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lunedì 30 gennaio 2017

A ferro e fuoco - pt. 2

2011.
Aria estrasse dal frigorifero la torta per il compleanno di sua figlia.
Dopo il prelibato pranzo, era giunto il momento di portare in tavola il dolce che aveva preparato. Era sempre stata molto brava in cucina, specialmente con i dolci.
Mise la torta sul tavolo e posizionò con cura sopra la stessa la candelina raffigurante il numero sei. Prima di accenderla, però, andò nella stanza adibita a studio per gustarsi quel momento che tanto amava.
In quella stanza, Francesco era insieme alla piccola Stefania e cercava il suo "quaderno speciale". Trovatolo, si sedette sulla poltrona dietro la scrivania e fece accomodare la figlia sulla sua gamba destra.
Aprì il quaderno e, arrivato alla sesta pagina, prese la penna, posò la sua mano sinistra sul foglio e cominciò a seguirne i bordi in modo da riportarla sul foglio. Dopo che ebbe finito disse - Ora poggia la manina sul foglio Stefy -.
La bambina, che conosceva bene quel rito, pose la sua sulla carta e Francesco ripetè quanto aveva fatto in precedenza. Entrambi, poi, videro impresse le sagome delle rispettive mani, una dentro l'altra.
La bambina, dopo aver guardato il disegno, chiese - Papà perché ogni anno facciamo questa cosa? -.
Francesco, data un'ultima occhiata al foglio, un po' commosso disse - Perché voglio che tu capisca amore mio quanto è importante costruire un rapporto. La mia mano ora contiene la tua, perché è questo ciò che fanno le persone che si vogliono bene: si contengono. Ma tu diventi ogni giorno più grande, e con questo anche la tua mano. - e, detta quest'ultima frase, sfogliò le pagine precedenti.
Poi riprese a parlare.
- Un giorno la tua mano sarà pari alla mia o forse più grande e allora sarai tu a contenere me. Ma questo non ha valore se si ama davvero. Non importa chi sta dentro chi, purché ci sia. Questo devi ricordare: devi contenere le persone a cui vuoi bene, devi portarle sempre con te. Perché loro, prima di te, hanno portato dentro quello che sei -.
La bambina guardò un po' stranita il papà e ingenuamente disse - La mano della mamma è grande. Dove la metto? -.
Francesco rise e disse - Nel cuore. Lì c'è sempre tutto lo spazio che vuoi -.
Finito di dire questo, Francesco diede un enorme bacio alla bimba.
Aria, che era rimasta ferma sulla porta a guardare, fece alcuni colpi di tosse per annunciare la sua presenza. I due la guardarono felici. La ragazza sorrise e poi disse - Lo vogliamo esprimere questo desiderio? -.
-Siii! - disse la bambina entusiasta, la quale, scesa velocemente dalla gamba del papà, corse verso il soggiorno.
Tornati dove avevano pranzato, Aria si allungò verso la cucina, accese la candelina e portò la torta in tavola. La bimba espresse il desiderio, la spense ed insieme ai suoi genitori fece molte foto con il cellulare di Aria.
Mangiarono alcuni pezzi di torta, poi Aria ricordò a Francesco che avrebbe portato la figlia dai suoi genitori.
Francesco guardò Aria e come sempre provò quel senso di ammirazione che l'aveva accompagnato sin dalla prima volta che l'aveva conosciuta. Era una ragazza intelligente Aria. Era determinata e dolce. Ed era anche bellissima. Tanto bella da non validare nessuna ipotesi sul perché stesse con Francesco. Pensava ogni giorno che quella ragazza avrebbe meritato di più, che avrebbe dovuto essere in altri luoghi, in altri posti. Non in quella città piatta a fare la responsabile amministrativa per una normale azienda.
Era lo stesso pensiero che accompagnava Aria tutte le volte che guardava Francesco, soprattutto quando lo vedeva nel suo studio. Aveva sempre avuto il sogno di diventare magistrato e si era laureato in giurisprudenza con altissimi voti. Ma dopo il "dolce incidente" chiamato Stefania, aveva mollato tutto per amore loro e aveva cominciato a fare l'operaio nella Italiana Ferri e Derivati SpA. Mai, però, aveva fatto pesare quella scelta. Sapeva essere felice di tutto Francesco. Un po' come lei.
Forse, quel credere che l'altro meritasse di più, era la benzina del loro rapporto. Ognuno di loro, ogni giorno, si migliorava per il bene dell'altro, perché sapeva che meritava di più.
Finito anche di gustare il prelibato dolce, Stefania si ributtò sopra le gambe del papà seduto sul divano in salone.
Lo guardò dritto negli occhi e, dopo un po', gli chiese - Papà perché hai gli occhi blu tu? -.
Francesco sorrise e rispose - Perché ho il mare negli occhi -.
- Mamma però non li ha blu -.
- Solo i migliori hanno il mare negli occhi-.
- La mamma ha il mare da un'altra parte Stefania. Una parte che piace molto di più! Soprattutto a papà - disse a mo' di sfottò Aria mettendo in mostra le bellissime curve del suo seno e facendo una linguaccia a Francesco.
- Io ci metterei una diga in quel punto signorina - replicò scherzosamente lui puntando con lo sguardo la scollatura di Aria.
- Non sei credibile Fra'. La gelosia non è il tuo forte - disse ridendo lei.
Finito di dire così, Aria si piegò, baciò sulle labbra il suo compagno e prese in braccio la bimba. Tutti e tre si diressero verso la porta di ingresso. Era tempo di andare a salutare i nonni materni.
Francesco gli avrebbe raggiunti dopo, aveva voglia di studiare dei casi che gli aveva passato il suo avvocato, lo stesso presso cui aveva svolto il praticantato. Casi di studio, giusto per restare aggiornato con la giurisprudenza.
Arrivati vicino alla porta d'ingresso, dopo averla sistemata e lavata, Aria fece indossare il giubbotto a Stefania e poi indossò il suo. Aprì la porta, prenotò l'ascensore e poi voltandosi verso Francesco disse - Ci vediamo più tardi da mia madre ok? -.
- Sì, tranquilla -.
- Ok, allora vado -.
- A dopo -.
Le porte dell'ascensore si aprirono. Francesco frenò Aria che stava andando via e dopo averle dato un bacio disse - L'innamoramento viene... -.
E lei - ... l'amore si costruisce -.
L'ascensore inghiottì quelle donne, mentre la porta di casa si chiuse.

Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

domenica 29 gennaio 2017

LE COSE BELLE VANNO DIFESE

Le cose belle vanno difese.
E non importa come o per cosa.
Vanno accudite.
Anche se i meriti gli avrà qualcun'altro.
Tu difendili, per te e per noi tutti.
Le cose belle vanno difese.
E non col coraggio, ma con l'amore.
Perché basta un po' d'amore per essere degli eroi
E un po' di meno per essere codardi.
Le cose belle vanno difese,
Perché noi non siamo niente per il mondo
Ma tu sei tutto quello che nel mondo vorrei.

mercoledì 25 gennaio 2017

A ferro e fuoco - pt. 1

Il cane si sedette e lo fissò mentre indossava il suo cappotto nero.
Seduto sulle sue zampe posteriori, alla luce del grande lampadario del salone, sembrava ancora più bianco.
Piegò la testa verso destra, quasi avesse mille domande da fare su ciò che stava osservando.
- Perché mi guardi così Axel? - domandò lui sorridendo.
Dalla cucina sopraggiunse Amanda che, dopo aver visto la scena, si poggiò al montante della porta del salone.
- Mi guarda come se non mi dovesse vedere più - disse lui prendendo il cappello e dandosi un'ultima occhiata allo specchio.
- Sai qual è la differenza fra gli uomini, i cani e i bambini Carmè? - domandò Amanda con tono grave.
- Quale? -
- Che gli ultimi due danno ancora valore all'anima e ai sensi, mentre gli uomini si fanno prendere in giro dalle parole -.
- Che vorresti dire Amanda? - chiese seccato don Carmelo.
- Nulla, solo che più si diventa grandi, più si diventa brutti -.
- Io non mi sento brutto, anzi. Sto vivendo una splendida vecchiaia -.
- Ah gia! Come dimenticarlo - replicò Amanda in tono sarcastico - tu sei don Carmelo, una istituzione in questa città. Il braccio duro del popolo, la legge più ferrea della legge stessa -.
Carmelo ascoltava le parole sarcastiche della sua compagna, mentre guardava la sua figura dal piccolo specchio posizionato sul muro del corridoio alle spalle di Amanda.
Era davvero invecchiato bene. Era diventato un po' corpulento e il suo stile non era cambiato. Giacca, cravatta, borsalino e sigaro continuavano ad essere i suoi migliori amici. In un mondo dove l'amicizia andava di pari passo con la fortuna. Fortuna che nulla aveva a che fare con la dea bendata, ma che camminava sottobraccio ai soldi, ai conti in banca e agli interessi.
Guardò i suoi occhi in quello specchio e vide tutta la sua vita, tutta la sua determinazione, tutta la saggezza acquisita con l'esperienza, l'amore e il dolore.
- Odio quando fai la superficiale Amanda - rispose all'invettiva della compagna.
- Sono molto più che superficiale Carmè -.
- Allora attieniti alle tue qualità, perché questo personaggio proprio non ti si addice -.
Detto questo, don Carmelo si voltò verso l'enorme specchio dove si era visto in precedenza. Indossò il cappello, diede un'ultima sistemata al nodo della cravatta e poi si diresse verso l'uscita.
Vedendolo andare via, Amanda si voltò e gli disse - Dimmi che mi ami Carmè -.
Don Carmelo sentì una strana nota di dolore nelle parole di quella donna così bella e così forte da restargli accanto per tutti quegli anni e in tutte le sue disavventure.
- Come se ti stessi lasciando Amanda. Che ti prende stasera?
- Dimmi che mi ami -.
- Lo sai -.
- DIMMELO! - disse gridando Amanda.
Don Carmelo sentì l'urlo di Amanda e si stizzì. Non amava la gente che gli urlava contro, né chi gli imponeva le cose. Spalancò gli occhi per veicolare il suo disappunto e, dopo aver risposto per la seconda volta - Lo sai! - si voltò e si diresse verso l'uscita.
Axel il piccolo dogo argentino, lo seguì fino alla macchina parcheggiata all'interno del recinto della villa.
Carmelo aprì la portiera della sua auto e lo sentì tirargli la gamba sinistra del pantalone.
- Ehi tu! Che fai? -.
Il piccolo dogo si risedette sulle zampe posteriori e, reclinando di nuovo la testa, lo guardò negli occhi.
- Fai il bravo Axel. Domani facciamo una bella passeggiata ok? - e detto questo si sedette sul sedile dell'auto. Come si fu sistemato alla guida, Axel cominciò ad abbaiare.
- Ma che ti prende stasera? - domandò lui accarezzando il cane sulla testa con la sua mano sinistra.
Fatto questo, chiuse la portiera, accese l'auto e, dopo aver cliccato il pulsante del telecomando ed aver aspettato l'apertura totale del cancello, mise la prima e andò via da quella villa.
Per la strada guardava dritto davanti a sé. Fatte alcune centinaia di metri, accese l'autoradio e lasciò che le note si spandessero per tutto l'abitacolo.
Adorava sentire i grandi classici: Ray Charles, Otis Redding, Aretha Franklin. Ma amava anche ascoltare Bruce Springsteen e Dire Straits. Non amava particolarmente la musica italiana, la trovava ripetitiva e noiosa. Forse il classico napoletano lo emozionava un po' di più. Oltre questo, il nulla.
Cullato dalle note di "Hit the road Jack!", don Carmelo guidava verso la sua abitazione, ripensando al colloquio che aveva avuto in mattinata. Aveva sicuramente fatto la cosa giusta, pur sapendo che quella scelta lo aveva reso inviso a tutti. Ma, infondo, quando mai era stato simpatico ad una moltitudine di gente o ad una persona diversa da Amanda? Nemmeno sua moglie lo aveva potuto sopportare, tanto da lasciarlo portandosi con sé i suoi due figli.
Riflettè su quell'anno appena cominciato. Il 2017 era cominciato davvero bene e aveva seguito la scia del 2016, ma un po' di tutta la sua vita.
Arrivatò davanti al cancello della sua villa, prese il telecomando e cliccò il bottone. Non successe nulla.
- Dannazione, ogni sera la stessa storia - disse stizzito.
Posò il primo telecomando e mise la mano nella tasca destra del cappotto dove vi era quello giusto.
Ripetè l'operazione e attese che il cancello si spalancasse per entrare nel giardino con la sua Mercedes classe E nera.
Arrivato dentro, parcheggiò l'auto e si diresse alla porta d'ingresso. Il grosso mazzo di chiavi che aveva estratto dalla tasca del pantalone gli fece venire in mente il piccolo Axel.
Non sapeva il perché, ma continuava a domandarsi il motivo dell'atteggiamento di quel piccolo animale.
Sorrise e, dopo aver esclamato - Mannaggia a lui! - aprì la porta di casa per entrarvi.
Dentro, posò il borsalino e il cappotto sull'appendiabiti vicino alla porta d'ingresso. Accese la luce dall'interruttore alla destra della porta, per poi dirigersi vicino all'enorme tavolo del salone. Buttò l'enorme mazzo di banconote su quel tavolo, oltre il Rolex d'oro, dopo esserselo sfilato dal polso sinistro. Non era mai stato un tipo spocchioso lui, ma quel piccolo gesto lo avevo sempre fatto, sin dall'inizio della sua avventura nel "mondo che conta". Tornare a casa e buttare sul tavolo milioni di lire prima e mila euro poi lo rendeva soddisfatto di sé stesso. Era un piccolo lusso che si regalava nell'intimità della sua dimora. Per il resto era sempre stato riservato, di poche parole e di molti fatti.
Avvicinò il bauletto di legno posto alla destra del tavolo, lo aprì e prese un sigaro cubano. Lo portò al naso e lo odorò con calma, senza fretta. Immaginò Cuba e quei posti meravigliosi, la loro poesia e le loro contraddizioni. Pensò a come sarebbe stato bello andarsene in pensione e vivere con Amanda ed Axel lì, a bere mojito tutto il giorno e a vedere i cubani ballare qualche salsa. Aprì gli occhi e si ritrovò nella sua meravigliosa casa, ma sempre in quella stessa città, di quella stessa regione, di quella stessa nazione.
Mosse le spalle, quasi volesse scrollarsi di dosso quei sogni e quei pensieri. Cercò sul tavolo l'accendino che, ad una prima ricerca non lo trovò. Provò di nuovo a cercare e, nel frattempo, dalle sue spalle sentì provenire una voce.
- Buona sera don Carmé! -.
Don Carmelo spalancò gli occhi. Come poteva essere lì qualcuno? Era un errore, questo, da pivelli, un errore troppo grave per poter rimediare. Trovò l'accendino e, mantenendo la calma, accese con calma il sigaro. Inspirò profondamente, sentì il sapore di quel meraviglioso tabacco e, dopo averlo buttato fuori con la bocca, si voltò e guardò negli occhi il suo interlocutore.
- C'è del marcio in Danimarca - disse quello.
- Ce n'é parecchio anche in questa stanza - replicò don Carmelo.

 Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.  

martedì 24 gennaio 2017

TANGO ARGENTINO

Dove sei ora?
Cosa rincorri o tiri o odori?
Cosa ti scuote o chi aspetti?
Per chi o cosa pieghi la tua testa bianca?
Amaro è il silenzio lasciato dopo un addio.
Immobile è l'aria se non sferzata dal tuo movimento.
Come ruggine il pensiero tuo è attaccato al ferro delle mie memorie.
E, come carta vetro, col tempo sfrego quel ferro
Per levare via quei ricordi e quei profumi.
Accucciato ad un angolo del mio cuore
Il tuo respiro e il tuo sguardo sta.
E mentre mi muovo nella mia vita di uomo,
Mi ripeto che molto spesso la bestia non è quella con gli artigli o le pulci,
Ma è chi sa mettere da parte i propri sentimenti.

giovedì 19 gennaio 2017

SE VENTO SOFFIERA'

Il ragazzo, che fungeva da cameriere, ma che del locale era uno dei proprietari, servì l’acqua tonica al cliente che, seduto a fissare il mare, scriveva sul suo quaderno.
- Ecco a lei - disse gentilmente il ragazzo.
- Grazie mille - rispose lui, un po’ assorto nei suoi pensieri.
Il ragazzo, titubante, continuò - Posso farle una domanda? -.
- Certo, ma alla sola condizione che non usi il ‘lei’ - rispose sorridendo.
- Va bene - replicò il giovane, sorridendo a sua volta. - Ho visto che da molti anni, ogni estate vieni qui e scrivi. Mi domandavo perché proprio qui a Montegiordano Marina. Tutto mi sembra tranne che un luogo di ispirazione artistica. Non c’è nulla! -.
- Non c’è nulla? Dici? Non ci sei tu per esempio? O questo bel bar? Non ci sono le rocce e il mare? E i ragazzi che ci vengono e parlano? -.
- Ma quelle cose sono ovunque! -.
- E ovunque è un posto di ispirazione, compreso Montegiordano - disse l’uomo con aria di chi è soddisfatto della sua risposta. Finito di dire così, bevve un po’ di acqua tonica, ed indicò al ragazzo la sedia, invitandolo a sedere. Poi riprese a parlare.
- Era molto tempo fa quando i miei decisero di portarmi qui per le vacanze estive - cominciò l’uomo dopo un altro sorso di bevanda. - Ho stretto amicizie e vissuto amori, ma ciò che mi ha sempre spinto a tornare è una cosa in particolare -.
Il ragazzo guardò l’uomo con aria interrogativa. Lui capì e continuò.
- Ogni inverno vedevo immagini di mareggiate, di locali come questo distrutti dal mare, il lungomare travolto dalle onde. Eppure ogni estate, tutto era di nuovo in piedi. Come sempre, come ogni anno. Questo posto mi ricorda, tutte le volte che vengo, come affrontare la vita. Come bisogna ristrutturarsi quando le onde della vita abbattono le strutture che abbiamo creato nelle estati della nostra esistenza. Mi ricorda che dobbiamo essere come la spiaggia che, per quanto il mare posso mangiarla, lei è sempre lì. Lì, pronta ad accogliere gli ombrelloni dei nostri sentimenti che qualcuno col tempo verrà ad aprire -.
Il ragazzo guardò la spiaggia, quasi cercasse quelle cose che l’uomo gli stava raccontando.
Il ghiaccio nel bicchiere fece rumore e destò il ragazzo dai suoi pensieri. Poi volendo usare le stesse metafore dell’uomo disse - Ma se vento soffia, gli ombrelloni se ne volano -.
L’uomo tenne fisso lo sguardo sul mare, poi rispose - Se vento soffierà, noi ne pianteremo di più. E’ così che si fa, bisogna riempire il vuoto. Per ogni tramonto che cala c’è un’alba che cresce; per ogni amore che va c’è un bene che arriva - poi, finendo la sua bibita, aggiunse - per ogni bicchiere vuoto, c’è ne uno che si riempie -.
Il ragazzo prese il bicchiere vuoto e lo portò al bancone. Si voltò e al tavolo non trovò nessuno, tranne il quadernetto aperto su una pagina bianca. Si avvicinò al tavolo, guardò il quadernetto e poi il mare. Sentì una mano sulla sua spalla, ma non si mosse. Era la sorella.
La ragazza si stranì di quel quaderno e gli disse di toglierlo dal tavolo.
- No - disse lui risoluto, - C’è un capitolo di vita da scrivere -.
- Una folata di vento tanto lo chiuderà -  disse sprezzante la sorella.
- Se vento soffierà, noi lo riapriremo e scriveremo ancora di più -.
La sorella lo guardò con aria stranita, poi, andando verso il bancone, gli chiese se volesse qualcosa.
Lui ci pensò un po’, poi sorridendo disse - Un’acqua tonica - e si sedette a guardare il mare.

mercoledì 18 gennaio 2017

BENVENUTI...

Ho tanti motivi per aver deciso di aprire un mio blog.
Quasi tutti nella mia mente non sono validi, eppure eccomi qua.
Abbiamo tutti qualcosa da fare, da dire, cercare, approvare e condividere. In una epoca dove tutto si può conoscere e quello che si sapeva ormai si sta dimenticando, ognuno di noi è in cerca di un mezzo per farsi ricordare.
Coloro che amano scrivere (dire scrittori mi sembra esagerato se rivolto a me) si sentono un po' come un'entità capace di creare un microcosmo che vive, respira, muta e finisce. Con il solo unico intento di toccare una delle mille corde che compongono il nostro cuore.
Abbiamo tutti un sogno, tranne me.
Io ho avuto solo illusioni.
Forse è questa la motivazione più seria dell'aver messo in piedi questo blog: l'illusione di avere un sogno.
Il sogno di avere un amore.
Un amore da condividere.