dirmi!
Lui restò in silenzio e la vide scendere dal treno.
Rita fece qualche passo per poi sentire la voce del ragazzo esplodere.
- Che sei bella! Ma non come si dice ad ogni ragazza che si incontra. Per me sei bella come... come... come Napoli sì. Sei affascinante come Londra, sei poliedrica come New York. Sai di casa come la mia Taranto. Sei bella come le città del mondo che spingono ad andare via e avere la voglia di ripartire. Di cambiare. Ecco: sei bella come le cose della vita che ti cambiano.
- Ma tu non mi conosci nemmeno!
- Come un turista non conosce una città, eppure decide di trasferircisi solo per averci passato un weekend.
Rita sorrise e, vedendo il treno che intanto lasciava la stazione, domandò al ragazzo - E ora che farai?
Arturo, stavolta, aveva la risposta pronta - Posso aspettare un altro treno, oppure posso conoscere questa città.
Rita rise ancora e domandò - E adesso che città sono?
Arturo fece una espressione divertita e rispose - Non lo so di preciso. Ma vorrei che per me tu ora fossi eterna come Roma.


Quella sera Arturo scoprì che Rita in realtà si chiamava Alessandra.
Alessandra, invece, scoprì che mordere i tappi delle penne non le dava le risposte a tutto. Come alla domanda "che città sono?".
Ma, a quella domanda, forse, i due, pur avendo la soluzione, non avrebbero mai risposto.