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giovedì 30 gennaio 2020

IL PARADISO QUI

(Fonte: qui)


Maria e Paola erano sedute sulla panchina.
Era il loro rito tra sorelle. Tutto era nato quando entrambe le ragazze avevano cominciato a fumare di nascosto dal papà Piero.
Andavano nella villa comunale, si sedevano sulla panchina di fronte al laghetto, dove qualche avventore lasciava un po' di pane alle anatre, e assaporavano il gusto del proibito.
Di lì poi l'appuntamento diventò qualcosa di fisso, non più legato al tabacco. Ci si vedeva per stare insieme, per confessarsi, per parlare, piangere o semplicemente stare in silenzio.
Quel giorno Paola, la più piccola, era diversa.
Guardava Maria con aria tenera. Erano completamente diverse: Maria bionda, Paola bruna; la prima sensibile, la seconda più forte; la prima alta e l'altra più bassina.
Eppure le loro diversità le avevano sempre unite. Soprattutto nei momenti più bui.
- Se non fossi mia sorella, mi ameresti lo stesso?
Maria rise e disse - Ma che domanda è?
- E' una domanda.
- Sì - rispose Maria divertita, mentre aspirava dalla sigaretta.
- E come lo sai?
- Non lo so. Lo sento.
- Non è una risposta convincente.
- Più che altro, non si capisce tu dove voglia andare a parare oggi.
Paola fece l'ultimo tiro alla sigaretta e poi andò a buttarla nel posacenere saldato sul palo della luce di fianco alla panchina. Fumava molto più velocemente della sorella, da sempre.
- Sai, quando è morto nonno, la cosa che più mi ha fatta soffrire non è stata il non poterlo più vedere, ma il pensiero che lui, ovunque sarebbe andato, avrebbe potuto dimenticarsi di me. E se lo facessi tu? A che serve il paradiso se poi manchi tu?
Maria si commosse ma, com'era solita fare davanti alla sorella, trattenne le lacrime. Prese tempo con l'ultima boccata di nicotina. Poi abbracciò forte la sorella.
- Io non credo in nessuna religione in particolare. Ma credo fortemente nell'amore. E l'amore ha come pilastro fondamentale la memoria. Se c'è memoria, ricordi il bene che ti hanno fatto, gli errori che hai commesso, le promesse che hai stretto. E, se c'è amore, allora restituirai tutto il bene, non farai più gli stessi errori, manterrai la parola data. Le nostre anime sono spugne che si imbevono d'amore. Ecco perché in qualsiasi posto io possa essere un domani, ti amerò comunque. E anche se un giorno mi reincarnassi in altro, saprei amarti lo stesso. Perché la mia anima ricorderebbe questo momento.
Paola si lasciò abbracciare.
Pensò che il paradiso non doveva essere troppo diverso da quel momento.
La natura, l'amore e una persona che ti abbraccia.

venerdì 24 gennaio 2020

QUALCHE GIORNO IN PIU'

(fonte: qui)



Quella vacanza era proprio servita.
Questo pensò Marco seduto nella metro che lo stava portando alla fermata da cui poi avrebbe raggiunto l'hotel.
Madrid, la Capital, aveva conservato il suo fascino. Grande, elegante e piena di quella vita che solo la Spagna sa regalare.
L'estate era davvero esplosa e si respirava nell'aria una felicità che, a tratti, aveva contagiato anche lui.
Arrivato nella hall, salutò educatamente la receptionist e si diresse verso l'ascensore. Premette il pulsante corrispondente al suo piano e attese di arrivarci giocando un po' col cellulare.
Si divertì col sentire le voci delle ragazze nell'ascensore attiguo che scherzavano fra di loro.
Uscì e si diresse alla sua sinistra. Arrivato davanti alla porta della sua camera, mise la mano nella tasca destra del pantalone per prendere la scheda magnetica e, nel mentre, risentì le voci delle ragazze.
Si voltò per osservarle e restò di sasso, nella stessa misura in cui ci restò Anna.
Cosa dici alla persona che non vedi da anni, e che ti ha segnato, in un corridoio di un hotel a Madrid?
- Dovremmo dire qualcosa - disse Anna.
- Proporrei un classico che ci fai qui? 
- E' un inizio.
Sorrisero.
- Sono in vacanza con le mie colleghe di lavoro.
- Bene. Sono contento. Io, invece, ho deciso di staccare un po' la spina.
- Hai fatto bene.
Decisero di entrare nelle rispettive camere. Anna si voltò sperando che lui glielo chiedesse. E così Marco fece.
- Se dopo non hai nulla da fare, magari facciamo due chiacchiere.
Anna, che dava le spalle al ragazzo, sorrise. Si girò verso di lui e con aria sufficiente rispose - Dipende da quello che devo fare stasera. Nel caso, comunque, va bene.
Si salutarono, convinti intimamente che si sarebbero visti.
La notte arrivò con il suo carico di afa e cocktail.
Marco era nella hall. Tornato da un locale molto in voga, si domandava come avrebbe fatto a rivederla. Non aveva più il suo numero di cellulare e contattarla sui social gli sembrava una manovra da chi vuole scrivere ad una ragazza solo per andarci a letto.
Restò a fissare il soffitto della hall, finché una voce gli disse - Avevi già fatto troppo oggi. Toccava a me ora fare qualcosa.
Marco si girò e la vide.
- Tu che mi riconosci un merito!? Quanto hai bevuto?
- Il giusto per dirti che sei un idiota.
Si guardarono, poi Anna disse - Ok, portamici.
Il ragazzo aggrottò le sopracciglia.
- Al bar sul tetto.
- Sono così scontato?
- Sei semplicemente tu, e io conosco i tuoi gusti.
- Ok, sono scontato.
- Andiamo.
I ragazzi presero l'ascensore e si diressero all'ultimo piano dell'hotel. Il bar era aperto e alcuni ospiti erano seduti a chiacchierare e bere, godendosi il panorama di una Madrid illuminata.
Anna ordinò un analcolico alla frutta, Marco un Hemingway Martini.
Parlarono e risero un po' guardando l'orizzonte e sorseggiando dai bicchieri.
- Sembra ieri che passavamo ore a parlare.
- E invece ieri non è.
- Qualche giorno in più.
- Qualcuno tanto.
I cocktail finirono e i ragazzi si fissarono il tempo necessario al ghiaccio per sciogliersi.
Lei si avvicinò e diede un bacio sulla bocca a Marco. Semplicemente le labbra a toccarsi. Tre secondi: il tempo perfetto del bacio più dolce.
Anna fece per andare via, ma Marco la fermò con la domanda - Secondo te fra quanto ci rivedremo?
- Mmh.. vent'anni penso. Oppure....
-... qualche giorno in più.
- Qualcuno tanto.
- Buonanotte Anna.
- Buonanotte.
Il giorno dopo, Marco preparò la valigia. Il check-out era possibile sino alle 10.30.
Andò per aprire la porta e notò un bigliettino. Lo prese e lo aprì.
E' stato bello fare l'amore con te ieri.
Si ricordò del momento in cui si erano guardati negli occhi. Loro l'amore lo facevano così.
Mise il fogliettino nella tasca della giacca. Chiuse la porta della stanza e andò via, consapevole che vent'anni dopo un uomo e una donna, che si portavano rispettivamente in una parte imprecisata dei loro cuori, avrebbero fatto l'amore in qualche parte imprecisata del mondo.

giovedì 23 gennaio 2020

LA LEZIONE DI PIANOFORTE

(fonte: qui)





Margherita era seduta e guardava attentamente Enzo al piano, come se nulla fosse accaduto.
Il maestro di pianoforte, intanto, continuava a suonare la melodia che tanto piaceva alla giovane, con tutto il trasporto che poteva.
Da quando la grave malattia l'aveva resa sorda, Margherita non aveva più fatto lezioni di pianoforte, ma aveva preteso che il maestro continuasse ad andare da lei.
Era affezionata a lui. Così aveva giustificato quella scelta. Enzo, però, era più che affezionato.
Quel giorno, mentre suonava, cominciò a parlare alla ragazza.
- Sto suonando per te, eppure non senti. E non parlo delle semplici note. Ma di tutto quello che questi suoni portano con sé. Tutto il mio amore Margherita, tutto il mio meraviglioso e spaurito amore per te. Per te che sei sorda ai miei palpiti, tanto quanto io sono miope ai sentimenti. Sempre sfocati, non sono mai stato in grado di vederli nitidamente per riconoscerli. - Le dita continuavano a viaggiare sui tasti - Perché mi guardi? Perché ti dispiace perdermi? Perché mi hai catalogato ad amico? Perché mi osservi? A che serve questo osservarmi se sono solo vibrazioni? -.
Enzo sentì il peso del finale della melodia. Sarebbe stato capace di suonare tutta la vita pur sapendo che quei suoni non sarebbero mai arrivati a destinazione.
Ma l'amore è un po' questo pensò Fare l'impossibile per un'illusione più dolce di una realtà amara.
D'un tratto sentì la mano di Margherita sulla sua spalla. Era il segnale che la lezione era finita.
Lui smise di suonare e la guardò. Lei gli sorrise.
Margherita prese un foglio e scrisse - Vederti suonare mi rende felice. Sono davvero pochi i giorni della settimana quando hai qualcosa che ti rende felice -.
Enzo trattenne quel ti amo strozzandolo in gola. Prese la penna e, sotto quanto aveva scritto lei, rispose - Anche le note sono sette, eppure guarda quanti milioni di combinazioni si possono creare. E, come loro, milioni potrebbero essere le volte in cui suonerei per te se solo me lo chiedessi. -
Lei lesse la risposta e sorrise di un sorriso amaro. Lui andò via.
La settimana successiva, Enzo e Margherita erano lì, nella stessa stanza.
Il maestro suonava mentre la ragazza pensava a come sarebbe potuto essere se, oltre a quelle note, fosse stata in grado di sentire quell'amore.

mercoledì 22 gennaio 2020

LA CORSA

(fonte: qui)



Chissà se lo hai detto quel
ti amo.
Quello che non dicesti a me.
Chissà se, ferma sotto di lui,
lo avrai guardato negli occhi
mentre fate l'amore.
Ti è mai capitato di passeggiare
e sentirti persa?
A me sì, tante volte.
Soprattutto nella città che conosco di più:
la mia.
E' stato quel passo in avanti non fatto
a farti voltare indietro.
E ora per rincorrerti
non ho fiato a sufficienza.
Nessun cuore regge la fatica
di inseguire un'anima
che non l'attende.
Eppure il mio corre,
incurante di sforzi e stanchezza.
Rincorrendo un traguardo
che ogni giorno si avvicina
all'irraggiungibile.

venerdì 17 gennaio 2020

COME VULCANO


(Fonte: qui)



Come vulcano sei nel mio cuore,
spento agli occhi distratti della gente,
mentre invece bruci dentro di me.
Come fiore sei nella mia mente,
che sboccia in ogni ricordo e
fiorisce in ogni memoria.
Come anima sei nel mio corpo,
così intangibile eppure
così presente nella tua impercettibilità.
In tutti i volti rivedo quello che non sei,
per ritrovarti nei miei occhi
orfani del tuo sorriso.
E, mentre tu in un solo giorno hai
dimenticato la mia bocca e la mia voce,
per cent'anni l'eco della tua risata
resterà custodita nel mio petto.

mercoledì 15 gennaio 2020

LA STESSA PORZIONE DI CIELO


(fonte: qui)






- Solita panchina?
Ok -


La conversazione tramite messaggistica istantanea, come sempre, fu tra i due molto asciutta.
Non amavano eccedere nelle parole in chat. Preferivano la vita vera.
Si ritrovarono alla solita panchina. Lei avrebbe fumato, lui avrebbe guardato il panorama. Gli accordi erano semplici: parlare tanto e con franchezza, senza toccare due argomenti in particolare. Per il resto, tutto era consentito.
Anna inspirò la sua Lucky Strike e poi disse - Era tanto che non ci vedevamo. Sei sparito.
Lui rise - In effetti, se ci penso, non ho capito se mi sono mai palesato.
- Anche questo è vero, ma l'hai voluto tu.
- Come ti piace ripetermelo eh?
- Mi fa sentire in una posizione di dominanza - rispose ridendo lei. - Sai a cosa pensavo? - continuò.
- A cosa?
- Perché siamo amici?
- Da quando siamo amici?
- Non lo siamo?
- Secondo me no.
- E cosa saremmo?
- Me l'hanno già fatta questa domanda.
- Lo sai che non dobbiamo parlare di quella cosa.
- Lo so.
- Allora? Cosa siamo?
- Due corpi diversi che condividono la vita.
Anna inspirò ancora - Mmh! Più precisamente?
Mirko guardò il cielo - Due corpi diversi che condividono la vita. Come il Sole e la Luna. Condividono lo stesso cielo, eppure ognuno ha il suo tempo e la sua forma e il suo spazio, ma restano singolarmente indissolubili.
- E noi condividiamo lo stesso cielo?
- Tutte le volte che, quando sei triste, chiedi o cerchi il mio aiuto. Ovunque saremo, guarderemo la stessa porzione di cielo.
Il cellulare di Anna cominciò a suonare. Lei guardò il display - Devo andare.
- Lo so.
La ragazza spense la sigaretta sul marciapiede - Vado.
- Mi raccomando a te - chiuse Mirko.
- Tanto saprai sempre come sto.
- E perché? - domandò lui stranito.
- Perché quando avremo bisogno, ovunque saremo, guarderemo la stessa porzione di cielo.

lunedì 13 gennaio 2020

LA ROSA E LE SPINE


(fonte: qui)



Mister Donald Arthur Maverick si sedette sulla sedia vicino al tavolino attiguo alla finestra nella grande sala, adibita agli incontri tra gli ospiti della casa di riposo e i loro parenti.
Come un orologio svizzero, suo figlio Donald Arthur Maverick jr. si era presentato alle ore dodici di quella domenica. Come tutte le domeniche, come sempre alle dodici, da oltre dieci anni.
Se non fosse stato per la visibile differenza d'età, a primo impatto poteva sembrare che il secondo fosse il padre del primo. Infatti, i modi con cui Jr., tronfio dell'essere un pezzo da novanta di una grossa multinazionale, si rivolgeva all'anziano erano proprio quelli di un genitore che redarguisce il figlio.
Dall'inutilità dei suoi ottantadue anni, Arthur parlava della sofferenza che pativa da quando era stato portato lì dal figlio.
- Ancora con questa storia! - sbottò il più giovane.
- Che male ho fatto? Una vita di sacrifici e valori, per poi essere carcerato come l'ultimo dei ladri!
- Non puoi stare da solo.
- E dove hai preso il potere di decidere come far concludere la vita di un uomo?
- Non ho tempo per queste storie.
Il vecchio sbatté la mano sul tavolo - Lo vedi!? E' questo il problema. Tu dici che non vuoi perdere tempo, ma tu non puoi perderlo. Il tempo non è tuo, non è mio, non è di nessuno. Non puoi perdere una cosa che non hai. E' questo il male di questa società: credere che tutto sia vostro. Parlate di perdere tempo, di perdere l'amore, la libertà, la felicità. E non vi accorgete che niente di tutte queste cose vi appartiene. Perfino il nostro corpo non è nostro. Ce lo hanno dato in prestito, per poi renderlo alla fine nelle peggiori delle forme. E ora che mi guardi con quegli occhi come a domandarmi cosa staresti perdendo ora se non il tuo tempo, beh! io ti rispondo: nulla! Precisamente nulla. Perché l'uomo è l'unico essere vivente in questo mondo che guadagna, che impara e che prova. Perché, al contrario degli altri animali, delle piante, delle acque, che già facevano parte dell'equilibrio del tutto, l'uomo ha dovuto pian piano imparare ad essere tale.
Il figlio sollevò gli occhi al cielo e disse - Grazie papà. Ora siamo tutti più felici dopo questa spiegazione.
- Cos'è la felicità?
- Mio Dio!
- Rispondimi. Sei mai stato felice?
- Sì. Quando ho raggiunto i miei obiettivi.
Il padre sorrise amaramente. - I tuoi obiettivi - replicò.
Arthur guardò fuori dalla finestra e disse - Tutti gli anni mi promettevo di essere felice, ed ero talmente preso dal promettermelo che finivo per dimenticare di diventarlo. Ci sono voluti ottant'anni per capire che la felicità non è un obiettivo, non è un momento, non è una scelta, non è un attimo. Che non si ricerca né si costruisce. Ma è semplicemente la somma di tutte le cose che convergono in te. E' un rovo di rose tanto grandi da poterle annusare e troppo strette da poterti pungere.
Detto questo, Donald Arthur Maverick si alzò dalla sedia e andò via.
La domenica successiva, Jr. si ripresentò alle dodici. Al solito tavolo non trovò il padre.
Vide, però, sul tavolo una rosa e sotto di questa una lettera. Notò che la rosa era tagliata sul gambo, piena di spine e con il bocciolo aperto. Prenderla dalla parte del gambo significava mettere la rosa a testa in giù, dando l'impressione a tutti che quella non fosse un regalo gradito. Prenderla dallo stelo significava pungersi e farsi male, dando l'idea di essere stupidi. Prenderla dal bocciolo significava rovinarla, dando l'impressione a tutti di non aver dato valore a quel regalo.
Pertanto, con una manovra secca, sfilò la busta da sotto la rosa. Compiaciuto, la aprì e lesse quanto il padre gli aveva scritto: "E' il modo con cui prendi la rosa che definisce come tu sia felice. Tutto il resto sono solo obiettivi".

venerdì 10 gennaio 2020

DIFENDETE L'AMORE


(Fonte: qui)



Difendete l'amore.
A più mani, a più riprese.
Difendete il vostro uomo, la vostra donna.
Che sia sempre tua, sempre tuo
quel cumulo di occhi e cuore, teste e mani
che vi toccano e vi scuotono;
che vi consigliano e vi incalzano.
Difendete l'amore.
Per noi che non l'abbiamo fatto.
Tenete duro.
Anche quando l'urlo è forte,
quando l'urto è tremendo.
Dite le parole che non dovreste mai,
perché solo così avrete quello
che volete da sempre.
E piangete.
Fate che quelle lacrime siano viste.
Anche i migliori amori hanno bisogno di lacrime.
Gocce che purificano e che portano a coltivare
il nuovo.
Sappiate rimpiangere tutto quello che avete perso,
per non lasciarlo un'altra volta.
Per amore, agli occhi del mondo,
sappiate essere stupidi,
che ad essere soli e tristi ci pensiamo noi.
E quando tutto sarà compiuto e ci incontrerete,
sappiate provare pena per noi.
Così che le nostre pene siano traghettate dai nostri giorni
alle nostre anime.
E la libertà, che non è altro che una cornice di vetro
che appanniamo con l'alito delle nostre paure,
si comprima finché tutto rimane dentro.
E il silenzio prenderà forma.
La forma dei baci mancati,
degli abbracci persi,
degli sguardi fugaci,
delle parole taciute.
Di tutto ciò che ci circonda,
che mi circonda.
Che può bastare a te stesso,
finché l'amore non ti chiede di vivere.

martedì 7 gennaio 2020

OROLOGI


(fonte: qui)




A tutto c'è un rimedio.
Ma in medio non sempre c'è virtù.
In medio alle volte c'è viltà.
E mentre il sipario si inspessisce,
cala e chiude
ogni margine possibile e fantasioso
dall'altra parte di quello mi diverto
a sentire i passi di te che vai via.
E tutto tace, si ferma
e resta immobile.
Anche i clown ascoltano.
E mascherano il volto per confondere le espressioni.
Anche i clown sentono,
ma fanno e continuano a fare.
A tu per tu con te stesso,
tutti gli specchi del mondo non servono.
All'amore ci si rivolge con il lei.
Come persona da conoscere, come dama da corteggiare.
Perché l'amore è l'unica cosa al mondo dove
la storia non è maestra, ma alunna.
E la memoria non forgia, ma spacca;
non recupera, ma allontana.
All'ombra di tanti minuti persi,
mi copro con ore passate.
Attendendo e mantenendo
il dolore con me
e l'amore dentro di te.