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venerdì 29 dicembre 2017

L'ULTIMA ARRINGA DELL'AVVOCATO ORTEGA PRIMA DI MORIRE

(l'immagine è tratta dal sito http://www.arte.it/foto/600x450/82/50131-507_T.jpg)

L'aula penale era gremita.
Non solo per l'importanza del procedimento che stava per svolgersi, ma anche per la presenza dell'Avvocato Ortega.
Dall'alto dei suoi 80 anni e della sua mastodontica carriera, era un punto di riferimento nel panorama giuridico della città.
Toccò a lui parlare per primo. L'impianto accusatorio era perfetto e, pertanto, ci si attendeva un'arringa finale da premio Oscar.
Il vecchio Avvocato si alzò dalla sedia e guardò tutti i presenti. Li osservò con uno sguardo diverso dal solito.
Tutti prestarono attenzione ai movimenti di Ortega, mentre un brusio accompagnava la mano dello stesso Avvocato prendere un codice di procedura penale.
Quella stessa mano, che impugnava lo "strumento" del legale, si levò in aria per poi ricadere in basso facendo in modo che il codice fosse lanciato per terra verso un punto imprecisato dell'aula.
Silenzio.
Tutti i presenti smisero di parlare. I magistrati restarono di ghiaccio a quel gesto tanto forte ma anche incomprensibile ed inimmaginabile.
Ortega, intanto, restò immobile  a fissare il Giudice. Poi prese a parlare con la sua voce calda e lenta.
- A che serve? A che serve un codice? Una regola, una norma, una consuetudine? A cosa servono tutti questi schemi quando non ci sono gli uomini? A che vale tanto spreco di parole e gesta, di sanzioni e multe, quando siamo bottiglie vuote? Noi stessi, noi avvocati, noi operatori del diritto che siamo? A cosa apparteniamo? Prima di questo, prima dei nostri titoli, ci siamo mai chiesti se le nostre toghe posano su spalle fiere di uomo? -.
Breve pausa.
- Per anni ho rincorso la giustizia in una ostinata battaglia fra me e voi, fra me e le norme, fra me e le interpretazioni. Per tutto questo tempo mi sono interrogato, affaticato, stancato a rincorrere una sola parola: GIUSTIZIA. Oggi sono qui e dovrei con forza perorare una idea al fine di far liberare quell'uomo. Eppure non ho parole oggi per questo. Vi chiederete perché? Me lo sono chiesto anche io in questi mesi. Il tempo passava, i momenti anche, la mia vita stessa scorreva. Tutto ha perso ogni significato. Non per l'età, anzi. Quella, in realtà, ci dona la saggezza di saper assaporare. Le conclusioni, invece, mi sono avverse. Non c'è un uomo in questa vita che le rughe sul mio volto disegnano. Non c'è un essere umano sotto questo mantello nero. Cosa c'è allora? Un Avvocato brillante? -.
Altra pausa.
- Non c'è nulla se non un vecchio corpo trascinato giù verso la morte come un masso che rotola dalla pendenza di quella montagna che chiamano tempo. E allora mi domando: chi condanna chi? E soprattutto: chi dev'essere condannato? Quale uomo fra tutti noi merita l'assoluzione piena? Ho perso qualsiasi cosa ieri, oggi e Dio solo sa quanto domani (sempre se un domani vi sarà pensò). Tutto questo cumulo di parole allora per dire una semplice, banalissima cosa: "Errori, rimorsi e rimpianti hanno in comune una sola cosa: la "R", la "R" di rabbia". Quella che proviamo prima durante e dopo ognuno di loro. La rabbia che ci trasforma in delusione, in mancanza, in spregevole presenza -.
L'Avvocato Ortega prese i suoi fogli e con un gestò secco li strappò.
- Un'unica parola allora: FINE. A questa mia vita apparentemente efficace, a tutto questo tempo incolore come la toga che ho addosso. Fine. A questa vergogna che chiamano mia esistenza, a questo dito puntato con aria boriosa di chi crede di sapere dov'è la verità. Fine. A tutti questi sogni e cuori spezzati con queste mani e questi occhi -.
Ortega tolse la toga e la posò sul tavolo in marmo.
- La vita amici miei è una donna che sa sempre come renderti la tua incapacità. E non c'è nessuna slealtà in questo. E' la reale giustizia: nessuno paga per nulla. Affannatevi, pertanto, a ricercare la vostra vita e a chiederle con cuore e dolcezza di farvi sedere al vostro vero posto accanto a lei. Allungate la mano ad ogni uomo, ad ogni animale, ad ogni pensiero, progetto. Tendete a qualcosa. Come gli uccellini che imparano a volare -.
L'Avvocato si sedette, ormai stanco.
- Infondo, signori miei, la vita cos'è? Non è altro che un'arringa a Dio sui nostri indimenticabili limiti -.
Sospirò Ortega.
E dopo quel sospirò, si trovò ad essere giudicato davanti a Dio.

FINE.

mercoledì 27 dicembre 2017

PROTEGGITI DA ME

(l'immagine è tratta dal sito https://data.whicdn.com/images/126868544/original.jpg)
Proteggiti da me.
Nella misura in cui non so fare,
proteggiti da me.
Nella misura in cui non ho saputo dare,
nello spazio degli abbracci mancati,
dei baci non assaporati,
delle dita che non si sono intrecciate.
Proteggiti da me.
Da tutto quello che mi circonda,
da tutto quello che mi rappresenta.
Perché, come gli specchi,
io i sentimenti li rifletto soltanto.
Proteggiti da me,
nella misura in cui il mio cuore 
batte con lo stesso numero delle sillabe
che compongono il tuo nome.
Ed è quella la musica che ogni giorno
ascolto, ripeto, canto, grido.
L'unico posto in cui ero perfetto
erano le tue labbra quando pronunciavano 
il mio nome.
Ma, come pianoforte stonato,
l'unica nota che non ho mai saputo suonare
è il do.


martedì 26 dicembre 2017

I racconti del Vernacolo - LAJANARE (Taranto)



Erminio si lanciò dal “Ponte di Pietra” con un salto poderoso.
Il suo piccolo corpo da bambino di 12 anni trafisse il mare come un missile ben direzionato.
Sott’acqua, il ragazzino aprì gli occhi e cerco di vedere quanto più possibile. Avrebbe sempre voluto essere un pesce. Il mare era qualcosa che lo aveva sempre affascinato.
Riemerse con la tipica foga dei ragazzi pre-adolescenti e nuotò fino alla riva per risalire immediatamente sul ponte e fare un altro tuffo.
Mentre correva, sentì una voce che gli diceva – Ermì! Don Cataldo ti sta aspettando!! Muoviti! -.
Erminio fermò immediatamente la sua corsa e, imprecando sottovoce, corse in direzione della riva da cui era salito, prese i suoi indumenti, e andò verso Piazza Fontana.
Arrivato nei pressi dell’orologio che regnava sulla piazza, vide ai piedi di questo Don Cataldo che, battendo il bastone da passeggio sul terreno, scandiva il tempo di un disappunto che non aveva alcuna voglia di celare.
- Maje ca capisce le cose tu, no Ermì? -. (1)
- Scusa don Catà -.
- Scusi. Mi devi dare del “lei”. E mò pure l’educazione t’è scurdate? Allore averamende stoche a perde timbe cu tè! -. (2)
Erminio abbassò la testa. Pur essendo un ragazzo vivace, teneva alla considerazione e all’affetto di Don Cataldo. Dopotutto era l’unica famiglia che aveva.
L’anziano signore, vedendo il giovanotto, con la testa abbassata, si ricordò di come la vita si fosse accanita con lui: i genitori morti entrambi di tumore, la solitudine, il periodo con lo zio pescatore ed ubriacone che spesso lo picchiava. Una vita brutta e difficile, fino al momento in cui, passeggiando per Via Garibaldi ed intrufolandosi in un bar, aveva visto giocare a scacchi Don Cataldo e si era innamorato di quell’arte.
- Avine cu me Ermì. Facimene do passe -. (3)
Erminio non aveva tanta voglia di camminare, ma non poteva dire di no proprio a lui.
Presero a salire il pendio della chiesa di San Domenico.
L’anziano signore, reggendosi al suo bastone, ogni tanto, di traverso, guardava Erminio cercando di capire cosa stesse facendo. Il ragazzino, di contro, sentiva il peso dello sguardo del Don su di lui e restava in silenzio.
- Sono brutte le salite, vero Erminio? -.
- Sì Don Cataldo -.
- Ma, ce te vuete, ‘na ‘nghianàte devende ‘na scinnute, no? -. (4)
- Si – rispose Erminio sempre a testa basta.
- E quiste a ce te face penzà? -. (5)
Il bimbo restò in silenzio.
Don Cataldo si fermò, si voltò verso il ragazzino e disse – Guardami Erminio -. Il bimbo lo guardò e vide davanti a sé tutto quello che avrebbe voluto essere da grande.
- Arrecuerdete sembe Ermì: pure a vite tene le ‘nghianàte e le scinnute. Assai vóte une s’accumbàgne à l’otre. Cange sulamende come le uarde -. (6)
- E come si fa a cambiare prospettiva? -.
- Misckànne tutte le cose ca te ‘ngàppene, tutte le sentiminde ca te sind. Come a nonne quànne face ‘u mbaste pe’ le chiangaredde. Tu ‘u sè come se facene le chiangaredde? S’auande tutte quid ca serve, se mene suse u’ taule e po’ cù le mane se ‘mmiscke tutte cose -. (7)
- Non lo so come si fa -.
Don Cataldo sorrise e riprese – Te ‘mbare sule quànne te ‘nzive le mane, sule ce te muève. A’ cambà bbuène Ermi. Ogni cose adda avè a mesure soje, ce no a paste avéne ‘nu schife e nisciune s’a mange. Ma ‘nu bbuene cristiane, nu cristiane aggarbàte sape fa n’otre bella cosa: sape fatià a pasta sóve. E ‘na vote ca tine na bella palla de pasta arrive a vite -. (8)
Don Cataldo guardò in un punto imprecisato alla sua destra dove si vedeva Piazza Fontana e, successivamente, la campana sopra alla torre con l’orologio.
- ‘U sè ce jè a vite Ermi? -. (9)
- Cosa è? -
- ‘A vite, curciul mije, éte ‘nu lajanare. Mette tutt’à scrime, accummogghieche e allisce. ‘U lajanare sesteme e prepare p’a forma c’adda pigghà. E quidde sprusce nnanze e rrete, rrete e nnanze. Ogne seconde te ‘nghiane suse fine ca no s’appare tutte cose: bbuene cu mmale, ‘ngarrate o no, amore e dulore, vite e morte -. (10)
Erminio, più maturo di quanto la sua età chiedesse di essere, capì il senso del discorso del Don e disse – Quindi devo aspettare che la mia vita sia a livello? -.
- Sine piccinne mije. Po’ tutte adda scè come vuè tu -. (11)
- Ma a scacchi posso continuare a giocare? -.
Don Cataldo rise e disse – Certo che puoi giocare. Anzi: devi giocare! -.
I due riscesero il pendio di San Domenico e si avvicinarono alla fontana presente al centro della piazza.
Erminio vide Don Cataldo guardare la torre e domandò – Don Cataldo perché guarda sempre l’orologio? -.
Amaramente l’anziano disse – Peccè all’età méje vuè sapè a dò remane ‘u timbe. Prime o po’ a canoscere qual è ‘a cambàna tóje. E quedde ca sone p’avvesà Domineddie pe tè -. (12)
Il giorno dopo, nel circolo dove era solito passare le sue giornate, Erminio vide entrare Don Cataldo.
Il vecchio salutò il bimbo e vide la bellissima scacchiera in legno davanti a lui.
- Che bella scacchiera. Di chi è? -.
- La mia Don Cataldo -.
- E come l’hai comprata? -.
- Non l’ho comprata, lo creata io -.
L’anziano restò stupido, si sedette e contemplò la scacchiera.
- Facciamo una partita? - domandò Erminio.
- Sì – rispose Don Cataldo.
I due giocarono e il vecchio capì che Erminio aveva grandi doti. Non lo avrebbe visto diventare a venticinque anni campione del mondo di scacchi, ma in cuor suo sapeva che quel ragazzino orfano avrebbe potuto fare grandi cose.
Prima di fare l’ultima mossa, che gli avrebbe fatto dire “scacco matto”, Erminio disse – Don Catà osce è dumeneche. Tu le se fa le chiangaredde? -. (13)
L’anziano, che vide il suo Re bloccato, disse – No. Ma l’agghie sembe sapute mangià -. (14)
I due risero.
Il giorno dopo Don Cataldo si spense.
Al suo funerale tutta Taranto accorse per rendergli omaggio. Sul pulpito, invece, solo un ragazzino disse qualcosa.
- ‘U sapite ce jè a vite? È ‘nu lajanare, ca camine e allisce tutte cose. Tande tutte cose prime o po’ s’apparene. Don Catà: tu uardive sembe ‘u ‘relogge. Je uardave semb’a te. Tu ive ‘a cambàna méje. E mò, mentre stoche ‘mbaste ‘a vite méje, ‘nda rècchie o Signore dice ca quanne havenghe ammà sciucà cu le scacche -. (15)


Per la traduzione in vernacolo tarantino si ringrazia Monica Gatti.
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(1) Mai che capisci gli ordini tu, vero Erminio?
(2) Adesso pure l’educazione hai dimenticato? Allora davvero sto perdendo tempo con te 
(3) Vieni con me Erminio. Facciamo una passeggiata. 

(4) Ma, se ti giri, una salita diventa una discesa, no? 
(5) E questo a cosa ti fa pensare? 

(6) Ricordati sempre Erminio: anche la vita ha le salite e le discese. E molto spesso una coincide con l’altra. Devi solo cambiare prospettiva

(7) Mescolando tutte le cose che accadono, tutti i sentimenti che vivi. Come la nonna quando prepara la pasta per fare le orecchiette. Sai come fanno le orecchiette? Prendono gli ingredienti e mettono tutto sul tavolino e poi con le mani uniscono tutto 

(8) Impari solo sporcandoti le mani, solo dandoti da fare. Devi vivere bene Ermì. Ogni ingrediente deve essere con la giusta dose, altrimenti la pasta viene male e nessuno mangia le orecchiette. Ma un brav’uomo, un grand’uomo, sa fare un’altra cosa importante: sa lavorare la sua pasta. E una volta che hai la tua bella palla di pasta arriva la vita 

(9) Sai cos’è la vita Erminio?

(10) La vita, bambino mio, è un mattarello. Mette tutto in linea, unisce e distende. Il mattarello mette ordine e prepara alla nuova forma che la pasta deve avere. E quello scivola avanti e indietro, indietro e avanti. E ti passa sopra ogni secondo fin quando tutto è a pari: bene con male, giusto con sbagliato, amore e dolore, vita e morte

(11) Si bambino mio. Poi tutto potrà prendere la forma che vuoi 

(12) Perché all’età mia vuoi sempre sapere dov’è sta il tempo. Prima o poi devi conoscere la campana tua. È quella che avvisa Dio per te 

(13) Don Catà oggi è domenica. Tu le sai fare le orecchiette? 

(14) No. Ma le ho sempre sapute assaggiare

(15) La vita sapete cos’è? È un mattarello, Lasciate che scorra e che appiani. Tanto tutto prima o poi si mette a pari. Don Catà: tu guardavi sempre l’orologio. Io, invece, guardavo sempre te. Tu eri la campana mia. E ora, mentre impasto la mia vita, tu sussurra a Dio che, quando verrò, dobbiamo giocare a scacchi
 

domenica 24 dicembre 2017

Milord e Lady (autore Lucy Vinci)

(l'immagine è tratta dal sito http://www.caffe.it/wp-content/uploads/2016/02/caffe-it_arte-e-cultura-1.jpg)
 
Milord spostò la sedia e fece accomodare Lady.
Fece il giro e si sedette sulla sedia di fronte alla bella donna.
Aveva i capelli lunghi e rossicci, gli occhi fumanti tipici di una donna che ha tanto da dare al mondo e al cuore.
Milord chiamò con un gesto il cameriere e chiese di poter ordinare.
Lady prese un caffè, Milord chiese un bicchiere di Brandy con due cubetti di ghiaccio.
Il cameriere non tardò ad arrivare, pose le due bevande sul tavolo e andò via.
In quel momento la conversazione, andata avanti per lo più per cliché, si arrestò.
Era arrivato il momento di parlare di loro. Di quell’amore. Ma, infondo, entrambi si domandavano se fosse stato sul serio amore.
Lady girava il cucchiaino nel suo caffè, osservandolo con cura.
Un tintinnio del ghiaccio diede a Milord la forza di cominciare a parlare.
- Vorrei mi guardasse come guarda quel caffè -.
- Che vuole dire Milord? -.
- Che il caffè per lei ha importanza. Vorrei averne la stessa -.
Lady sorrise, mentre Milord da grande imprenditore qual’era, riprese a parlare.
- Ho riflettuto spesso nel corso degli ultimi anni sull’importanza che riponiamo nel caffè come bevanda, senza riuscire a capire in profondità, l’origine di tanta venerazione e dedizione -.
- Quindi nessuna conclusione? - domandò Lady.
- Ancora no. Lei ne ha una madame? -.
Lady bevve il caffè, posò la tazzina sul piattino. Guardò un punto imprecisato fuori, poi rispose a Milord.
- Esiste una forte somiglianza tra noi stessi e il caffè. Le varie fasi di questa bevanda all’interno della caffettiera messa sul fuoco, infondo, rappresentano il divenire che ognuno di noi sperimenta durante i vari scenari della vita. Il caffè è la personificazione di quello che accade in un giorno, in un mese, in un anno. Qualsiasi essere umano, all’inizio di ogni cosa, è come il caffè in polvere. In tutti gli inizi, ogni uomo è consapevole che, durante il percorso e attraverso le cose che accadranno, cambierà forma e, a fine percorso, sarà diverso. Anche a prescindere dall’esito che se ne avrà -.
- Quindi noi saremmo polvere di caffè? -.
- Sì. Noi siamo proprio come quel caffè in polvere confinato nel filtro che, ad opera degli incontri, delle parole, pensieri, cambia la sua forma e unendosi all’acqua della vita e riscaldato dal calore delle persone, si trasforma in liquido. E tutta questa unione di sensazioni e spiriti si affaccia all’esterno verso nuove realtà, diventando un immenso piacere. Proprio come fa il caffè versato nella tazzina -.
- Che visione bellissima della vita madame – disse allora Milord.
- Fosse solo così, le darei ragione -.
- Che vuole dire? -.
- Non sempre va come ho detto. Molte volte, tanta gente resta imprigionata in una situazione scomoda e triste. Per questo si trasforma e, da polvere, non riesce ad elevarsi a liquido. Diventa posa, posa che affonda. E sa quando avviene tutto ciò? Quando non abbiamo avuto il coraggio di essere liquido leggero che scorre verso l’esterno, restando invece posa pesante –.
- Non c’è speranza allora in quei casi -.
- Non proprio. Occorre pazienza. Se abbiamo la pazienza di aspettare il tempo maturo per venire fuori, allora quella posa, che si è raffreddata, può essere eliminata. Basta un soffio, e tutto esce fuori in maniera compatta senza lasciare tracce -.
Milord finì il suo brandy meravigliato di tutta quella emotività nella donna che aveva di fronte.
La guardò sorridergli e pensò che fosse la cosa più bella del mondo.
Poi si ricordò del caffè.
Capì perché non l’aveva saputa amare.
Nella sua vita, Milord, non aveva mai bevuto caffè.

si ringrazia per la gentile condivisione e concessione Lucy Vinci.