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Gli occhi erano puntati sullo Hugo che stava bevendo. Non per vigliaccheria, sapeva benissimo guardare in volto il proprio interlocutore. Ma per un senso di intimo ascolto. In certi momenti, Fausta sentiva se stessa, e la sua attenzione convergeva in quel punto del corpo troppe volte bistrattato.
- Non è paura, non è nemmeno poca volontà - disse aggiustandosi una ciocca della sua chioma bionda.
- Cos'è allora sentiamo! - disse Antonio in un mix fra il nervoso e il seccato dai capricci di una bionda, a suo dire, viziata.
- È proprio quell'altro universo di cose che tu non capisci o che, molto probabilmente, non sei affatto -.
- Ora ci mettiamo anche ad insultare!? - sbottò il ragazzo.
Fausta, come colpita da quella frase, diresse gli occhi verso quelli di Antonio.
Come si poteva solamente pensare che due persone, che fino a quel giorno si erano amate, potessero essere capaci di offendersi? Che meschinità era questa? Era una cosa infantile. Infantile.
- Voglio un rapporto più adeguato alla mia età. Voglio un rapporto più adeguato a me. E non si tratta di megalomania o presunzione, inutile che fai quell'espressione. Adeguato, in lingua italiana, significa "proporzionato a". Ecco: un amore proporzionato a me. E con questo non è detto che tu sia di meno; magari sei di più. Ma non sei proporzionato a me. Questo voglio ora. Come il cocktail ha i suoi ingredienti uniti in maniera equilibrata, così voglio sentirmi con i miei sentimenti. Voglio un amore che abbia sapore. Voglio che sappia dell'altro e di me -.
- Io sono tutto questo e anche di più Fausta - disse con orgoglio Antonio.
La ragazza sorrise amaramente. Poi disse - Peccato che non hai mai capito che a me bastava molto molto meno -.
La ragazza si alzò e andò via.
Aveva pagato il conto delle bevande.
Qualcun altro avrebbe pagato il conto delle loro vite.

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